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<title>"coScienza globale"  Festival delle Scienze 2008 </title>
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Festival delle Scienze 2008
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<managingEditor>news@auditorium.com</managingEditor>
<copyright>Copywright 2007- Fondazione Musica per Roma</copyright>
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<title>"coScienza globale"  Festival delle Scienze 2008 </title>
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<webMaster>news@auditorium.com</webMaster>
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Festival delle Scienze 2008
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<itunes:name>Francesca Pompili</itunes:name>
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<title>Rajendra Kumar Pachauri, Walter Veltroni</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911547</link>
<description>_*Il clima e lo stato del Pianeta.*
Il  ruolo della scienza, i doveri della politica
_
Il Premio Nobel per la Pace 2007 è stato conferito ad Al Gore e 
all’IPCC, Panel Intergovernativo per i mutamenti climatici, nella 
persona del presidente Rajendra Kumar Pachauri.
Nel corso del suo discorso alla cerimonia di consegna del Nobel, a 
Oslo, Pachauri ha sostenuto che l'effetto serra comporterà gravi 
conseguenze sull'acqua potabile, sull’alimentazione, sulle condizioni 
sanitarie, sulle risorse ecologiche e sulla sicurezza alla vita del 
genere umano, provocando migrazioni bibliche di una gran massa di 
popolazione e causando contrasti forti, in altri termini conflitti e 
guerre. Nei prossimi 12 anni nel continente africano 250 milioni di 
persone potrebbero trovarsi di fronte a una sempre più crescente 
pressione dovuta alla mancanza d'acqua.  Di fronte a tutto ciò  si 
ridisegnerà un  nuovo assetto degli equilibri internazionali.
Pachuari ha fortemente ribadito che se si vuole affrontare e  
risolvere questo problema è necessaria la determinazione dei leader 
politici in grado di intraprendere iniziative, e un cambiamento dei 
nostri stili di vita; c'è bisogno di un'iniziativa congiunta a livello 
transnazionale intrapresa nel settore tecno-scientifico e 
dell'adozione da parte dei vari paesi al mondo di azioni tempestive e 
adatte finalizzate ad evitare le minacce apportate dal cambiamento 
climatico.
Di questo Pachauri dialogherà con Walter Veltroni, Sindaco di Roma e 
Segretario del Partito Democratico.
Nella convinzione che combattere il riscaldamento globale, prima 
ancora che un dovere etico verso le generazioni future, sia un 
interesse sociale e economico. Il clima che cambia infatti costa e 
costerà molto di più delle misure necessarie a stabilizzarlo, e già 
ora penalizza per primi e con più violenza i più deboli, siano gli 
agricoltori delle regioni africane colpite dalla desertificazione o i 
poveri di New Orleans sommersa dall’Uragano Katrina. La politica deve 
prendere rapidamente le misure di queste novità epocali.


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<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Rajendra Kumar Pachauri, Walter Veltroni</itunes:subtitle>
<itunes:summary>_*Il clima e lo stato del Pianeta.*
Il  ruolo della scienza, i doveri della politica
_
Il Premio Nobel per la Pace 2007 è stato conferito ad Al Gore e 
all’IPCC, Panel Intergovernativo per i mutamenti climatici, nella 
persona del presidente Rajendra Kumar Pachauri.
Nel corso del suo discorso alla cerimonia di consegna del Nobel, a 
Oslo, Pachauri ha sostenuto che l'effetto serra comporterà gravi 
conseguenze sull'acqua potabile, sull’alimentazione, sulle condizioni 
sanitarie, sulle risorse ecologiche e sulla sicurezza alla vita del 
genere umano, provocando migrazioni bibliche di una gran massa di 
popolazione e causando contrasti forti, in altri termini conflitti e 
guerre. Nei prossimi 12 anni nel continente africano 250 milioni di 
persone potrebbero trovarsi di fronte a una sempre più crescente 
pressione dovuta alla mancanza d'acqua.  Di fronte a tutto ciò  si 
ridisegnerà un  nuovo assetto degli equilibri internazionali.
Pachuari ha fortemente ribadito che se si vuole affrontare e  
risolvere questo problema è necessaria la determinazione dei leader 
politici in grado di intraprendere iniziative, e un cambiamento dei 
nostri stili di vita; c'è bisogno di un'iniziativa congiunta a livello 
transnazionale intrapresa nel settore tecno-scientifico e 
dell'adozione da parte dei vari paesi al mondo di azioni tempestive e 
adatte finalizzate ad evitare le minacce apportate dal cambiamento 
climatico.
Di questo Pachauri dialogherà con Walter Veltroni, Sindaco di Roma e 
Segretario del Partito Democratico.
Nella convinzione che combattere il riscaldamento globale, prima 
ancora che un dovere etico verso le generazioni future, sia un 
interesse sociale e economico. Il clima che cambia infatti costa e 
costerà molto di più delle misure necessarie a stabilizzarlo, e già 
ora penalizza per primi e con più violenza i più deboli, siano gli 
agricoltori delle regioni africane colpite dalla desertificazione o i 
poveri di New Orleans sommersa dall’Uragano Katrina. La politica deve 
prendere rapidamente le misure di queste novità epocali.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Rajendra Kumar Pachauri, Walter Veltroni</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911547</link>
<description>_*Il clima e lo stato del Pianeta.*
Il  ruolo della scienza, i doveri della politica
_
Il Premio Nobel per la Pace 2007 è stato conferito ad Al Gore e 
all’IPCC, Panel Intergovernativo per i mutamenti climatici, nella 
persona del presidente Rajendra Kumar Pachauri.
Nel corso del suo discorso alla cerimonia di consegna del Nobel, a 
Oslo, Pachauri ha sostenuto che l'effetto serra comporterà gravi 
conseguenze sull'acqua potabile, sull’alimentazione, sulle condizioni 
sanitarie, sulle risorse ecologiche e sulla sicurezza alla vita del 
genere umano, provocando migrazioni bibliche di una gran massa di 
popolazione e causando contrasti forti, in altri termini conflitti e 
guerre. Nei prossimi 12 anni nel continente africano 250 milioni di 
persone potrebbero trovarsi di fronte a una sempre più crescente 
pressione dovuta alla mancanza d'acqua.  Di fronte a tutto ciò  si 
ridisegnerà un  nuovo assetto degli equilibri internazionali.
Pachuari ha fortemente ribadito che se si vuole affrontare e  
risolvere questo problema è necessaria la determinazione dei leader 
politici in grado di intraprendere iniziative, e un cambiamento dei 
nostri stili di vita; c'è bisogno di un'iniziativa congiunta a livello 
transnazionale intrapresa nel settore tecno-scientifico e 
dell'adozione da parte dei vari paesi al mondo di azioni tempestive e 
adatte finalizzate ad evitare le minacce apportate dal cambiamento 
climatico.
Di questo Pachauri dialogherà con Walter Veltroni, Sindaco di Roma e 
Segretario del Partito Democratico.
Nella convinzione che combattere il riscaldamento globale, prima 
ancora che un dovere etico verso le generazioni future, sia un 
interesse sociale e economico. Il clima che cambia infatti costa e 
costerà molto di più delle misure necessarie a stabilizzarlo, e già 
ora penalizza per primi e con più violenza i più deboli, siano gli 
agricoltori delle regioni africane colpite dalla desertificazione o i 
poveri di New Orleans sommersa dall’Uragano Katrina. La politica deve 
prendere rapidamente le misure di queste novità epocali.


