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<title>Festival della Filosofia "Sessantotto tra pensiero e azione"</title>
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Festival della Filosofia
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<managingEditor>news@auditorium.com</managingEditor>
<copyright>Copywright 2007- Fondazione Musica per Roma</copyright>
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<title>Festival della Filosofia "Sessantotto tra pensiero e azione"</title>
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Festival della Filosofia
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<itunes:name>Francesca Pompili</itunes:name>
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<item>
<title>Le avanguardie: l'arte e la rivoluzione culturale</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4919131</link>
<description>In che senso, per quali vie, in quali forme il rivoluzionamento dei 
linguaggi prodotto dall'arte del Novecento ha anticipato e propiziato 
la rottura antropologicopolitica del Sessantotto? Quale relazione 
intercorre tra il nuovo lessico delle avanguardie politiche e le 
tecniche espressive delle avanguardie artistiche (rappresentate in 
Italia dalle opere di grandi innovatori del linguaggio estetico ed 
eversori dei codici figurativi come Mimmo Rotella e Fabio Mauri, Tano 
Festa e Mario Schifano, Alberto Burri e Gianfranco Baruchello)? Per 
rispondere a queste domande, filosofi, semiologi, artisti e critici 
d'arte si confronteranno sulla genesi, sui caratteri e sulla longue 
durée di un'affascinante e controversa "rivoluzione culturale". 


 </description>
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<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>In che senso, per quali vie, in quali forme il rivoluzionamento dei 
linguaggi prodotto dall'arte del Novecento ha anticipato e propiziato 
la rottura antropologicopolitica del Sessantotto? Quale relazione 
intercorre tra il nuovo lessico delle avanguardie politiche e le 
tecniche espressive delle avanguardie artistiche (rappresentate in 
Italia dalle opere di grandi innovatori del linguaggio estetico ed 
eversori dei codici figurativi come Mimmo Rotella e Fabio Mauri, Tano 
Festa e Mario Schifano, Alberto Burri e Gianfranco Baruchello)? Per 
rispondere a queste domande, filosofi, semiologi, artisti e critici 
d'arte si confronteranno sulla genesi, sui caratteri e sulla longue 
durée di un'affascinante e controversa "rivoluzione culturale". 


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Da Radio Alice alla Blogosfera.</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4919132</link>
<description>L’etere è stato per un certo periodo sinonimo di libertà. Conquistarne 
uno spazio significava avere la possibilità di esprimersi. 
Nell’immaginario collettivo era la conquista pratica di ciò che recita 
l’articolo 21 della nostra Costituzione, ovvero della possibilità di 
manifestare “liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto 
e ogni altro mezzo di diffusione”. La nascita delle radio libere e la 
loro diffusione negli anni Settanta sono stati lo specchio di un 
fondamentale sviluppo dei media, che ha pilotato il passaggio all’età 
della libera informazione. Reali esperienze dalle piccole realtà di 
provincia, la narrazione di una vita vissuta che raccontava il tessuto 
sociale nel suo cambiamento. La nascita delle radio libere è stata il 
primo vero progetto di comunicazione libera, democratica e realmente 
interattiva, nata e gestita dal “basso”, mettendo tutti sullo stesso 
piano e con la stessa possibilità di comunicare. Un tipo di esperienza 
che negli anni si è evoluta in quello che oggi è il mondo dei blog. E 
che sono accomunati dalla stessa esigenza: dar voce alla voglia di 
comunicare fra le persone e incarnare il desiderio ancestrale di 
libertà che questi mezzi rappresentano. 


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<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 10:00:00 +0100</pubDate>
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uno spazio significava avere la possibilità di esprimersi. 
Nell’immaginario collettivo era la conquista pratica di ciò che recita 
l’articolo 21 della nostra Costituzione, ovvero della possibilità di 
manifestare “liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto 
e ogni altro mezzo di diffusione”. La nascita delle radio libere e la 
loro diffusione negli anni Settanta sono stati lo specchio di un 
fondamentale sviluppo dei media, che ha pilotato il passaggio all’età 
della libera informazione. Reali esperienze dalle piccole realtà di 
provincia, la narrazione di una vita vissuta che raccontava il tessuto 
sociale nel suo cambiamento. La nascita delle radio libere è stata il 
primo vero progetto di comunicazione libera, democratica e realmente 
interattiva, nata e gestita dal “basso”, mettendo tutti sullo stesso 
piano e con la stessa possibilità di comunicare. Un tipo di esperienza 
che negli anni si è evoluta in quello che oggi è il mondo dei blog. E 
che sono accomunati dalla stessa esigenza: dar voce alla voglia di 
comunicare fra le persone e incarnare il desiderio ancestrale di 
libertà che questi mezzi rappresentano. 


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Da Contessa a Emozioni.</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4919133</link>
<description>Gli anni della contestazione furono preparati e accompagnati da una 
lenta ma radicale rivoluzione della cultura e dei costumi promossa 
dalla generazione che in America fu definita dei “baby boomers”. La 
musica fu uno dei principali veicoli di propagazione di questa 
dirompente modernizzazione, in cui convissero e s’intrecciarono 
tendenze e linee di sviluppo molto diverse. La crescente 
politicizzazione che dagli Stati Uniti all’Europa interessava i 
giovani più impegnati nelle mobilitazioni, ispirò una grandissima 
parte della produzione artistica e musicale di quegli anni. Ma accanto 
a essa vi furono anche percorsi di sperimentazione linguistica e 
musicale che non ruppero totalmente con le tematiche su cui si era 
costruita la tradizione melodica degli anni ’50 e dei primi anni ‘60, 
pur facendone oggetto di una rilettura e di una rivisitazione capaci 
di aprire nuovi spazi di indagine e di interesse. Ne discutono con 
Gianni Borgna, profondo conoscitore della musica e della canzone 
italiana, due indiscussi protagonisti di quel fecondo momento 
musicale. A fare da contrappunto al dibattito l’esecuzione di alcuni 
significativi brani di Mogol e Pietrangeli e di altri autori del 
periodo eseguiti da un ensemble composto da studenti.

_Intermezzi musicali eseguiti da studenti del Liceo Classico del 
Convitto Nazionale di Roma_

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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 10:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Gli anni della contestazione furono preparati e accompagnati da una 
lenta ma radicale rivoluzione della cultura e dei costumi promossa 
dalla generazione che in America fu definita dei “baby boomers”. La 
musica fu uno dei principali veicoli di propagazione di questa 
dirompente modernizzazione, in cui convissero e s’intrecciarono 
tendenze e linee di sviluppo molto diverse. La crescente 
politicizzazione che dagli Stati Uniti all’Europa interessava i 
giovani più impegnati nelle mobilitazioni, ispirò una grandissima 
parte della produzione artistica e musicale di quegli anni. Ma accanto 
a essa vi furono anche percorsi di sperimentazione linguistica e 
musicale che non ruppero totalmente con le tematiche su cui si era 
costruita la tradizione melodica degli anni ’50 e dei primi anni ‘60, 
pur facendone oggetto di una rilettura e di una rivisitazione capaci 
di aprire nuovi spazi di indagine e di interesse. Ne discutono con 
Gianni Borgna, profondo conoscitore della musica e della canzone 
italiana, due indiscussi protagonisti di quel fecondo momento 
musicale. A fare da contrappunto al dibattito l’esecuzione di alcuni 
significativi brani di Mogol e Pietrangeli e di altri autori del 
periodo eseguiti da un ensemble composto da studenti.

_Intermezzi musicali eseguiti da studenti del Liceo Classico del 
Convitto Nazionale di Roma_

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Le metamorfosi del quarto potere.</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918838</link>
<description>Sul tema “Le metamorfosi del Quarto Potere. Dalla rivoluzione dei 
giornali a Internet”, si misureranno quattro tra i più importanti 
giornalisti europei. Moderati da Aldo Cazzullo del Corriere della 
Sera, discuteranno di rivoluzione del linguaggio e di democrazia 
dell’informazione, Eugenio Scalfari fondatore di Repubblica, Laurent 
Joffrin direttore di Libération, Giovanni Di Lorenzo direttore di Die 
Zeit e Gianni Riotta direttore del TG1. Nel mutamento dei costumi e 
della scala dei valori determinato dal Sessantotto, l’informazione è 
stato forse uno dei terreni che ha dimostrato più di ogni altro la 
profonda capacità rinnovatrice del Movimento. Quattro grandi opinion 
leader dei nostri tempi dibatteranno di critica, controinformazione, 
movimentismo, indipendenza, giornalismo civico e informazione dal 
basso. Fino a confrontare esperienze ormai forse consegnate alla 
storia con la rivoluzione determinata dai nuovi media.


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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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giornali a Internet”, si misureranno quattro tra i più importanti 
giornalisti europei. Moderati da Aldo Cazzullo del Corriere della 
Sera, discuteranno di rivoluzione del linguaggio e di democrazia 
dell’informazione, Eugenio Scalfari fondatore di Repubblica, Laurent 
Joffrin direttore di Libération, Giovanni Di Lorenzo direttore di Die 
Zeit e Gianni Riotta direttore del TG1. Nel mutamento dei costumi e 
della scala dei valori determinato dal Sessantotto, l’informazione è 
stato forse uno dei terreni che ha dimostrato più di ogni altro la 
profonda capacità rinnovatrice del Movimento. Quattro grandi opinion 
leader dei nostri tempi dibatteranno di critica, controinformazione, 
movimentismo, indipendenza, giornalismo civico e informazione dal 
basso. Fino a confrontare esperienze ormai forse consegnate alla 
storia con la rivoluzione determinata dai nuovi media.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Le metamorfosi del quarto potere.</title>
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<description>Sul tema “Le metamorfosi del Quarto Potere. Dalla rivoluzione dei 
giornali a Internet”, si misureranno quattro tra i più importanti 
giornalisti europei. Moderati da Aldo Cazzullo del Corriere della 
Sera, discuteranno di rivoluzione del linguaggio e di democrazia 
dell’informazione, Eugenio Scalfari fondatore di Repubblica, Laurent 
Joffrin direttore di Libération, Giovanni Di Lorenzo direttore di Die 
Zeit e Gianni Riotta direttore del TG1. Nel mutamento dei costumi e 
della scala dei valori determinato dal Sessantotto, l’informazione è 
stato forse uno dei terreni che ha dimostrato più di ogni altro la 
profonda capacità rinnovatrice del Movimento. Quattro grandi opinion 
leader dei nostri tempi dibatteranno di critica, controinformazione, 
movimentismo, indipendenza, giornalismo civico e informazione dal 
basso. Fino a confrontare esperienze ormai forse consegnate alla 
storia con la rivoluzione determinata dai nuovi media.


