Maddalena Crippa
introduzione di Camilla Miglio
Paul Celan nacque nel 1920 a Czernowitz-Cernauti, in Bucovina, una enclave multilinguistica, già austroungarica, poi romena e oggi ucraina. Dopo la guerra, scelse la strada dell’esilio, prima a Bucarest e Vienna, poi a Parigi, continuando però a scrivere in tedesco, lingua-madre e lingua degli aguzzini nazisti. Morì suicida nella Senna nell’aprile del 1970. Il suo sguardo di poeta si fissa nella memoria: la cultura ebraica, la patria orientale perduta, la madre morta nella deportazione, la Shoah. Vivere e scrivere tra diversi poli culturali, vivere e scrivere tra molte lingue diventa per Celan un tradursi continuo: la vita è testo a fronte della scrittura, e viceversa. Ma c’è di più: egli tradusse poesia da nove lingue diverse, quasi a voler ricomporre attraverso il dialogo con altri autori la propria identità ferita dal trauma postbellico. Celan pone una domanda insieme storica e filosofica: è possibile esprimere in forma poetica la violenza e la morte vissute nei campi? Frammenti di lessico provenienti dalle scienze naturali, dai testi sapienziali e cabalistici, dalle tradizioni dell’ebraismo orientale e dalle traduzioni della grande poesia occidentale, convergono nei suoi testi alla ricerca di questa disperata risposta.
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