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<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>_*Il clima e lo stato del Pianeta.*
Il  ruolo della scienza, i doveri della politica
_
Il Premio Nobel per la Pace 2007 è stato conferito ad Al Gore e 
all’IPCC, Panel Intergovernativo per i mutamenti climatici, nella 
persona del presidente Rajendra Kumar Pachauri.
Nel corso del suo discorso alla cerimonia di consegna del Nobel, a 
Oslo, Pachauri ha sostenuto che l'effetto serra comporterà gravi 
conseguenze sull'acqua potabile, sull’alimentazione, sulle condizioni 
sanitarie, sulle risorse ecologiche e sulla sicurezza alla vita del 
genere umano, provocando migrazioni bibliche di una gran massa di 
popolazione e causando contrasti forti, in altri termini conflitti e 
guerre. Nei prossimi 12 anni nel continente africano 250 milioni di 
persone potrebbero trovarsi di fronte a una sempre più crescente 
pressione dovuta alla mancanza d'acqua.  Di fronte a tutto ciò  si 
ridisegnerà un  nuovo assetto degli equilibri internazionali.
Pachuari ha fortemente ribadito che se si vuole affrontare e  
risolvere questo problema è necessaria la determinazione dei leader 
politici in grado di intraprendere iniziative, e un cambiamento dei 
nostri stili di vita; c'è bisogno di un'iniziativa congiunta a livello 
transnazionale intrapresa nel settore tecno-scientifico e 
dell'adozione da parte dei vari paesi al mondo di azioni tempestive e 
adatte finalizzate ad evitare le minacce apportate dal cambiamento 
climatico.
Di questo Pachauri dialogherà con Walter Veltroni, Sindaco di Roma e 
Segretario del Partito Democratico.
Nella convinzione che combattere il riscaldamento globale, prima 
ancora che un dovere etico verso le generazioni future, sia un 
interesse sociale e economico. Il clima che cambia infatti costa e 
costerà molto di più delle misure necessarie a stabilizzarlo, e già 
ora penalizza per primi e con più violenza i più deboli, siano gli 
agricoltori delle regioni africane colpite dalla desertificazione o i 
poveri di New Orleans sommersa dall’Uragano Katrina. La politica deve 
prendere rapidamente le misure di queste novità epocali.


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<title>Massimiano Bucchi, Giulio Giorello, Paolo Rossi, Steven Shaplin</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911548</link>
<description>Il ruolo della scienza e della tecnologia nelle sfide globali che 
interessano il futuro del pianeta viene spesso rappresentato, nei 
dibattiti pubblici, ricorrendo a stereotipi e a semplificazioni. Una 
per tutte, la categoria indefinita e minacciosa di “Tecnoscienza”. Più 
raro è che si affrontino le molte sfaccettature e ambiguità della 
questione, a cominciare dal fatto, già evidenziato da Bacone, che le 
capacità tecnologiche umane sono, al contempo, una possibile minaccia 
e una risorsa indispensabile per trovare soluzioni innovative. La 
scienza e la tecnologia, nelle loro rispettive differenze di statuto e 
di finalità ma anche nei loro stretti intrecci, costituiscono una 
dimensione della creatività umana che ambisce ad essere universale, 
cioè patrimonio comune di tutte le società umane. Le esigenze di 
specializzazione incontrano la necessità, altrettanto legittima, di 
condividere le conoscenze scientifiche e di comunicare efficacemente i 
risultati delle ricerche all’opinione pubblica. La percezione sociale 
e immaginifica della scienza interagisce, a sua volta, con le 
specificità culturali, con i condizionamenti economici e con le 
sensibilità (o insensibilità) delle classi dirigenti nazionali. Questa 
matassa aggrovigliata verrà affrontata, nella tavola rotonda, da 
autorevoli storici della scienza, filosofi della scienza e sociologi 
della scienza, come segno tangibile dei molti sguardi necessari per 
comprendere l’evoluzione dei rapporti fra scienza e società nell’era 
dell’interdipendenza globale. La scienza: parte del problema e parte 
della soluzione.