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<itunes:summary>Sul tema “Le metamorfosi del Quarto Potere. Dalla rivoluzione dei 
giornali a Internet”, si misureranno quattro tra i più importanti 
giornalisti europei. Moderati da Aldo Cazzullo del Corriere della 
Sera, discuteranno di rivoluzione del linguaggio e di democrazia 
dell’informazione, Eugenio Scalfari fondatore di Repubblica, Laurent 
Joffrin direttore di Libération, Giovanni Di Lorenzo direttore di Die 
Zeit e Gianni Riotta direttore del TG1. Nel mutamento dei costumi e 
della scala dei valori determinato dal Sessantotto, l’informazione è 
stato forse uno dei terreni che ha dimostrato più di ogni altro la 
profonda capacità rinnovatrice del Movimento. Quattro grandi opinion 
leader dei nostri tempi dibatteranno di critica, controinformazione, 
movimentismo, indipendenza, giornalismo civico e informazione dal 
basso. Fino a confrontare esperienze ormai forse consegnate alla 
storia con la rivoluzione determinata dai nuovi media.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>L'America del '68</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918829</link>
<description>L’America degli anni ’60 è l’America della guerra del Vietnam, 
l’America che radeva al suolo con il napalm interi villaggi di 
contadini all’altro capo del mondo. Ma è anche l’America che contro 
quella guerra organizzò imponenti manifestazioni antimperialiste; è 
anche l’America delle battaglie per i diritti civili, del movimento 
dei neri, di Martin Luther King che sognava il giorno in cui “sulle 
rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono 
schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, 
sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”. Ed è anche 
l’America della “nuova sinistra”, della cultura Beat e Hippy, 
l’America da cui si alzò un vento di rinnovamento e di creatività che 
influenzerà profondamente un’intera generazione dentro e fuori i 
propri confini. Un vento che può essere ascoltato nel respiro profondo 
di una nazione capace di essere - ancora oggi - crocevia fondamentale 
delle culture alternative di inizio secolo. 

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<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 19:00:00 +0100</pubDate>
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l’America che radeva al suolo con il napalm interi villaggi di 
contadini all’altro capo del mondo. Ma è anche l’America che contro 
quella guerra organizzò imponenti manifestazioni antimperialiste; è 
anche l’America delle battaglie per i diritti civili, del movimento 
dei neri, di Martin Luther King che sognava il giorno in cui “sulle 
rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono 
schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, 
sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”. Ed è anche 
l’America della “nuova sinistra”, della cultura Beat e Hippy, 
l’America da cui si alzò un vento di rinnovamento e di creatività che 
influenzerà profondamente un’intera generazione dentro e fuori i 
propri confini. Un vento che può essere ascoltato nel respiro profondo 
di una nazione capace di essere - ancora oggi - crocevia fondamentale 
delle culture alternative di inizio secolo. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - L'America del '68</title>
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<description>L’America degli anni ’60 è l’America della guerra del Vietnam, 
l’America che radeva al suolo con il napalm interi villaggi di 
contadini all’altro capo del mondo. Ma è anche l’America che contro 
quella guerra organizzò imponenti manifestazioni antimperialiste; è 
anche l’America delle battaglie per i diritti civili, del movimento 
dei neri, di Martin Luther King che sognava il giorno in cui “sulle 
rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono 
schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, 
sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”. Ed è anche 
l’America della “nuova sinistra”, della cultura Beat e Hippy, 
l’America da cui si alzò un vento di rinnovamento e di creatività che 
influenzerà profondamente un’intera generazione dentro e fuori i 
propri confini. Un vento che può essere ascoltato nel respiro profondo 
di una nazione capace di essere - ancora oggi - crocevia fondamentale 
delle culture alternative di inizio secolo. 

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<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 19:00:00 +0100</pubDate>
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l’America che radeva al suolo con il napalm interi villaggi di 
contadini all’altro capo del mondo. Ma è anche l’America che contro 
quella guerra organizzò imponenti manifestazioni antimperialiste; è 
anche l’America delle battaglie per i diritti civili, del movimento 
dei neri, di Martin Luther King che sognava il giorno in cui “sulle 
rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono 
schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, 
sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”. Ed è anche 
l’America della “nuova sinistra”, della cultura Beat e Hippy, 
l’America da cui si alzò un vento di rinnovamento e di creatività che 
influenzerà profondamente un’intera generazione dentro e fuori i 
propri confini. Un vento che può essere ascoltato nel respiro profondo 
di una nazione capace di essere - ancora oggi - crocevia fondamentale 
delle culture alternative di inizio secolo. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Franco Cordero</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918839</link>
<description>Il 1968 è entrato nell’immaginario comune come un anno di rivoluzioni 
e sconvolgimenti, con la sua duplice interpretazione di continuità e 
discontinuità rispetto agli anni ’70 e agli accadimenti che si sono 
succeduti. È sufficiente pensare ai movimenti studenteschi, alle 
rivolte di piazza, agli slogan contro l’autorità per immaginare un 
reale mutamento nelle maglie profonde della società? Franco Cordero ci 
aiuterà con maestria a ricordare altri aspetti del ’68, attraverso la 
lente d’ingrandimento più affidabile: l’esperienza. Giurista, 
romanziere, saggista, Franco Cordero, dopo aver abbandonato 
l’avvocatura, ricopriva il ruolo di insegnante di Procedura Penale e 
di Filosofia del Diritto all’Università Cattolica proprio negli anni 
più caldi del movimento. Il 1968, sinonimo di eversione, riecheggia 
nelle parole di Franco Cordero nella sua complessità e nelle 
contraddizioni di una libertà spesso proclamata, ma difficilmente 
concessa, anche da parte dell’insegna illuministica o marxista che 
avrebbe dovuto sostenerla. 

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<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 12:00:00 +0100</pubDate>
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e sconvolgimenti, con la sua duplice interpretazione di continuità e 
discontinuità rispetto agli anni ’70 e agli accadimenti che si sono 
succeduti. È sufficiente pensare ai movimenti studenteschi, alle 
rivolte di piazza, agli slogan contro l’autorità per immaginare un 
reale mutamento nelle maglie profonde della società? Franco Cordero ci 
aiuterà con maestria a ricordare altri aspetti del ’68, attraverso la 
lente d’ingrandimento più affidabile: l’esperienza. Giurista, 
romanziere, saggista, Franco Cordero, dopo aver abbandonato 
l’avvocatura, ricopriva il ruolo di insegnante di Procedura Penale e 
di Filosofia del Diritto all’Università Cattolica proprio negli anni 
più caldi del movimento. Il 1968, sinonimo di eversione, riecheggia 
nelle parole di Franco Cordero nella sua complessità e nelle 
contraddizioni di una libertà spesso proclamata, ma difficilmente 
concessa, anche da parte dell’insegna illuministica o marxista che 
avrebbe dovuto sostenerla. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Dalla critica alle armi?</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918828</link>
<description>Inaugurazione con
*Gianni Borgna Presidente* Fondazione Musica per Roma
*Carlo Fuortes* Amministratore delegato Fondazione Musica per Roma
*Giacomo Marramao e Paolo Flores d'Arcais* curatori scientifici del 
Festival

a seguire Tavola rotonda

Il rapporto del Sessantotto con la violenza è forse uno dei punti più 
controversi della ricostruzione storiografica di quegli anni. Il tema 
investe per un verso le forme di resistenza e le pratiche di 
contestazione utilizzate dal movimento studentesco (un esempio per 
tutti: la battaglia di Valle Giulia); per l'altro, la relazione di 
continuità/discontinuità con quanto accadde dopo. La lunga e 
drammatica fase seguita alle contestazioni studentesche è stata 
segnata in Italia dalla strategia della tensione da una parte e dalla 
lotta armata dall'altra. Anziché gettar luce sui lati oscuri e 
inquietanti della frattura prodottasi a partire dal 12 dicembre 1969 
con la strage di Piazza Fontana, una certa apologetica istituzionale 
ha preferito parlare di “opposti estremismi”. Ma è legittimo sostenere 
che la lotta armata sia la naturale conseguenza delle contestazioni 
studentesche? O non è stato piuttosto il passaggio dalla logica 
inclusiva, cosmopolita e coinvolgente della prima fase della protesta 
alla logica identitaria ed esclusiva dei vari gruppi a segnare 
l'esaurirsi del potenziale creativo del movimento e a dar luogo al 
piano inclinato della violenza? Muovendo da questi interrogativi, la 
tavola rotonda si propone di mettere a fuoco l’impervio transito dagli 
anni ’60 agli anni ’70, i cui effetti di lungo periodo sono ancora 
operanti nel cuore stesso del nostro presente. 

