A cura di Claudio Bartocci
Nonostante la sua quasi proverbiale astrusità (o forse proprio a ragione di questa), la matematica non ha cessato di esercitare, negli ultimi centocinquant’anni, un fascino forte, seppur talvolta sotterraneo, su quanti hanno osservato dall’esterno – con minore o maggiore competenza, con lo stupore del profano o l’ammirazione del cultore avvertito, comunque sia non con lo sguardo dello specialista – la sua prodigiosa ricchezza. Sensibili in modo particolare a questo fascino si sono dimostrati poeti, narratori, romanzieri, che nulla accomuna l’uno all’altro, se non il fatto che nelle loro opere, con frequenza e in misura maggiore o minore, emergono idee o strutture matematiche, affiorano riferimenti ai numeri transfiniti o alle geometrie non euclidee, balenano metafore costruite su concetti tratti dall’algebra o dalla logica. Nella maggior parte dei casi – è bene chiarirlo fin da subito – si tratta di influssi non assimilati in maniera sistematica, né tantomeno sviluppati secondo un qualche programma didattico o divulgativo. «Niente è più fecondo, tutti i matematici lo sanno, – osserva André Weil nel breve saggio De la métaphysique aux mathématiques – di quelle vaghe analogie, quegli oscuri riflessi che rimandano da una teoria all’altra, quelle furtive carezze, quelle discrepanze inesplicabili: niente dà un piacere più grande al ricercatore». Lo stesso si potrebbe dire dei rapporti tra letteratura e matematica: furtive carezze, corrispondenze incerte, echi, suggestioni, consonanze e dissonanze. La letteratura e la matematica non sono altro che specchi in ciascuno dei quali la verità – o, per usare un’espressione meno impegnativa, la varietà dell’universo – si riflette solo in maniera parziale. Se le immaginiamo come due immense placche continentali, che lentamente derivano in un’ipotetica dinamica tettonica cozzando sia l’una contro l’altra, sia contro altre placche non meno massicce (la filosofia, le arti figurative, le scienze fisiche, ecc.), ecco che dovrebbe apparire evidente come le zone di contiguità, di incontro-scontro, di attrito e di contatto non siano diffuse, ma concentrate lungo certe faglie, aree in cui massima è l’attività tellurica e vulcanica.
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