 


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<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Il ruolo della scienza e della tecnologia nelle sfide globali che 
interessano il futuro del pianeta viene spesso rappresentato, nei 
dibattiti pubblici, ricorrendo a stereotipi e a semplificazioni. Una 
per tutte, la categoria indefinita e minacciosa di “Tecnoscienza”. Più 
raro è che si affrontino le molte sfaccettature e ambiguità della 
questione, a cominciare dal fatto, già evidenziato da Bacone, che le 
capacità tecnologiche umane sono, al contempo, una possibile minaccia 
e una risorsa indispensabile per trovare soluzioni innovative. La 
scienza e la tecnologia, nelle loro rispettive differenze di statuto e 
di finalità ma anche nei loro stretti intrecci, costituiscono una 
dimensione della creatività umana che ambisce ad essere universale, 
cioè patrimonio comune di tutte le società umane. Le esigenze di 
specializzazione incontrano la necessità, altrettanto legittima, di 
condividere le conoscenze scientifiche e di comunicare efficacemente i 
risultati delle ricerche all’opinione pubblica. La percezione sociale 
e immaginifica della scienza interagisce, a sua volta, con le 
specificità culturali, con i condizionamenti economici e con le 
sensibilità (o insensibilità) delle classi dirigenti nazionali. Questa 
matassa aggrovigliata verrà affrontata, nella tavola rotonda, da 
autorevoli storici della scienza, filosofi della scienza e sociologi 
della scienza, come segno tangibile dei molti sguardi necessari per 
comprendere l’evoluzione dei rapporti fra scienza e società nell’era 
dell’interdipendenza globale. La scienza: parte del problema e parte 
della soluzione.


 


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Massimiano Bucchi, Giulio Giorello, Paolo Rossi, Steven Shaplin</title>
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<description>Il ruolo della scienza e della tecnologia nelle sfide globali che 
interessano il futuro del pianeta viene spesso rappresentato, nei 
dibattiti pubblici, ricorrendo a stereotipi e a semplificazioni. Una 
per tutte, la categoria indefinita e minacciosa di “Tecnoscienza”. Più 
raro è che si affrontino le molte sfaccettature e ambiguità della 
questione, a cominciare dal fatto, già evidenziato da Bacone, che le 
capacità tecnologiche umane sono, al contempo, una possibile minaccia 
e una risorsa indispensabile per trovare soluzioni innovative. La 
scienza e la tecnologia, nelle loro rispettive differenze di statuto e 
di finalità ma anche nei loro stretti intrecci, costituiscono una 
dimensione della creatività umana che ambisce ad essere universale, 
cioè patrimonio comune di tutte le società umane. Le esigenze di 
specializzazione incontrano la necessità, altrettanto legittima, di 
condividere le conoscenze scientifiche e di comunicare efficacemente i 
risultati delle ricerche all’opinione pubblica. La percezione sociale 
e immaginifica della scienza interagisce, a sua volta, con le 
specificità culturali, con i condizionamenti economici e con le 
sensibilità (o insensibilità) delle classi dirigenti nazionali. Questa 
matassa aggrovigliata verrà affrontata, nella tavola rotonda, da 
autorevoli storici della scienza, filosofi della scienza e sociologi 
della scienza, come segno tangibile dei molti sguardi necessari per 
comprendere l’evoluzione dei rapporti fra scienza e società nell’era 
dell’interdipendenza globale. La scienza: parte del problema e parte 
della soluzione.


 


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<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Il ruolo della scienza e della tecnologia nelle sfide globali che 
interessano il futuro del pianeta viene spesso rappresentato, nei 
dibattiti pubblici, ricorrendo a stereotipi e a semplificazioni. Una 
per tutte, la categoria indefinita e minacciosa di “Tecnoscienza”. Più 
raro è che si affrontino le molte sfaccettature e ambiguità della 
questione, a cominciare dal fatto, già evidenziato da Bacone, che le 
capacità tecnologiche umane sono, al contempo, una possibile minaccia 
e una risorsa indispensabile per trovare soluzioni innovative. La 
scienza e la tecnologia, nelle loro rispettive differenze di statuto e 
di finalità ma anche nei loro stretti intrecci, costituiscono una 
dimensione della creatività umana che ambisce ad essere universale, 
cioè patrimonio comune di tutte le società umane. Le esigenze di 
specializzazione incontrano la necessità, altrettanto legittima, di 
condividere le conoscenze scientifiche e di comunicare efficacemente i 
risultati delle ricerche all’opinione pubblica. La percezione sociale 
e immaginifica della scienza interagisce, a sua volta, con le 
specificità culturali, con i condizionamenti economici e con le 
sensibilità (o insensibilità) delle classi dirigenti nazionali. Questa 
matassa aggrovigliata verrà affrontata, nella tavola rotonda, da 
autorevoli storici della scienza, filosofi della scienza e sociologi 
della scienza, come segno tangibile dei molti sguardi necessari per 
comprendere l’evoluzione dei rapporti fra scienza e società nell’era 
dell’interdipendenza globale. La scienza: parte del problema e parte 
della soluzione.