</description>
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<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 15:30:00 +0100</pubDate>
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*Gianni Borgna Presidente* Fondazione Musica per Roma
*Carlo Fuortes* Amministratore delegato Fondazione Musica per Roma
*Giacomo Marramao e Paolo Flores d'Arcais* curatori scientifici del 
Festival

a seguire Tavola rotonda

Il rapporto del Sessantotto con la violenza è forse uno dei punti più 
controversi della ricostruzione storiografica di quegli anni. Il tema 
investe per un verso le forme di resistenza e le pratiche di 
contestazione utilizzate dal movimento studentesco (un esempio per 
tutti: la battaglia di Valle Giulia); per l'altro, la relazione di 
continuità/discontinuità con quanto accadde dopo. La lunga e 
drammatica fase seguita alle contestazioni studentesche è stata 
segnata in Italia dalla strategia della tensione da una parte e dalla 
lotta armata dall'altra. Anziché gettar luce sui lati oscuri e 
inquietanti della frattura prodottasi a partire dal 12 dicembre 1969 
con la strage di Piazza Fontana, una certa apologetica istituzionale 
ha preferito parlare di “opposti estremismi”. Ma è legittimo sostenere 
che la lotta armata sia la naturale conseguenza delle contestazioni 
studentesche? O non è stato piuttosto il passaggio dalla logica 
inclusiva, cosmopolita e coinvolgente della prima fase della protesta 
alla logica identitaria ed esclusiva dei vari gruppi a segnare 
l'esaurirsi del potenziale creativo del movimento e a dar luogo al 
piano inclinato della violenza? Muovendo da questi interrogativi, la 
tavola rotonda si propone di mettere a fuoco l’impervio transito dagli 
anni ’60 agli anni ’70, i cui effetti di lungo periodo sono ancora 
operanti nel cuore stesso del nostro presente. 

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<title>versione italiana - Dalla critica alle armi?</title>
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<description>Inaugurazione con
*Gianni Borgna Presidente* Fondazione Musica per Roma
*Carlo Fuortes* Amministratore delegato Fondazione Musica per Roma
*Giacomo Marramao e Paolo Flores d'Arcais* curatori scientifici del 
Festival

a seguire Tavola rotonda

Il rapporto del Sessantotto con la violenza è forse uno dei punti più 
controversi della ricostruzione storiografica di quegli anni. Il tema 
investe per un verso le forme di resistenza e le pratiche di 
contestazione utilizzate dal movimento studentesco (un esempio per 
tutti: la battaglia di Valle Giulia); per l'altro, la relazione di 
continuità/discontinuità con quanto accadde dopo. La lunga e 
drammatica fase seguita alle contestazioni studentesche è stata 
segnata in Italia dalla strategia della tensione da una parte e dalla 
lotta armata dall'altra. Anziché gettar luce sui lati oscuri e 
inquietanti della frattura prodottasi a partire dal 12 dicembre 1969 
con la strage di Piazza Fontana, una certa apologetica istituzionale 
ha preferito parlare di “opposti estremismi”. Ma è legittimo sostenere 
che la lotta armata sia la naturale conseguenza delle contestazioni 
studentesche? O non è stato piuttosto il passaggio dalla logica 
inclusiva, cosmopolita e coinvolgente della prima fase della protesta 
alla logica identitaria ed esclusiva dei vari gruppi a segnare 
l'esaurirsi del potenziale creativo del movimento e a dar luogo al 
piano inclinato della violenza? Muovendo da questi interrogativi, la 
tavola rotonda si propone di mettere a fuoco l’impervio transito dagli 
anni ’60 agli anni ’70, i cui effetti di lungo periodo sono ancora 
operanti nel cuore stesso del nostro presente. 

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<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 15:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Dalla critica alle armi?</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Inaugurazione con
*Gianni Borgna Presidente* Fondazione Musica per Roma
*Carlo Fuortes* Amministratore delegato Fondazione Musica per Roma
*Giacomo Marramao e Paolo Flores d'Arcais* curatori scientifici del 
Festival

a seguire Tavola rotonda

Il rapporto del Sessantotto con la violenza è forse uno dei punti più 
controversi della ricostruzione storiografica di quegli anni. Il tema 
investe per un verso le forme di resistenza e le pratiche di 
contestazione utilizzate dal movimento studentesco (un esempio per 
tutti: la battaglia di Valle Giulia); per l'altro, la relazione di 
continuità/discontinuità con quanto accadde dopo. La lunga e 
drammatica fase seguita alle contestazioni studentesche è stata 
segnata in Italia dalla strategia della tensione da una parte e dalla 
lotta armata dall'altra. Anziché gettar luce sui lati oscuri e 
inquietanti della frattura prodottasi a partire dal 12 dicembre 1969 
con la strage di Piazza Fontana, una certa apologetica istituzionale 
ha preferito parlare di “opposti estremismi”. Ma è legittimo sostenere 
che la lotta armata sia la naturale conseguenza delle contestazioni 
studentesche? O non è stato piuttosto il passaggio dalla logica 
inclusiva, cosmopolita e coinvolgente della prima fase della protesta 
alla logica identitaria ed esclusiva dei vari gruppi a segnare 
l'esaurirsi del potenziale creativo del movimento e a dar luogo al 
piano inclinato della violenza? Muovendo da questi interrogativi, la 
tavola rotonda si propone di mettere a fuoco l’impervio transito dagli 
anni ’60 agli anni ’70, i cui effetti di lungo periodo sono ancora 
operanti nel cuore stesso del nostro presente. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Il piacere e la rivoluzione. Cibo, edonismo, impegno.</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918833</link>
<description>“Ognuno insegue il suo piacere”: dai tempi di Virgilio non è poi 
cambiato molto. Il piacere è insito nell’essere umano. Ogni piacere è 
infatti sociale: riguarda l’uomo, e solo lui, poiché la natura a rigor 
di termini ignora il piacere conoscendo solamente la soddisfazione del 
bisogno. Così anche per il sommo piacere rappresentato dal cibo. 
Mangiare può essere soddisfazione di un bisogno. Ma anche sublime 
piacere. Perché, come scriveva Brillat-Savarin, gli animali si 
nutrono, l’uomo mangia, solo l’uomo di spirito sa mangiare. A partire 
da qui si dipanerà la rete che tesse la fisiologia del gusto: un 
complesso mondo di rapporti fra cibo, edonismo e impegno. Rapporti che 
proprio da alcuni fenomeni del ’68 iniziarono ad intersecarsi e 
svilupparsi, per giungere fino all’odierna cultura della lentezza, 
dello slow, nel cibo, nel lavorare, nel vivere. Perché cibo è 
politica, e al di là dei piacere sensoriali coincide con il valore dei 
saperi umani. Del resto aveva ragione Feuerbach: l’uomo è ciò che 
mangia. 

 

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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 15:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Il piacere e la rivoluzione. Cibo, edonismo, impegno.</itunes:subtitle>
<itunes:summary>“Ognuno insegue il suo piacere”: dai tempi di Virgilio non è poi 
cambiato molto. Il piacere è insito nell’essere umano. Ogni piacere è 
infatti sociale: riguarda l’uomo, e solo lui, poiché la natura a rigor 
di termini ignora il piacere conoscendo solamente la soddisfazione del 
bisogno. Così anche per il sommo piacere rappresentato dal cibo. 
Mangiare può essere soddisfazione di un bisogno. Ma anche sublime 
piacere. Perché, come scriveva Brillat-Savarin, gli animali si 
nutrono, l’uomo mangia, solo l’uomo di spirito sa mangiare. A partire 
da qui si dipanerà la rete che tesse la fisiologia del gusto: un 
complesso mondo di rapporti fra cibo, edonismo e impegno. Rapporti che 
proprio da alcuni fenomeni del ’68 iniziarono ad intersecarsi e 
svilupparsi, per giungere fino all’odierna cultura della lentezza, 
dello slow, nel cibo, nel lavorare, nel vivere. Perché cibo è 
politica, e al di là dei piacere sensoriali coincide con il valore dei 
saperi umani. Del resto aveva ragione Feuerbach: l’uomo è ciò che 
mangia. 

 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Marco Revelli, Mario Tronti, Emilio Carnevali</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4920716</link>
<description>Nel corso degli anni ’60 un serie di esperienze innovative preparano 
il terreno teorico alla contestazione che scoppiò negli anni 
successivi. Attorno a riviste come i Quaderni Rossi o Classe Operaia 
andò maturando una riflessione fortemente critica del marxismo assurto 
a dottrina ufficiale dei partiti operai italiani. Un marxismo che nel 
solco della tradizione nazionale De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci si 
era sempre più diluito in un generico storicismo progressista, 
incapace di interpretare i profondi mutamenti che il capitalismo del 
boom economico aveva portato alla composizione di classe della società 
italiana. Contro i vaghi appelli alle masse lavoratrici ed alla 
democrazia progressiva, occorreva ritornare al Marx teorico della 
lotta di classe nel cuore dello sviluppo capitalistico e del suo 
centro propulsivo (la fabbrica) e al Lenin teorico della rivoluzione.



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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Marco Revelli, Mario Tronti, Emilio Carnevali</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nel corso degli anni ’60 un serie di esperienze innovative preparano 
il terreno teorico alla contestazione che scoppiò negli anni 
successivi. Attorno a riviste come i Quaderni Rossi o Classe Operaia 
andò maturando una riflessione fortemente critica del marxismo assurto 
a dottrina ufficiale dei partiti operai italiani. Un marxismo che nel 
solco della tradizione nazionale De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci si 
era sempre più diluito in un generico storicismo progressista, 
incapace di interpretare i profondi mutamenti che il capitalismo del 
boom economico aveva portato alla composizione di classe della società 
italiana. Contro i vaghi appelli alle masse lavoratrici ed alla 
democrazia progressiva, occorreva ritornare al Marx teorico della 
lotta di classe nel cuore dello sviluppo capitalistico e del suo 
centro propulsivo (la fabbrica) e al Lenin teorico della rivoluzione.



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>La fede oltre la Chiesa. Il '68 e i movimenti religiosi</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918834</link>
<description>Con il Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa cattolica inaugurò 
una stagione di straordinario cambiamento sia al proprio interno sia 
nel rapporto con il mondo. Gli anni che seguirono furono interessati 
dal diffondersi di un enorme fermento: l’istanza di riforma che 
animava gli ambienti più inquieti del mondo cattolico andò a 
incrociare i movimenti giovanili, le lotte dei lavoratori e le 
mobilitazioni anti-imperialiste. In Italia, l’occupazione del duomo di 
Parma del 14 settembre 1968 fu uno degli avvenimenti più carichi di 
forza simbolica di quel periodo: gli occupanti, giovani cattolici, 
chiedevano una Chiesa più povera e libera dall’autoritarismo e dalla 
collusione con il potere. Iniziava a diffondersi all’interno della 
realtà ecclesiale una severa critica verso il collateralismo tra mondo 
cattolico e il partito della Democrazia Cristiana. In America latina, 
intanto, la Teologia della Liberazione ispirava una pratica di Chiesa 
schierata dalla parte degli ultimi e degli oppressi. 