 


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Energia</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911552</link>
<description>La fine del petrolio è una certezza, prima o poi si esaurirà e a 
seguire gli succederà anche il gas. Altrettanto certo è il fatto che 
essi diventeranno ben presto poco convenienti da estrarre, dovendo 
impiegare più energia di quanta se ne ricaverebbe. La domanda di 
energia è in costante e inarrestabile crescita, a livello planetario 
il consumo energetico è aumentato del 3% l'anno negli ultimi 25 anni, 
senza contare il fatto che potenze emergenti, come la Cina e l'India, 
che ancora consumano poco rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, 
richiederanno un fabbisogno di energia enorme nel prossimo decennio. 
E’ evidente allora che non potremo in alcun modo far fronte alla 
domanda energetica se non svilupperemo rapidamente un sistema 
integrato di energie alternative non inquinanti e rinnovabili. Per 
sviluppare le energie alternative, tuttavia, bisogna inventare, 
scoprire, rinnovare e per questo la via più efficace e lungimirante 
che abbiamo è investire nella ricerca scientifica e tecnologica. E’ 
necessario allora avere un quadro sempre più chiaro e aggiornato sulle 
diverse energie alternative, sulla loro praticità tecnologica ed 
economica, nonché sui costi e sui benefici per l’ambiente e per 
l’umanità.



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<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Energia</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La fine del petrolio è una certezza, prima o poi si esaurirà e a 
seguire gli succederà anche il gas. Altrettanto certo è il fatto che 
essi diventeranno ben presto poco convenienti da estrarre, dovendo 
impiegare più energia di quanta se ne ricaverebbe. La domanda di 
energia è in costante e inarrestabile crescita, a livello planetario 
il consumo energetico è aumentato del 3% l'anno negli ultimi 25 anni, 
senza contare il fatto che potenze emergenti, come la Cina e l'India, 
che ancora consumano poco rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, 
richiederanno un fabbisogno di energia enorme nel prossimo decennio. 
E’ evidente allora che non potremo in alcun modo far fronte alla 
domanda energetica se non svilupperemo rapidamente un sistema 
integrato di energie alternative non inquinanti e rinnovabili. Per 
sviluppare le energie alternative, tuttavia, bisogna inventare, 
scoprire, rinnovare e per questo la via più efficace e lungimirante 
che abbiamo è investire nella ricerca scientifica e tecnologica. E’ 
necessario allora avere un quadro sempre più chiaro e aggiornato sulle 
diverse energie alternative, sulla loro praticità tecnologica ed 
economica, nonché sui costi e sui benefici per l’ambiente e per 
l’umanità.



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Energia</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911552</link>
<description>La fine del petrolio è una certezza, prima o poi si esaurirà e a 
seguire gli succederà anche il gas. Altrettanto certo è il fatto che 
essi diventeranno ben presto poco convenienti da estrarre, dovendo 
impiegare più energia di quanta se ne ricaverebbe. La domanda di 
energia è in costante e inarrestabile crescita, a livello planetario 
il consumo energetico è aumentato del 3% l'anno negli ultimi 25 anni, 
senza contare il fatto che potenze emergenti, come la Cina e l'India, 
che ancora consumano poco rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, 
richiederanno un fabbisogno di energia enorme nel prossimo decennio. 
E’ evidente allora che non potremo in alcun modo far fronte alla 
domanda energetica se non svilupperemo rapidamente un sistema 
integrato di energie alternative non inquinanti e rinnovabili. Per 
sviluppare le energie alternative, tuttavia, bisogna inventare, 
scoprire, rinnovare e per questo la via più efficace e lungimirante 
che abbiamo è investire nella ricerca scientifica e tecnologica. E’ 
necessario allora avere un quadro sempre più chiaro e aggiornato sulle 
diverse energie alternative, sulla loro praticità tecnologica ed 
economica, nonché sui costi e sui benefici per l’ambiente e per 
l’umanità.



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<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>La fine del petrolio è una certezza, prima o poi si esaurirà e a 
seguire gli succederà anche il gas. Altrettanto certo è il fatto che 
essi diventeranno ben presto poco convenienti da estrarre, dovendo 
impiegare più energia di quanta se ne ricaverebbe. La domanda di 
energia è in costante e inarrestabile crescita, a livello planetario 
il consumo energetico è aumentato del 3% l'anno negli ultimi 25 anni, 
senza contare il fatto che potenze emergenti, come la Cina e l'India, 
che ancora consumano poco rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, 
richiederanno un fabbisogno di energia enorme nel prossimo decennio. 
E’ evidente allora che non potremo in alcun modo far fronte alla 
domanda energetica se non svilupperemo rapidamente un sistema 
integrato di energie alternative non inquinanti e rinnovabili. Per 
sviluppare le energie alternative, tuttavia, bisogna inventare, 
scoprire, rinnovare e per questo la via più efficace e lungimirante 
che abbiamo è investire nella ricerca scientifica e tecnologica. E’ 
necessario allora avere un quadro sempre più chiaro e aggiornato sulle 
diverse energie alternative, sulla loro praticità tecnologica ed 
economica, nonché sui costi e sui benefici per l’ambiente e per 
l’umanità.