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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 17:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>La fede oltre la Chiesa. Il '68 e i movimenti religiosi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Con il Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa cattolica inaugurò 
una stagione di straordinario cambiamento sia al proprio interno sia 
nel rapporto con il mondo. Gli anni che seguirono furono interessati 
dal diffondersi di un enorme fermento: l’istanza di riforma che 
animava gli ambienti più inquieti del mondo cattolico andò a 
incrociare i movimenti giovanili, le lotte dei lavoratori e le 
mobilitazioni anti-imperialiste. In Italia, l’occupazione del duomo di 
Parma del 14 settembre 1968 fu uno degli avvenimenti più carichi di 
forza simbolica di quel periodo: gli occupanti, giovani cattolici, 
chiedevano una Chiesa più povera e libera dall’autoritarismo e dalla 
collusione con il potere. Iniziava a diffondersi all’interno della 
realtà ecclesiale una severa critica verso il collateralismo tra mondo 
cattolico e il partito della Democrazia Cristiana. In America latina, 
intanto, la Teologia della Liberazione ispirava una pratica di Chiesa 
schierata dalla parte degli ultimi e degli oppressi. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Lectio Magistralis di Sergio Staino</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4919130</link>
<description>Incontriamo Staino o l’amatissimo Bobo? il personaggio della 
generazione di mezzo che ha conosciuto il Sessantotto e ha pensato che 
da quell’anno in poi il mondo sarebbe diventato migliore. E invece ha 
visto arrivare piazza Fontana, le Brigate rosse, le bombe sui treni e 
alla stazione di Bologna, tangentopoli, la mucca pazza, l’afta 
epizootica, Sarajevo, le pulizie etniche e l’Aids. Bobo si ricorda 
ancora di quando in corteo scandiva lo slogan Yankee, go home. Ma 
questa volta Bobo vuole raccontarci qualcosa di personale e, siccome 
il personale è politico, anche come la sua storia umana si sia 
intrecciata con gli eventi di quegli anni, con le marce della Pace, 
con l’ottusità del partito che ancora faticava a cambiare, con i 
pretini di base che invece provavano a cambiare la chiesa, con il 
terzomondismo che vedevamo con gli occhi degli altri. Una storia 
tenera e tuttavia molto politica che Staino ci illustrerà con le sue 
tavole e che scandirà con commenti e analisi più profonde insieme al 
filosofo amico Marramao.

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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 12:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Sergio Staino</itunes:subtitle>
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generazione di mezzo che ha conosciuto il Sessantotto e ha pensato che 
da quell’anno in poi il mondo sarebbe diventato migliore. E invece ha 
visto arrivare piazza Fontana, le Brigate rosse, le bombe sui treni e 
alla stazione di Bologna, tangentopoli, la mucca pazza, l’afta 
epizootica, Sarajevo, le pulizie etniche e l’Aids. Bobo si ricorda 
ancora di quando in corteo scandiva lo slogan Yankee, go home. Ma 
questa volta Bobo vuole raccontarci qualcosa di personale e, siccome 
il personale è politico, anche come la sua storia umana si sia 
intrecciata con gli eventi di quegli anni, con le marce della Pace, 
con l’ottusità del partito che ancora faticava a cambiare, con i 
pretini di base che invece provavano a cambiare la chiesa, con il 
terzomondismo che vedevamo con gli occhi degli altri. Una storia 
tenera e tuttavia molto politica che Staino ci illustrerà con le sue 
tavole e che scandirà con commenti e analisi più profonde insieme al 
filosofo amico Marramao.

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Valle Giulia, frammenti di uno scontro di classe</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918844</link>
<description>“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io 
simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di 
poveri”. Gli studenti che si trovavano a Valle Giulia e che per la 
prima volta nella storia del movimento reagirono alle cariche della 
polizia contrattaccando, erano invece figli di papà “prepotenti, 
ricattatori e sicuri:/ prerogative piccoloborghesi”. Questa è l'idea 
che di quel giorno centrale nella storia del Sessantotto romano si 
fece Pier Paolo Pasolini, la cui presa di posizione scatenò infinite 
polemiche all'interno del PCI e del Movimento. Oggi, a quarant'anni di 
distanza, val la pena cercare di ricostruire cosa accadde quel 1 marzo 
1968 attraverso il ricordo di chi a Valle Giulia c'era e di chi invece 
l'ha solo sentita raccontare. 

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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di 
poveri”. Gli studenti che si trovavano a Valle Giulia e che per la 
prima volta nella storia del movimento reagirono alle cariche della 
polizia contrattaccando, erano invece figli di papà “prepotenti, 
ricattatori e sicuri:/ prerogative piccoloborghesi”. Questa è l'idea 
che di quel giorno centrale nella storia del Sessantotto romano si 
fece Pier Paolo Pasolini, la cui presa di posizione scatenò infinite 
polemiche all'interno del PCI e del Movimento. Oggi, a quarant'anni di 
distanza, val la pena cercare di ricostruire cosa accadde quel 1 marzo 
1968 attraverso il ricordo di chi a Valle Giulia c'era e di chi invece 
l'ha solo sentita raccontare. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>’68 e femminismo. Politica, sessualità, costume </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918830</link>
<description>Il Femminismo è un insieme eterogeneo e complesso che ha le sue radici 
prima degli accadimenti del Sessantotto, con caratteristiche peculiari 
in ogni paese. La rivoluzione di cui si fecero portavoce i movimenti 
femministi negli anni Sessanta e Settanta aveva come obiettivo quello 
di stravolgere un assetto precostituito e preordinato, rimettendo in 
discussione la gerarchia vigente dominata da rapporti di forza fondati 
sulla definizione di ruoli – sociali e politici – legati 
all’immaginario sessuale: una sessualità maschile “piena”, potente, 
attiva contro una sessualità femmile “cava”, vuota, mancante e 
passiva. Le parole dell’uguaglianza e della differenza si diffondono 
con sfumature diverse nella politica, nella filosofia, nel cinema, 
nell’arte, nel diritto, entrando a far parte della vita quotidiana 
attraverso il cambiamento nella trasmissione delle conoscenze e 
nell’interazione sociale. Cosa ha significato tutto ciò nel corso 
degli anni? Quale immagine di donna sopravvive al tempo? Quale 
sessualità vive nell’immaginario delle donne e degli uomini dopo il 
1968? 

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<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4918830/audio.mp3" length="73059464" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>’68 e femminismo. Politica, sessualità, costume </itunes:subtitle>
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prima degli accadimenti del Sessantotto, con caratteristiche peculiari 
in ogni paese. La rivoluzione di cui si fecero portavoce i movimenti 
femministi negli anni Sessanta e Settanta aveva come obiettivo quello 
di stravolgere un assetto precostituito e preordinato, rimettendo in 
discussione la gerarchia vigente dominata da rapporti di forza fondati 
sulla definizione di ruoli – sociali e politici – legati 
all’immaginario sessuale: una sessualità maschile “piena”, potente, 
attiva contro una sessualità femmile “cava”, vuota, mancante e 
passiva. Le parole dell’uguaglianza e della differenza si diffondono 
con sfumature diverse nella politica, nella filosofia, nel cinema, 
nell’arte, nel diritto, entrando a far parte della vita quotidiana 
attraverso il cambiamento nella trasmissione delle conoscenze e 
nell’interazione sociale. Cosa ha significato tutto ciò nel corso 
degli anni? Quale immagine di donna sopravvive al tempo? Quale 
sessualità vive nell’immaginario delle donne e degli uomini dopo il 
1968? 

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<title>versione italiana - ’68 e femminismo. Politica, sessualità, costume </title>
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prima degli accadimenti del Sessantotto, con caratteristiche peculiari 
in ogni paese. La rivoluzione di cui si fecero portavoce i movimenti 
femministi negli anni Sessanta e Settanta aveva come obiettivo quello 
di stravolgere un assetto precostituito e preordinato, rimettendo in 
discussione la gerarchia vigente dominata da rapporti di forza fondati 
sulla definizione di ruoli – sociali e politici – legati 
all’immaginario sessuale: una sessualità maschile “piena”, potente, 
attiva contro una sessualità femmile “cava”, vuota, mancante e 
passiva. Le parole dell’uguaglianza e della differenza si diffondono 
con sfumature diverse nella politica, nella filosofia, nel cinema, 
nell’arte, nel diritto, entrando a far parte della vita quotidiana 
attraverso il cambiamento nella trasmissione delle conoscenze e 
nell’interazione sociale. Cosa ha significato tutto ciò nel corso 
degli anni? Quale immagine di donna sopravvive al tempo? Quale 
sessualità vive nell’immaginario delle donne e degli uomini dopo il 
1968? 