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Darwin e la sopravvivenza umana</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911768</link>
<description>Dal dicembre del 2006 al maggio del 2007 la barca a vela “Adriatica” 
di Velisti per Caso ha solcato i mari del sud seguendo la scia del 
viaggio ottocentesco di Charles Darwin. La circumnavigazione del 
continente sudamericano sulle tracce del Beagle è stata divisa in 
dieci tappe, ciascuna affidata a uno scienziato e ad un gruppo di 
ricercatori di diverse università italiane, ogni volta dedicata a un 
tema di attinenza evoluzionistica forte. Il progetto è stato un 
esempio molto particolare e suggestivo di integrazione fra 
comunicazione della scienza, didattica della scienza e ricerca. La 
teoria darwiniana è stata riletta sul campo, negli stessi luoghi 
visitati dal naturalista inglese, e trasferita nell’attualità. Si è 
così scoperto che molti habitat visitati allora e molte specie da lui 
incontrate non esistono ormai più, cancellati da una popolazione, 
quella umana, divenuta sempre più invasiva e ingombrante. La 
discussione sulla teoria dell’evoluzione si è così trasformata in una 
riflessione sui rapporti attuali fra uomo e ambiente, e sui rischi di 
uno sviluppo che nel sud del mondo appare sempre più insostenibile. E’ 
la stessa evoluzione darwiniana, del resto, a insegnarci che la 
riduzione della diversità è sempre un rischio per la sopravvivenza di 
tutti. Per uscire da questa deriva pericolosa, forse è necessario 
rivolgersi alla stessa creatività umana, alla nostra capacità di 
inventare soluzioni innovative: conservazione degli habitat, progetti 
di cooperazione che valorizzino il ruolo delle diversità culturali ed 
etniche locali, turismo ecocompatibile e non invadente, nuove modalità 
di produzione di energia, come quelle sperimentate direttamente su 
Adriatica durante il viaggio in Sud America.















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<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Dal dicembre del 2006 al maggio del 2007 la barca a vela “Adriatica” 
di Velisti per Caso ha solcato i mari del sud seguendo la scia del 
viaggio ottocentesco di Charles Darwin. La circumnavigazione del 
continente sudamericano sulle tracce del Beagle è stata divisa in 
dieci tappe, ciascuna affidata a uno scienziato e ad un gruppo di 
ricercatori di diverse università italiane, ogni volta dedicata a un 
tema di attinenza evoluzionistica forte. Il progetto è stato un 
esempio molto particolare e suggestivo di integrazione fra 
comunicazione della scienza, didattica della scienza e ricerca. La 
teoria darwiniana è stata riletta sul campo, negli stessi luoghi 
visitati dal naturalista inglese, e trasferita nell’attualità. Si è 
così scoperto che molti habitat visitati allora e molte specie da lui 
incontrate non esistono ormai più, cancellati da una popolazione, 
quella umana, divenuta sempre più invasiva e ingombrante. La 
discussione sulla teoria dell’evoluzione si è così trasformata in una 
riflessione sui rapporti attuali fra uomo e ambiente, e sui rischi di 
uno sviluppo che nel sud del mondo appare sempre più insostenibile. E’ 
la stessa evoluzione darwiniana, del resto, a insegnarci che la 
riduzione della diversità è sempre un rischio per la sopravvivenza di 
tutti. Per uscire da questa deriva pericolosa, forse è necessario 
rivolgersi alla stessa creatività umana, alla nostra capacità di 
inventare soluzioni innovative: conservazione degli habitat, progetti 
di cooperazione che valorizzino il ruolo delle diversità culturali ed 
etniche locali, turismo ecocompatibile e non invadente, nuove modalità 
di produzione di energia, come quelle sperimentate direttamente su 
Adriatica durante il viaggio in Sud America.