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prima degli accadimenti del Sessantotto, con caratteristiche peculiari 
in ogni paese. La rivoluzione di cui si fecero portavoce i movimenti 
femministi negli anni Sessanta e Settanta aveva come obiettivo quello 
di stravolgere un assetto precostituito e preordinato, rimettendo in 
discussione la gerarchia vigente dominata da rapporti di forza fondati 
sulla definizione di ruoli – sociali e politici – legati 
all’immaginario sessuale: una sessualità maschile “piena”, potente, 
attiva contro una sessualità femmile “cava”, vuota, mancante e 
passiva. Le parole dell’uguaglianza e della differenza si diffondono 
con sfumature diverse nella politica, nella filosofia, nel cinema, 
nell’arte, nel diritto, entrando a far parte della vita quotidiana 
attraverso il cambiamento nella trasmissione delle conoscenze e 
nell’interazione sociale. Cosa ha significato tutto ciò nel corso 
degli anni? Quale immagine di donna sopravvive al tempo? Quale 
sessualità vive nell’immaginario delle donne e degli uomini dopo il 
1968? 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Etiche della rivolta: 1968 - 1989</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918836</link>
<description>Il 1968 e il 1989 sono due anni che, ciascuno a suo modo, hanno 
cambiato il mondo. Sembrano non avere nulla in comune. Critica delle 
democrazie occidentali il primo. Aspirazione alla democrazia 
occidentale il secondo. Questa l’apparenza. Pure, un più profondo filo 
lega i due eventi: lo spirito libertario, la necessità di una 
democrazia che abbia al suo centro la figura del “dissidente”, e non 
il conformismo di massa. Del resto, all’est, molti saranno i 
protagonisti di entrambi i movimenti, soprattutto in Polonia e 
Cecoslovacchia. D’altro canto, il ’68 occidentale in genere non capì 
la Primavera di Praga, e in larga misura si fece irretire nelle sirene 
maoiste. Mettere oggi a confronto, su entrambi quegli eventi, 
protagonisti del ’68 al di qua e al di là del “muro” può consentire di 
capire affinità e distanza tra due “etiche della rivolta”. A farlo 
sono i protagonisti diretti di quegli eventi, che nei loro paesi 
parteciparono non solo all’elaborazione del pensiero ma lo tradussero 
in azione. 

 

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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 10:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Etiche della rivolta: 1968 - 1989</itunes:subtitle>
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cambiato il mondo. Sembrano non avere nulla in comune. Critica delle 
democrazie occidentali il primo. Aspirazione alla democrazia 
occidentale il secondo. Questa l’apparenza. Pure, un più profondo filo 
lega i due eventi: lo spirito libertario, la necessità di una 
democrazia che abbia al suo centro la figura del “dissidente”, e non 
il conformismo di massa. Del resto, all’est, molti saranno i 
protagonisti di entrambi i movimenti, soprattutto in Polonia e 
Cecoslovacchia. D’altro canto, il ’68 occidentale in genere non capì 
la Primavera di Praga, e in larga misura si fece irretire nelle sirene 
maoiste. Mettere oggi a confronto, su entrambi quegli eventi, 
protagonisti del ’68 al di qua e al di là del “muro” può consentire di 
capire affinità e distanza tra due “etiche della rivolta”. A farlo 
sono i protagonisti diretti di quegli eventi, che nei loro paesi 
parteciparono non solo all’elaborazione del pensiero ma lo tradussero 
in azione. 

 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Etiche della rivolta: 1968 - 1989</title>
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<description>Il 1968 e il 1989 sono due anni che, ciascuno a suo modo, hanno 
cambiato il mondo. Sembrano non avere nulla in comune. Critica delle 
democrazie occidentali il primo. Aspirazione alla democrazia 
occidentale il secondo. Questa l’apparenza. Pure, un più profondo filo 
lega i due eventi: lo spirito libertario, la necessità di una 
democrazia che abbia al suo centro la figura del “dissidente”, e non 
il conformismo di massa. Del resto, all’est, molti saranno i 
protagonisti di entrambi i movimenti, soprattutto in Polonia e 
Cecoslovacchia. D’altro canto, il ’68 occidentale in genere non capì 
la Primavera di Praga, e in larga misura si fece irretire nelle sirene 
maoiste. Mettere oggi a confronto, su entrambi quegli eventi, 
protagonisti del ’68 al di qua e al di là del “muro” può consentire di 
capire affinità e distanza tra due “etiche della rivolta”. A farlo 
sono i protagonisti diretti di quegli eventi, che nei loro paesi 
parteciparono non solo all’elaborazione del pensiero ma lo tradussero 
in azione. 

 

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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 10:30:00 +0100</pubDate>
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cambiato il mondo. Sembrano non avere nulla in comune. Critica delle 
democrazie occidentali il primo. Aspirazione alla democrazia 
occidentale il secondo. Questa l’apparenza. Pure, un più profondo filo 
lega i due eventi: lo spirito libertario, la necessità di una 
democrazia che abbia al suo centro la figura del “dissidente”, e non 
il conformismo di massa. Del resto, all’est, molti saranno i 
protagonisti di entrambi i movimenti, soprattutto in Polonia e 
Cecoslovacchia. D’altro canto, il ’68 occidentale in genere non capì 
la Primavera di Praga, e in larga misura si fece irretire nelle sirene 
maoiste. Mettere oggi a confronto, su entrambi quegli eventi, 
protagonisti del ’68 al di qua e al di là del “muro” può consentire di 
capire affinità e distanza tra due “etiche della rivolta”. A farlo 
sono i protagonisti diretti di quegli eventi, che nei loro paesi 
parteciparono non solo all’elaborazione del pensiero ma lo tradussero 
in azione. 

 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>L'istituzione negata.</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918843</link>
<description>Nel corso dei secoli, l’atteggiamento relativo alla follia e al suo 
significato ha subito notevoli cambiamenti, spesso radicali. Nel suo 
famoso libro Storia della follia nell’età classica, Foucault 
ripercorre ex post il destino dei folli: i manicomi, strutture create 
nell’età moderna, sanciscono l’isolamento e l’internamento di ogni 
forma sociale che si scontri con la lucida razionalità. La 
psichiatria, moderna coscienza medica della follia, ha oscillato tra 
contenzione e cura, sullo sfondo della disumanizzazione propria delle 
“istituzioni totali”. In Italia è proprio nel 1968 che Franco Basaglia 
pubblica L’istituzione negata: nel corso di pochi anni si assiste a 
una rivoluzione culturale e medica, culminata nel 1978 con 
l’approvazione della legge 180 che impone la chiusura dei manicomi e 
regolamenta il trattamento sanitario obbligatorio. La legge 180 – e 
tutto il movimento che l’ha preceduta – abbatte la malattia mentale 
istituzionalizzata. Ma si è davvero riusciti ad abbattere la 
separazione tra malato mentale e società? Quali nuovi problemi ci 
troviamo oggi a dover affrontare? Quali prospettive si aprono per il 
futuro? 

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<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 19:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>L'istituzione negata.</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nel corso dei secoli, l’atteggiamento relativo alla follia e al suo 
significato ha subito notevoli cambiamenti, spesso radicali. Nel suo 
famoso libro Storia della follia nell’età classica, Foucault 
ripercorre ex post il destino dei folli: i manicomi, strutture create 
nell’età moderna, sanciscono l’isolamento e l’internamento di ogni 
forma sociale che si scontri con la lucida razionalità. La 
psichiatria, moderna coscienza medica della follia, ha oscillato tra 
contenzione e cura, sullo sfondo della disumanizzazione propria delle 
“istituzioni totali”. In Italia è proprio nel 1968 che Franco Basaglia 
pubblica L’istituzione negata: nel corso di pochi anni si assiste a 
una rivoluzione culturale e medica, culminata nel 1978 con 
l’approvazione della legge 180 che impone la chiusura dei manicomi e 
regolamenta il trattamento sanitario obbligatorio. La legge 180 – e 
tutto il movimento che l’ha preceduta – abbatte la malattia mentale 
istituzionalizzata. Ma si è davvero riusciti ad abbattere la 
separazione tra malato mentale e società? Quali nuovi problemi ci 
troviamo oggi a dover affrontare? Quali prospettive si aprono per il 
futuro? 

</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Al servizio della verità o serva del potere?</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918837</link>
<description>Niente come la scienza e la rigorosità del suo linguaggio 
logico-matematico costituiscono nell’immaginario comune il modello 
della conoscenza oggettiva. Anche quando questa conoscenza oggettiva 
non assume il volto rassicurante del progresso a servizio di tutti, ma 
quello temuto della tecnologia del controllo appannaggio di un’elite 
separata dal resto della società. La scienza non nasce però fuori 
dalla società, e la sua pretesa di neutralità deve fare i conti con il 
contesto sociale entro cui si inserisce lo stesso statuto 
epistemologico. Non si tratta semplicemente di indagare il rapporto 
tra la ricerca e chi la finanzia, fra la ricerca e applicazioni 
tecnologiche che ne possono derivare, ma tra lo stesso paradigma 
scientifico e le dinamiche di potere e di dominio di cui è intessuta 
una società nella quale il prodotto dell’intelligenza e della 
creatività umana rischia di divenire funzionale a un apparato di 
produzione che aspira a trasformarlo in merce. 

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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 15:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Al servizio della verità o serva del potere?</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Niente come la scienza e la rigorosità del suo linguaggio 
logico-matematico costituiscono nell’immaginario comune il modello 
della conoscenza oggettiva. Anche quando questa conoscenza oggettiva 
non assume il volto rassicurante del progresso a servizio di tutti, ma 
quello temuto della tecnologia del controllo appannaggio di un’elite 
separata dal resto della società. La scienza non nasce però fuori 
dalla società, e la sua pretesa di neutralità deve fare i conti con il 
contesto sociale entro cui si inserisce lo stesso statuto 
epistemologico. Non si tratta semplicemente di indagare il rapporto 
tra la ricerca e chi la finanzia, fra la ricerca e applicazioni 
tecnologiche che ne possono derivare, ma tra lo stesso paradigma 
scientifico e le dinamiche di potere e di dominio di cui è intessuta 
una società nella quale il prodotto dell’intelligenza e della 
creatività umana rischia di divenire funzionale a un apparato di 
produzione che aspira a trasformarlo in merce. 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Luis Sepúlveda</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918840</link>
<description>_"Quando sono nato ero già un fuggitivo, un latitante. Mia madre era 
ancora minorenne, e mio padre, di pochi anni più grande, era stato 
denunciato dal 'suocero'. Così sono stato partorito in un albergo, 
durante una pausa forzata di quella fuga d'amore con tanto di mandato 
di cattura. Sarà anche per questo, che ho sempre avuto la sensazione 
di non essere di alcun posto..." (da un intervista di Pino Cacucci del 
1996).
_Militante politico e grande affabulatore, testimone diretto di quanto 
accadde in quegli anni in America Latina, il luogo dove forse si è 
andati più vicino alla possibilità di realizzare il sogno 
rivoluzionario di tanti giovani, e di come questo sogno sia stato 
drammaticamente represso, Sepulveda è stato imprigionato e arrestato 
dalla polizia del dittatore Pinochet ma non ha perso la sua voglia di 
emozionarsi e emozionare. Sono nate così pagine di grande poesia e 
letteratura come il suo racconto più popolare, per bambini ma non 
solo, La Gabbianella e il Gatto che le insegnò a volare o come Il 
vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato al suo amico Chico 
Mendes, il leader dei Seringueros brasiliani, brutalmente ucciso nel 
1988. Nei ricordi di Sepulveda avremo modo di trovare quelle storie, 
quelle parole, quelle musiche quella volontà di resistere che ci 
fecero credere che qualcosa stava veramente cambiando, che _“il pueblo 
unido jamas será vencido”._

</description>
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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 18:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Luis Sepúlveda</itunes:subtitle>
<itunes:summary>_"Quando sono nato ero già un fuggitivo, un latitante. Mia madre era 
ancora minorenne, e mio padre, di pochi anni più grande, era stato 
denunciato dal 'suocero'. Così sono stato partorito in un albergo, 
durante una pausa forzata di quella fuga d'amore con tanto di mandato 
di cattura. Sarà anche per questo, che ho sempre avuto la sensazione 
di non essere di alcun posto..." (da un intervista di Pino Cacucci del 
1996).
_Militante politico e grande affabulatore, testimone diretto di quanto 
accadde in quegli anni in America Latina, il luogo dove forse si è 
andati più vicino alla possibilità di realizzare il sogno 
rivoluzionario di tanti giovani, e di come questo sogno sia stato 
drammaticamente represso, Sepulveda è stato imprigionato e arrestato 
dalla polizia del dittatore Pinochet ma non ha perso la sua voglia di 
emozionarsi e emozionare. Sono nate così pagine di grande poesia e 
letteratura come il suo racconto più popolare, per bambini ma non 
solo, La Gabbianella e il Gatto che le insegnò a volare o come Il 
vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato al suo amico Chico 
Mendes, il leader dei Seringueros brasiliani, brutalmente ucciso nel 
1988. Nei ricordi di Sepulveda avremo modo di trovare quelle storie, 
quelle parole, quelle musiche quella volontà di resistere che ci 
fecero credere che qualcosa stava veramente cambiando, che _“il pueblo 
unido jamas será vencido”._

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>versione italiana - Lectio Magistralis di Luis Sepúlveda</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918840</link>
<description>_"Quando sono nato ero già un fuggitivo, un latitante. Mia madre era 
ancora minorenne, e mio padre, di pochi anni più grande, era stato 
denunciato dal 'suocero'. Così sono stato partorito in un albergo, 
durante una pausa forzata di quella fuga d'amore con tanto di mandato 
di cattura. Sarà anche per questo, che ho sempre avuto la sensazione 
di non essere di alcun posto..." (da un intervista di Pino Cacucci del 
1996).
_Militante politico e grande affabulatore, testimone diretto di quanto 
accadde in quegli anni in America Latina, il luogo dove forse si è 
andati più vicino alla possibilità di realizzare il sogno 
rivoluzionario di tanti giovani, e di come questo sogno sia stato 
drammaticamente represso, Sepulveda è stato imprigionato e arrestato 
dalla polizia del dittatore Pinochet ma non ha perso la sua voglia di 
emozionarsi e emozionare. Sono nate così pagine di grande poesia e 
letteratura come il suo racconto più popolare, per bambini ma non 
solo, La Gabbianella e il Gatto che le insegnò a volare o come Il 
vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato al suo amico Chico 
Mendes, il leader dei Seringueros brasiliani, brutalmente ucciso nel 
1988. Nei ricordi di Sepulveda avremo modo di trovare quelle storie, 
quelle parole, quelle musiche quella volontà di resistere che ci 
fecero credere che qualcosa stava veramente cambiando, che _“il pueblo 
unido jamas será vencido”._

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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 18:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Lectio Magistralis di Luis Sepúlveda</itunes:subtitle>
<itunes:summary>_"Quando sono nato ero già un fuggitivo, un latitante. Mia madre era 
ancora minorenne, e mio padre, di pochi anni più grande, era stato 
denunciato dal 'suocero'. Così sono stato partorito in un albergo, 
durante una pausa forzata di quella fuga d'amore con tanto di mandato 
di cattura. Sarà anche per questo, che ho sempre avuto la sensazione 
di non essere di alcun posto..." (da un intervista di Pino Cacucci del 
1996).
_Militante politico e grande affabulatore, testimone diretto di quanto 
accadde in quegli anni in America Latina, il luogo dove forse si è 
andati più vicino alla possibilità di realizzare il sogno 
rivoluzionario di tanti giovani, e di come questo sogno sia stato 
drammaticamente represso, Sepulveda è stato imprigionato e arrestato 
dalla polizia del dittatore Pinochet ma non ha perso la sua voglia di 
emozionarsi e emozionare. Sono nate così pagine di grande poesia e 
letteratura come il suo racconto più popolare, per bambini ma non 
solo, La Gabbianella e il Gatto che le insegnò a volare o come Il 
vecchio che leggeva romanzi d’amore, dedicato al suo amico Chico 
Mendes, il leader dei Seringueros brasiliani, brutalmente ucciso nel 
1988. Nei ricordi di Sepulveda avremo modo di trovare quelle storie, 
quelle parole, quelle musiche quella volontà di resistere che ci 
fecero credere che qualcosa stava veramente cambiando, che _“il pueblo 
unido jamas será vencido”._

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>"Svolte d'epoca" con Eugenio Scalfari</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918846</link>
<description>Una vita di svolte, di cambiamenti, di metamorfosi, che si svolge nel 
corso di anni di radicale e profondo mutamento. Il racconto di 
un'epoca attraverso la storia personale di chi l'ha attraversata, da 
protagonista, e, allo stesso tempo, l'autobiografia di un uomo 
attraverso il ricordo di un'epoca. E' un gioco di rimandi tra il piano 
personale e quello sociale e culturale: due piani che nella vita di 
Eugenio Scalfari non si possono nettamente separare. Snodi 
esistenziali, che sono anche snodi storici. Dal Il Mondo di Pannunzio 
a L’Espresso di Benedetti, dal sessantotto ai giorni nostri, da La 
Repubblica alla seconda repubblica, senza mai dimenticare la res 
publica, Scalfari traccerà, con Antonio Gnoli, un quadro dell’Italia 
che ha conosciuto e della sua passione politica e civile.
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4918846/audio.mp3" length="66150344" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>"Svolte d'epoca" con Eugenio Scalfari</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Una vita di svolte, di cambiamenti, di metamorfosi, che si svolge nel 
corso di anni di radicale e profondo mutamento. Il racconto di 
un'epoca attraverso la storia personale di chi l'ha attraversata, da 
protagonista, e, allo stesso tempo, l'autobiografia di un uomo 
attraverso il ricordo di un'epoca. E' un gioco di rimandi tra il piano 
personale e quello sociale e culturale: due piani che nella vita di 
Eugenio Scalfari non si possono nettamente separare. Snodi 
esistenziali, che sono anche snodi storici. Dal Il Mondo di Pannunzio 
a L’Espresso di Benedetti, dal sessantotto ai giorni nostri, da La 
Repubblica alla seconda repubblica, senza mai dimenticare la res 
publica, Scalfari traccerà, con Antonio Gnoli, un quadro dell’Italia 
che ha conosciuto e della sua passione politica e civile.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Lectio Magistralis di Slavoj Žižek</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918842</link>
<description>Il titolo rimanda alla reazione di Jacques Lacan ai ben noti graffiti 
anti-strutturalisti sui muri della Parigi del ’68: le strutture non 
scendono in strada. Cioè: le grandi manifestazioni del ’68 di studenti 
e operai non si possono spiegare nei termini dello strutturalismo, 
ragion per cui alcuni storici intendono il 1968 addirittura come la 
data che separa lo strutturalismo dal post-strutturalismo, che era – 
così va avanti la storia – tanto più dinamico e incline a interventi 
politici attivi. La risposta di Lacan è stata che proprio questo è ciò 
che è accaduto nel 1968: le strutture sono scese nelle strade, vale a 
dire: gli eventi visibilmente esplosivi non erano altro che il 
risultato di uno squilibrio strutturale – nei termini di Lacan, del 
passaggio dal discorso del Padrone al discorso dell’Università. 
Occorre qui sollevare alcune questioni. Lacan aveva ragione? Il 
passaggio dal Padrone all’Università è davvero tutto ciò che è 
accaduto con gli eventi del ’68? L’entusiasmo ubriaco di libertà non 
era altro che un mezzo per rimpiazzare una forma di dominio con 
un’altra (ricordiamoci la sfida di Lacan agli studenti: Come 
rivoluzionari, voi siete degli isterici che chiedono un nuovo padrone. 
E lo avrete)? Seppur Lacan avesse avuto ragione, il ’68 è stato un 
evento singolo? O forse un evento diviso e ambiguo in cui differenti 
tendenze politiche hanno lottato per l’egemonia? Questo spiegherebbe 
il fatto che, mentre il ’68 è stato gloriosamente appropriato 
dall’ideologia egemonica come un’esplosione di libertà sessuale e di 
creatività antigerarchica, Nicolas Sarkozy ha potuto affermare nella 
sua campagna elettorale del 2007 che il suo grande obiettivo è far sì 
che la Francia superi infine il ’68. Così c’è un loro ’68 e un nostro 
’68 – nella memoria ideologica di oggi, la nostra idea basilare delle 
manifestazioni di Maggio, il legame tra la protesta degli studenti e 
gli scioperi degli operai, è dimenticata. E, infine, la questione 
maggiore: se, come sostiene Alain Badiou, il Maggio ’68 è stato la 
fine di
un’epoca, segnalando (insieme alla Rivoluzione Culturale Cinese) 
l’esaurimento definitivo della grandiosa serie politico-rivoluzionaria 
che è iniziata con la Rivoluzione d’Ottobre, dove siamo oggi? Noi che 
ancora contiamo su un’alternativa radicale al capitalismo 
democratico-parlamentare, siamo costretti a ritirarci e ad agire da 
differenti siti di resistenza o possiamo ancora immaginare un 
intervento politico più radicale? 