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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Jorgen Randers</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911551</link>
<description>Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, quando i primi segnali 
saranno sufficientemente visibili da suffragare azioni sostanziali 
nelle società democratiche, potrebbe essere già troppo tardi per 
evitare danni su larga scala. Ciò si deve in primo luogo alle 
transizioni significative che si verificano nel sistema climatico: i 
gas serra emessi decenni or sono continueranno a produrre i loro 
effetti negativi per un altro secolo o più. Cosa più importante, pare 
che il sistema climatico comprenda meccanismi di feedback positivo 
che, una volta innescati, provocheranno un incontrollabile 
innalzamento della temperatura, che non potrà essere fermato fino a 
quando non avrà compiuto il suo corso. Infine, c’è da porsi la 
domanda: se il collasso globale indotto dalle risorse si verificasse 
realmente, verrebbe descritto dagli storici (e dai contabili e dai 
revisori di conti) proprio come tale? Vi sarebbe accordo sul fatto che 
il mondo civilizzato si è trovato in un’impasse a livello planetario e 
non è stato in grado di affrontare adeguatamente il problema? O la 
situazione verrebbe descritta come un groviglio senza fine di 
conflitti locali, di individui regrediti a vecchie abitudini, di 
occasioni perdute, progetti di ricerca rimandati e di leader fuorviati 
– in altre parole, causata da un malgoverno su larga scala? Il 
collasso globale potrebbe rimanere un’invenzione, anche se si 
dimostrasse un dato di fatto.</description>
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<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Jorgen Randers</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, quando i primi segnali 
saranno sufficientemente visibili da suffragare azioni sostanziali 
nelle società democratiche, potrebbe essere già troppo tardi per 
evitare danni su larga scala. Ciò si deve in primo luogo alle 
transizioni significative che si verificano nel sistema climatico: i 
gas serra emessi decenni or sono continueranno a produrre i loro 
effetti negativi per un altro secolo o più. Cosa più importante, pare 
che il sistema climatico comprenda meccanismi di feedback positivo 
che, una volta innescati, provocheranno un incontrollabile 
innalzamento della temperatura, che non potrà essere fermato fino a 
quando non avrà compiuto il suo corso. Infine, c’è da porsi la 
domanda: se il collasso globale indotto dalle risorse si verificasse 
realmente, verrebbe descritto dagli storici (e dai contabili e dai 
revisori di conti) proprio come tale? Vi sarebbe accordo sul fatto che 
il mondo civilizzato si è trovato in un’impasse a livello planetario e 
non è stato in grado di affrontare adeguatamente il problema? O la 
situazione verrebbe descritta come un groviglio senza fine di 
conflitti locali, di individui regrediti a vecchie abitudini, di 
occasioni perdute, progetti di ricerca rimandati e di leader fuorviati 
– in altre parole, causata da un malgoverno su larga scala? Il 
collasso globale potrebbe rimanere un’invenzione, anche se si 
dimostrasse un dato di fatto.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>versione italiana - Lectio Magistralis di Jorgen Randers</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911551</link>
<description>Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, quando i primi segnali 
saranno sufficientemente visibili da suffragare azioni sostanziali 
nelle società democratiche, potrebbe essere già troppo tardi per 
evitare danni su larga scala. Ciò si deve in primo luogo alle 
transizioni significative che si verificano nel sistema climatico: i 
gas serra emessi decenni or sono continueranno a produrre i loro 
effetti negativi per un altro secolo o più. Cosa più importante, pare 
che il sistema climatico comprenda meccanismi di feedback positivo 
che, una volta innescati, provocheranno un incontrollabile 
innalzamento della temperatura, che non potrà essere fermato fino a 
quando non avrà compiuto il suo corso. Infine, c’è da porsi la 
domanda: se il collasso globale indotto dalle risorse si verificasse 
realmente, verrebbe descritto dagli storici (e dai contabili e dai 
revisori di conti) proprio come tale? Vi sarebbe accordo sul fatto che 
il mondo civilizzato si è trovato in un’impasse a livello planetario e 
non è stato in grado di affrontare adeguatamente il problema? O la 
situazione verrebbe descritta come un groviglio senza fine di 
conflitti locali, di individui regrediti a vecchie abitudini, di 
occasioni perdute, progetti di ricerca rimandati e di leader fuorviati 
– in altre parole, causata da un malgoverno su larga scala? Il 
collasso globale potrebbe rimanere un’invenzione, anche se si 
dimostrasse un dato di fatto.</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcastit/4911551/audio.mp3" length="67370293" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Lectio Magistralis di Jorgen Randers</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Per quanto riguarda le emissioni di gas serra, quando i primi segnali 
saranno sufficientemente visibili da suffragare azioni sostanziali 
nelle società democratiche, potrebbe essere già troppo tardi per 
evitare danni su larga scala. Ciò si deve in primo luogo alle 
transizioni significative che si verificano nel sistema climatico: i 
gas serra emessi decenni or sono continueranno a produrre i loro 
effetti negativi per un altro secolo o più. Cosa più importante, pare 
che il sistema climatico comprenda meccanismi di feedback positivo 
che, una volta innescati, provocheranno un incontrollabile 
innalzamento della temperatura, che non potrà essere fermato fino a 
quando non avrà compiuto il suo corso. Infine, c’è da porsi la 
domanda: se il collasso globale indotto dalle risorse si verificasse 
realmente, verrebbe descritto dagli storici (e dai contabili e dai 
revisori di conti) proprio come tale? Vi sarebbe accordo sul fatto che 
il mondo civilizzato si è trovato in un’impasse a livello planetario e 
non è stato in grado di affrontare adeguatamente il problema? O la 
situazione verrebbe descritta come un groviglio senza fine di 
conflitti locali, di individui regrediti a vecchie abitudini, di 
occasioni perdute, progetti di ricerca rimandati e di leader fuorviati 
– in altre parole, causata da un malgoverno su larga scala? Il 
collasso globale potrebbe rimanere un’invenzione, anche se si 
dimostrasse un dato di fatto.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Sidney Altman "La scienza nel futuro"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911769</link>
<description>È impossibile prevedere cosa faranno gli scienziati nel futuro. Gli 
scrittori di fantascienza hanno più libertà e fanno molte previsioni, 
senza dovere tenere conto di tutti i dettagli scientifici necessari. 
Affronterò il delicato problema del ruolo che gli scienziati possono 
avere nella società. L'ambiente e i nuovi modi di generare energia nel 
futuro hanno un rilievo di primo piano oggi. Se non si affrontano con 
consapevolezza e serietà questi problemi ci ritroveremo in un mondo 
devastato dalle guerre, di fronte al quale i problemi dell’ambiente ci 
sembreranno banali. Sulle responsabilità degli scienziati, nella 
maggior parte dei casi, e per la maggior parte di noi, i progressi 
della scienza e della medicina non generano scenari minacciosi. Ma 
pensate per un attimo all'impatto sul pensiero umano delle scoperte di 
Galileo, o della teoria di Darwin, o dell'avvento dell'era nucleare 
con l'esplosione della bomba atomica, o dei gas nervini. Possiamo 
esser sicuri che quando le novità che vengono dalla scienza e dalla 
tecnologia - e il loro impatto sociale - non vengono comprese appieno, 
i Luddismi hanno mano libera. Il rischio oggi sta dunque nella 
possibilità che la ricerca di base, e il processo educativo che ne 
costituisce il fondamento, vengano soffocati o distorti, e che quanti 
ne sostengono l'utilità siano considerati come stregoni dediti solo al 
proprio utile.