</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4918842/audio.mp3" length="60499905" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 19:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Slavoj Žižek</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Il titolo rimanda alla reazione di Jacques Lacan ai ben noti graffiti 
anti-strutturalisti sui muri della Parigi del ’68: le strutture non 
scendono in strada. Cioè: le grandi manifestazioni del ’68 di studenti 
e operai non si possono spiegare nei termini dello strutturalismo, 
ragion per cui alcuni storici intendono il 1968 addirittura come la 
data che separa lo strutturalismo dal post-strutturalismo, che era – 
così va avanti la storia – tanto più dinamico e incline a interventi 
politici attivi. La risposta di Lacan è stata che proprio questo è ciò 
che è accaduto nel 1968: le strutture sono scese nelle strade, vale a 
dire: gli eventi visibilmente esplosivi non erano altro che il 
risultato di uno squilibrio strutturale – nei termini di Lacan, del 
passaggio dal discorso del Padrone al discorso dell’Università. 
Occorre qui sollevare alcune questioni. Lacan aveva ragione? Il 
passaggio dal Padrone all’Università è davvero tutto ciò che è 
accaduto con gli eventi del ’68? L’entusiasmo ubriaco di libertà non 
era altro che un mezzo per rimpiazzare una forma di dominio con 
un’altra (ricordiamoci la sfida di Lacan agli studenti: Come 
rivoluzionari, voi siete degli isterici che chiedono un nuovo padrone. 
E lo avrete)? Seppur Lacan avesse avuto ragione, il ’68 è stato un 
evento singolo? O forse un evento diviso e ambiguo in cui differenti 
tendenze politiche hanno lottato per l’egemonia? Questo spiegherebbe 
il fatto che, mentre il ’68 è stato gloriosamente appropriato 
dall’ideologia egemonica come un’esplosione di libertà sessuale e di 
creatività antigerarchica, Nicolas Sarkozy ha potuto affermare nella 
sua campagna elettorale del 2007 che il suo grande obiettivo è far sì 
che la Francia superi infine il ’68. Così c’è un loro ’68 e un nostro 
’68 – nella memoria ideologica di oggi, la nostra idea basilare delle 
manifestazioni di Maggio, il legame tra la protesta degli studenti e 
gli scioperi degli operai, è dimenticata. E, infine, la questione 
maggiore: se, come sostiene Alain Badiou, il Maggio ’68 è stato la 
fine di
un’epoca, segnalando (insieme alla Rivoluzione Culturale Cinese) 
l’esaurimento definitivo della grandiosa serie politico-rivoluzionaria 
che è iniziata con la Rivoluzione d’Ottobre, dove siamo oggi? Noi che 
ancora contiamo su un’alternativa radicale al capitalismo 
democratico-parlamentare, siamo costretti a ritirarci e ad agire da 
differenti siti di resistenza o possiamo ancora immaginare un 
intervento politico più radicale? 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Lectio Magistralis di Slavoj Žižek</title>
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anti-strutturalisti sui muri della Parigi del ’68: le strutture non 
scendono in strada. Cioè: le grandi manifestazioni del ’68 di studenti 
e operai non si possono spiegare nei termini dello strutturalismo, 
ragion per cui alcuni storici intendono il 1968 addirittura come la 
data che separa lo strutturalismo dal post-strutturalismo, che era – 
così va avanti la storia – tanto più dinamico e incline a interventi 
politici attivi. La risposta di Lacan è stata che proprio questo è ciò 
che è accaduto nel 1968: le strutture sono scese nelle strade, vale a 
dire: gli eventi visibilmente esplosivi non erano altro che il 
risultato di uno squilibrio strutturale – nei termini di Lacan, del 
passaggio dal discorso del Padrone al discorso dell’Università. 
Occorre qui sollevare alcune questioni. Lacan aveva ragione? Il 
passaggio dal Padrone all’Università è davvero tutto ciò che è 
accaduto con gli eventi del ’68? L’entusiasmo ubriaco di libertà non 
era altro che un mezzo per rimpiazzare una forma di dominio con 
un’altra (ricordiamoci la sfida di Lacan agli studenti: Come 
rivoluzionari, voi siete degli isterici che chiedono un nuovo padrone. 
E lo avrete)? Seppur Lacan avesse avuto ragione, il ’68 è stato un 
evento singolo? O forse un evento diviso e ambiguo in cui differenti 
tendenze politiche hanno lottato per l’egemonia? Questo spiegherebbe 
il fatto che, mentre il ’68 è stato gloriosamente appropriato 
dall’ideologia egemonica come un’esplosione di libertà sessuale e di 
creatività antigerarchica, Nicolas Sarkozy ha potuto affermare nella 
sua campagna elettorale del 2007 che il suo grande obiettivo è far sì 
che la Francia superi infine il ’68. Così c’è un loro ’68 e un nostro 
’68 – nella memoria ideologica di oggi, la nostra idea basilare delle 
manifestazioni di Maggio, il legame tra la protesta degli studenti e 
gli scioperi degli operai, è dimenticata. E, infine, la questione 
maggiore: se, come sostiene Alain Badiou, il Maggio ’68 è stato la 
fine di
un’epoca, segnalando (insieme alla Rivoluzione Culturale Cinese) 
l’esaurimento definitivo della grandiosa serie politico-rivoluzionaria 
che è iniziata con la Rivoluzione d’Ottobre, dove siamo oggi? Noi che 
ancora contiamo su un’alternativa radicale al capitalismo 
democratico-parlamentare, siamo costretti a ritirarci e ad agire da 
differenti siti di resistenza o possiamo ancora immaginare un 
intervento politico più radicale? 

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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 19:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Il titolo rimanda alla reazione di Jacques Lacan ai ben noti graffiti 
anti-strutturalisti sui muri della Parigi del ’68: le strutture non 
scendono in strada. Cioè: le grandi manifestazioni del ’68 di studenti 
e operai non si possono spiegare nei termini dello strutturalismo, 
ragion per cui alcuni storici intendono il 1968 addirittura come la 
data che separa lo strutturalismo dal post-strutturalismo, che era – 
così va avanti la storia – tanto più dinamico e incline a interventi 
politici attivi. La risposta di Lacan è stata che proprio questo è ciò 
che è accaduto nel 1968: le strutture sono scese nelle strade, vale a 
dire: gli eventi visibilmente esplosivi non erano altro che il 
risultato di uno squilibrio strutturale – nei termini di Lacan, del 
passaggio dal discorso del Padrone al discorso dell’Università. 
Occorre qui sollevare alcune questioni. Lacan aveva ragione? Il 
passaggio dal Padrone all’Università è davvero tutto ciò che è 
accaduto con gli eventi del ’68? L’entusiasmo ubriaco di libertà non 
era altro che un mezzo per rimpiazzare una forma di dominio con 
un’altra (ricordiamoci la sfida di Lacan agli studenti: Come 
rivoluzionari, voi siete degli isterici che chiedono un nuovo padrone. 
E lo avrete)? Seppur Lacan avesse avuto ragione, il ’68 è stato un 
evento singolo? O forse un evento diviso e ambiguo in cui differenti 
tendenze politiche hanno lottato per l’egemonia? Questo spiegherebbe 
il fatto che, mentre il ’68 è stato gloriosamente appropriato 
dall’ideologia egemonica come un’esplosione di libertà sessuale e di 
creatività antigerarchica, Nicolas Sarkozy ha potuto affermare nella 
sua campagna elettorale del 2007 che il suo grande obiettivo è far sì 
che la Francia superi infine il ’68. Così c’è un loro ’68 e un nostro 
’68 – nella memoria ideologica di oggi, la nostra idea basilare delle 
manifestazioni di Maggio, il legame tra la protesta degli studenti e 
gli scioperi degli operai, è dimenticata. E, infine, la questione 
maggiore: se, come sostiene Alain Badiou, il Maggio ’68 è stato la 
fine di
un’epoca, segnalando (insieme alla Rivoluzione Culturale Cinese) 
l’esaurimento definitivo della grandiosa serie politico-rivoluzionaria 
che è iniziata con la Rivoluzione d’Ottobre, dove siamo oggi? Noi che 
ancora contiamo su un’alternativa radicale al capitalismo 
democratico-parlamentare, siamo costretti a ritirarci e ad agire da 
differenti siti di resistenza o possiamo ancora immaginare un 
intervento politico più radicale? 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>"Il cinema del '68" con Bernardo Bertolucci</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918845</link>
<description>Nel ’68 uscirono nelle sale italiane quasi trecento film, tra essi 
alcune pietre miliari della cinematografia mondiale, Gangster story di 
Arthur Penn, 2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick, capolavori 
di comicità come Hollywood Party di Blake Edwards e dell'horror come 
Rosemary's Baby di Roman Polansky e La notte dei morti viventi di 
George A.Romero, che era anche un lucido apologo rivoluzionario. Dalla 
Francia arrivavano il delicato Baci rubati di Francois Truffaut ma 
anche Weekend di Jean Luc Godard, vero e proprio manifesto contro la 
società dei consumi tanto odiata dai sessantottini. Il nuovo cinema 
tedesco raggiungeva il suo apice con Scene di caccia in bassa Baviera 
di Peter Fleischmann, mentre da Hollywood arrivava Il laureato di Mike 
Nichols, altro campione del ribellismo contro una società ipocrita e 
falsa ritmato dalle canzoni di Simon &amp; Garfunkel. Sul fronte della 
liberazione sessuale Barbarella di Roger Vadim trasformava Jane Fonda, 
la futura Hanoi Jane, in un'icona sexy, Claude Chabrol esplorava senza 
falsi pudori i rapporti tra donne in Les Biches. E in Italia? Il 
cinema italiano schierò nel '68, solo per citarne alcuni, una 
pattuglia di grandi autori: Liliana Cavani con l'anticlericale 
Galileo, Carlo Lizzani con il cronachistico Banditi a Milano, Pier 
Paolo Pasolini con l'antiborghese Teorema, Nelo Risi col rigoroso 
Diario di una schizofrenica, mentre Monica Vitti, ne La ragazza con la 
pistola di Mario Monicelli, fornì una sua versione dell'emancipazione 
femminile. E Bernardo Bertolucci, che nel ’68 firmava il dostoevskiano 
Partner. Bertolucci, accompagnato da Gianni Borgna, racconterà la sua 
personale visione di quel cinema. Cinema che insieme è testimonianza, 
descrizione, denuncia sociale, racconto, favola. Cinema che un grande 
maestro come Bertolucci ha continuato a rappresentare con i suoi 
capolavori assoluti, da Ultimo tango a Parigi, a Novecento, L’ultimo 
imperatore, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, fino a The Dreamers, 
film che ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni 
sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968.</description>
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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 17:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>"Il cinema del '68" con Bernardo Bertolucci</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nel ’68 uscirono nelle sale italiane quasi trecento film, tra essi 
alcune pietre miliari della cinematografia mondiale, Gangster story di 
Arthur Penn, 2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick, capolavori 
di comicità come Hollywood Party di Blake Edwards e dell'horror come 
Rosemary's Baby di Roman Polansky e La notte dei morti viventi di 
George A.Romero, che era anche un lucido apologo rivoluzionario. Dalla 
Francia arrivavano il delicato Baci rubati di Francois Truffaut ma 
anche Weekend di Jean Luc Godard, vero e proprio manifesto contro la 
società dei consumi tanto odiata dai sessantottini. Il nuovo cinema 
tedesco raggiungeva il suo apice con Scene di caccia in bassa Baviera 
di Peter Fleischmann, mentre da Hollywood arrivava Il laureato di Mike 
Nichols, altro campione del ribellismo contro una società ipocrita e 
falsa ritmato dalle canzoni di Simon &amp; Garfunkel. Sul fronte della 
liberazione sessuale Barbarella di Roger Vadim trasformava Jane Fonda, 
la futura Hanoi Jane, in un'icona sexy, Claude Chabrol esplorava senza 
falsi pudori i rapporti tra donne in Les Biches. E in Italia? Il 
cinema italiano schierò nel '68, solo per citarne alcuni, una 
pattuglia di grandi autori: Liliana Cavani con l'anticlericale 
Galileo, Carlo Lizzani con il cronachistico Banditi a Milano, Pier 
Paolo Pasolini con l'antiborghese Teorema, Nelo Risi col rigoroso 
Diario di una schizofrenica, mentre Monica Vitti, ne La ragazza con la 
pistola di Mario Monicelli, fornì una sua versione dell'emancipazione 
femminile. E Bernardo Bertolucci, che nel ’68 firmava il dostoevskiano 
Partner. Bertolucci, accompagnato da Gianni Borgna, racconterà la sua 
personale visione di quel cinema. Cinema che insieme è testimonianza, 
descrizione, denuncia sociale, racconto, favola. Cinema che un grande 
maestro come Bertolucci ha continuato a rappresentare con i suoi 
capolavori assoluti, da Ultimo tango a Parigi, a Novecento, L’ultimo 
imperatore, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, fino a The Dreamers, 
film che ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni 
sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Ettore Scola, Goffredo Bettini</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4918847</link>
<description> A seguire proiezione del film _"C'eravamo tanto amati" (1974)_