 </description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911769/audio.mp3" length="87250651" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Sidney Altman "La scienza nel futuro"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>È impossibile prevedere cosa faranno gli scienziati nel futuro. Gli 
scrittori di fantascienza hanno più libertà e fanno molte previsioni, 
senza dovere tenere conto di tutti i dettagli scientifici necessari. 
Affronterò il delicato problema del ruolo che gli scienziati possono 
avere nella società. L'ambiente e i nuovi modi di generare energia nel 
futuro hanno un rilievo di primo piano oggi. Se non si affrontano con 
consapevolezza e serietà questi problemi ci ritroveremo in un mondo 
devastato dalle guerre, di fronte al quale i problemi dell’ambiente ci 
sembreranno banali. Sulle responsabilità degli scienziati, nella 
maggior parte dei casi, e per la maggior parte di noi, i progressi 
della scienza e della medicina non generano scenari minacciosi. Ma 
pensate per un attimo all'impatto sul pensiero umano delle scoperte di 
Galileo, o della teoria di Darwin, o dell'avvento dell'era nucleare 
con l'esplosione della bomba atomica, o dei gas nervini. Possiamo 
esser sicuri che quando le novità che vengono dalla scienza e dalla 
tecnologia - e il loro impatto sociale - non vengono comprese appieno, 
i Luddismi hanno mano libera. Il rischio oggi sta dunque nella 
possibilità che la ricerca di base, e il processo educativo che ne 
costituisce il fondamento, vengano soffocati o distorti, e che quanti 
ne sostengono l'utilità siano considerati come stregoni dediti solo al 
proprio utile.










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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>versione italiana - Sidney Altman "La scienza nel futuro"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911769</link>
<description>È impossibile prevedere cosa faranno gli scienziati nel futuro. Gli 
scrittori di fantascienza hanno più libertà e fanno molte previsioni, 
senza dovere tenere conto di tutti i dettagli scientifici necessari. 
Affronterò il delicato problema del ruolo che gli scienziati possono 
avere nella società. L'ambiente e i nuovi modi di generare energia nel 
futuro hanno un rilievo di primo piano oggi. Se non si affrontano con 
consapevolezza e serietà questi problemi ci ritroveremo in un mondo 
devastato dalle guerre, di fronte al quale i problemi dell’ambiente ci 
sembreranno banali. Sulle responsabilità degli scienziati, nella 
maggior parte dei casi, e per la maggior parte di noi, i progressi 
della scienza e della medicina non generano scenari minacciosi. Ma 
pensate per un attimo all'impatto sul pensiero umano delle scoperte di 
Galileo, o della teoria di Darwin, o dell'avvento dell'era nucleare 
con l'esplosione della bomba atomica, o dei gas nervini. Possiamo 
esser sicuri che quando le novità che vengono dalla scienza e dalla 
tecnologia - e il loro impatto sociale - non vengono comprese appieno, 
i Luddismi hanno mano libera. Il rischio oggi sta dunque nella 
possibilità che la ricerca di base, e il processo educativo che ne 
costituisce il fondamento, vengano soffocati o distorti, e che quanti 
ne sostengono l'utilità siano considerati come stregoni dediti solo al 
proprio utile.










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<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>È impossibile prevedere cosa faranno gli scienziati nel futuro. Gli 
scrittori di fantascienza hanno più libertà e fanno molte previsioni, 
senza dovere tenere conto di tutti i dettagli scientifici necessari. 
Affronterò il delicato problema del ruolo che gli scienziati possono 
avere nella società. L'ambiente e i nuovi modi di generare energia nel 
futuro hanno un rilievo di primo piano oggi. Se non si affrontano con 
consapevolezza e serietà questi problemi ci ritroveremo in un mondo 
devastato dalle guerre, di fronte al quale i problemi dell’ambiente ci 
sembreranno banali. Sulle responsabilità degli scienziati, nella 
maggior parte dei casi, e per la maggior parte di noi, i progressi 
della scienza e della medicina non generano scenari minacciosi. Ma 
pensate per un attimo all'impatto sul pensiero umano delle scoperte di 
Galileo, o della teoria di Darwin, o dell'avvento dell'era nucleare 
con l'esplosione della bomba atomica, o dei gas nervini. Possiamo 
esser sicuri che quando le novità che vengono dalla scienza e dalla 
tecnologia - e il loro impatto sociale - non vengono comprese appieno, 
i Luddismi hanno mano libera. Il rischio oggi sta dunque nella 
possibilità che la ricerca di base, e il processo educativo che ne 
costituisce il fondamento, vengano soffocati o distorti, e che quanti 
ne sostengono l'utilità siano considerati come stregoni dediti solo al 
proprio utile.