Gli anni ’70 si rivelano estremamente importanti per Ettore Scola, 
soprattutto grazie a un film che ripercorre trent’anni di storia 
italiana, dal 1945 al 1975. C’eravamo tanto amati racconta le storie 
di tre partigiani divenuti amici combattendo insieme per la 
liberazione – Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e 
Nicola (Stefano Satta Flores) – che si innamorano della stessa donna, 
Luciana (Stefania Sandrelli). Attraverso le vicissitudini dei 
protagonisti, Scola disegna la storia italiana di quegli anni, 
riproponendone i miti, le disillusioni e le speranze, sullo sfondo di 
un’Italia in rapido mutamento. Ma i film del Maestro Scola sono tanti, 
tutti disegnano una parabola dell’Italia tra splendori e debolezze, 
dal Il Commissario Pepe (1969) a Brutti, sporchi e cattivi (1976), La 
terrazza (1980), La famiglia (1987), La cena (1998) e il più recente 
Gente di Roma (2003). Goffredo Bettini, presidente della Festa del 
Cinema di Roma e Ettore Scola raccontano quel cinema italiano 
d’autore, fatto di grandi sceneggiature e di grandi attori, che tanto 
successo ha riscosso nelle sale cinematografiche non solo italiane.

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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 20:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary> A seguire proiezione del film _"C'eravamo tanto amati" (1974)_

Gli anni ’70 si rivelano estremamente importanti per Ettore Scola, 
soprattutto grazie a un film che ripercorre trent’anni di storia 
italiana, dal 1945 al 1975. C’eravamo tanto amati racconta le storie 
di tre partigiani divenuti amici combattendo insieme per la 
liberazione – Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e 
Nicola (Stefano Satta Flores) – che si innamorano della stessa donna, 
Luciana (Stefania Sandrelli). Attraverso le vicissitudini dei 
protagonisti, Scola disegna la storia italiana di quegli anni, 
riproponendone i miti, le disillusioni e le speranze, sullo sfondo di 
un’Italia in rapido mutamento. Ma i film del Maestro Scola sono tanti, 
tutti disegnano una parabola dell’Italia tra splendori e debolezze, 
dal Il Commissario Pepe (1969) a Brutti, sporchi e cattivi (1976), La 
terrazza (1980), La famiglia (1987), La cena (1998) e il più recente 
Gente di Roma (2003). Goffredo Bettini, presidente della Festa del 
Cinema di Roma e Ettore Scola raccontano quel cinema italiano 
d’autore, fatto di grandi sceneggiature e di grandi attori, che tanto 
successo ha riscosso nelle sale cinematografiche non solo italiane.

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<title>Elio Matassi, Franco Volpi, Stefano Catucci</title>
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<description>La contestazione che il ’68 mosse alle istituzioni ufficiali della 
sinistra e del movimento operaio si avvalse di strumenti teorici che 
in gran parte riprendevano tendenze eretiche o minoritarie del 
marxismo. La critica da sinistra del burocratismo che investiva tanto 
i partiti operai dell’occidente quanto i regimi del socialismo reale 
attingeva a filoni del pensiero marxista che fino ad allora erano 
stati marginalizzati perché in conflitto con l’ortodossia ufficiale 
terzinternazionalista. Si colloca nell’ambito di una tale ricerca la 
riscoperta di opere come Storia e coscienza di classe di Lukács – 
nella quale si attuava un ripensamento del marxismo attorno alle 
categorie del feticismo e della reificazione, in contrasto con Engels 
e con la tradizione che ne era derivata – o Marxismo e filosofia di 
Korsch, che, uscita nel 1923, aveva contribuito alla riapertura della 
discussione su Marx.

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<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 11:00:00 +0100</pubDate>
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sinistra e del movimento operaio si avvalse di strumenti teorici che 
in gran parte riprendevano tendenze eretiche o minoritarie del 
marxismo. La critica da sinistra del burocratismo che investiva tanto 
i partiti operai dell’occidente quanto i regimi del socialismo reale 
attingeva a filoni del pensiero marxista che fino ad allora erano 
stati marginalizzati perché in conflitto con l’ortodossia ufficiale 
terzinternazionalista. Si colloca nell’ambito di una tale ricerca la 
riscoperta di opere come Storia e coscienza di classe di Lukács – 
nella quale si attuava un ripensamento del marxismo attorno alle 
categorie del feticismo e della reificazione, in contrasto con Engels 
e con la tradizione che ne era derivata – o Marxismo e filosofia di 
Korsch, che, uscita nel 1923, aveva contribuito alla riapertura della 
discussione su Marx.

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<title>Stefano Petrucciani, Gian Enrico Rusconi, Cinzia Sciuto</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4920715</link>
<description>Alcuni dei principali esponenti della Scuola di Francoforte – Theodor 
Adorno, Max Horkheimer ma soprattutto Herbert Marcuse – sono 
tradizionalmente considerati i principali ispiratori teorici dei 
movimenti studenteschi del Sessantotto. La loro teoria critica della 
società, con la radicale messa in discussione dell'autoritarismo, 
della società dei consumi, dell'industria culturale, riusciva ad 
andare oltre il tradizionale marxismo ed è stata certamente 
fondamentale per il movimento. Ma quanto questi pensatori furono 
davvero determinanti nell'elaborazione teorica del Sessantotto? E 
quanto invece il movimento rimase legato ad alcuni elementi più 
tradizionali del marxismo, allontanandosi in alcuni punti cruciali dai 
francofortesi? Un rapporto ambiguo che si snoda tra ambiguità teoriche 
e conflitti talvolta anche personali.


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<pubDate>Sun, 20 Apr 2008 11:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Stefano Petrucciani, Gian Enrico Rusconi, Cinzia Sciuto</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Alcuni dei principali esponenti della Scuola di Francoforte – Theodor 
Adorno, Max Horkheimer ma soprattutto Herbert Marcuse – sono 
tradizionalmente considerati i principali ispiratori teorici dei 
movimenti studenteschi del Sessantotto. La loro teoria critica della 
società, con la radicale messa in discussione dell'autoritarismo, 
della società dei consumi, dell'industria culturale, riusciva ad 
andare oltre il tradizionale marxismo ed è stata certamente 
fondamentale per il movimento. Ma quanto questi pensatori furono 
davvero determinanti nell'elaborazione teorica del Sessantotto? E 
quanto invece il movimento rimase legato ad alcuni elementi più 
tradizionali del marxismo, allontanandosi in alcuni punti cruciali dai 
francofortesi? Un rapporto ambiguo che si snoda tra ambiguità teoriche 
e conflitti talvolta anche personali.


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