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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Lectio Magistralis di Carl Zimmer </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911553</link>
<description>La Terra ha circa 4 miliardi e mezzo di anni e la vita su questo 
nostro pianeta esiste da circa 3.75 miliardi. L’estinzione delle 
specie è una realtà che ha caratterizzato da sempre la vita. La gran 
parte delle specie comparse nel mondo si è già estinta. David 
Jablonsky ha distinto due tipi di estinzioni: le estinzioni di fondo - 
considerate il normale ricambio delle specie viventi sul pianeta, 
prodotto da cause locali e selettive; le estinzioni di massa, 
qualitativamente differenti dalle prime, che colpiscono a caso e su 
grandi numeri, alcune regionali e altre addirittura planetarie. Le 
estinzioni di massa fanno il vuoto nella biosfera, ma permettono alla 
biodiversità di fiorire nuovamente, come gli incendi periodici (e 
naturali) nelle foreste. Nel corso della storia naturale, cinque 
grandi catastrofi globali hanno sancito le transizioni drammatiche fra 
le principali ere geologiche. Oggi una sesta estinzione globale è in 
corso, ma prodotta per la prima volta non da comete, non da eruzioni 
vulcaniche, non dalla deriva dei continenti, bensì dalle attività di 
una sola specie, la nostra. Il ritmo di scomparsa delle specie dovuto 
ad attività antropiche è pari, se non superiore, a quello delle 
estinzioni più massicce del passato. Un mix di perturbazioni micidiali 
è alla base del fenomeno: il sovrappopolamento, l’inquinamento 
chimico, agricolo e industriale, la diffusione di specie invasive, la 
frammentazione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse 
a causa della caccia e della pesca. A ciò si aggiungono ora gli 
effetti del riscaldamento globale, che modifica ulteriormente gli 
habitat terrestri e altera gli equilibri ecologici a velocità 
difficilmente sopportabili da molte specie. Assisteremo a fenomeni 
migratori inediti, ad alterazioni macroscopiche dei comportamenti 
delle specie e a nuove estinzioni. La specie umana commetterà un grave 
errore se sottovaluterà gli intrecci ecologici che ancora la legano 
alla biodiversità terrestre. La Terra è abituata alle catastrofi e ne 
ha superate anche di peggiori, l’Homo sapiens ancora non lo sappiamo.

 </description>
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<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Carl Zimmer </itunes:subtitle>
<itunes:summary>La Terra ha circa 4 miliardi e mezzo di anni e la vita su questo 
nostro pianeta esiste da circa 3.75 miliardi. L’estinzione delle 
specie è una realtà che ha caratterizzato da sempre la vita. La gran 
parte delle specie comparse nel mondo si è già estinta. David 
Jablonsky ha distinto due tipi di estinzioni: le estinzioni di fondo - 
considerate il normale ricambio delle specie viventi sul pianeta, 
prodotto da cause locali e selettive; le estinzioni di massa, 
qualitativamente differenti dalle prime, che colpiscono a caso e su 
grandi numeri, alcune regionali e altre addirittura planetarie. Le 
estinzioni di massa fanno il vuoto nella biosfera, ma permettono alla 
biodiversità di fiorire nuovamente, come gli incendi periodici (e 
naturali) nelle foreste. Nel corso della storia naturale, cinque 
grandi catastrofi globali hanno sancito le transizioni drammatiche fra 
le principali ere geologiche. Oggi una sesta estinzione globale è in 
corso, ma prodotta per la prima volta non da comete, non da eruzioni 
vulcaniche, non dalla deriva dei continenti, bensì dalle attività di 
una sola specie, la nostra. Il ritmo di scomparsa delle specie dovuto 
ad attività antropiche è pari, se non superiore, a quello delle 
estinzioni più massicce del passato. Un mix di perturbazioni micidiali 
è alla base del fenomeno: il sovrappopolamento, l’inquinamento 
chimico, agricolo e industriale, la diffusione di specie invasive, la 
frammentazione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse 
a causa della caccia e della pesca. A ciò si aggiungono ora gli 
effetti del riscaldamento globale, che modifica ulteriormente gli 
habitat terrestri e altera gli equilibri ecologici a velocità 
difficilmente sopportabili da molte specie. Assisteremo a fenomeni 
migratori inediti, ad alterazioni macroscopiche dei comportamenti 
delle specie e a nuove estinzioni. La specie umana commetterà un grave 
errore se sottovaluterà gli intrecci ecologici che ancora la legano 
alla biodiversità terrestre. La Terra è abituata alle catastrofi e ne 
ha superate anche di peggiori, l’Homo sapiens ancora non lo sappiamo.

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Lectio Magistralis di Carl Zimmer </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911553</link>
<description>La Terra ha circa 4 miliardi e mezzo di anni e la vita su questo 
nostro pianeta esiste da circa 3.75 miliardi. L’estinzione delle 
specie è una realtà che ha caratterizzato da sempre la vita. La gran 
parte delle specie comparse nel mondo si è già estinta. David 
Jablonsky ha distinto due tipi di estinzioni: le estinzioni di fondo - 
considerate il normale ricambio delle specie viventi sul pianeta, 
prodotto da cause locali e selettive; le estinzioni di massa, 
qualitativamente differenti dalle prime, che colpiscono a caso e su 
grandi numeri, alcune regionali e altre addirittura planetarie. Le 
estinzioni di massa fanno il vuoto nella biosfera, ma permettono alla 
biodiversità di fiorire nuovamente, come gli incendi periodici (e 
naturali) nelle foreste. Nel corso della storia naturale, cinque 
grandi catastrofi globali hanno sancito le transizioni drammatiche fra 
le principali ere geologiche. Oggi una sesta estinzione globale è in 
corso, ma prodotta per la prima volta non da comete, non da eruzioni 
vulcaniche, non dalla deriva dei continenti, bensì dalle attività di 
una sola specie, la nostra. Il ritmo di scomparsa delle specie dovuto 
ad attività antropiche è pari, se non superiore, a quello delle 
estinzioni più massicce del passato. Un mix di perturbazioni micidiali 
è alla base del fenomeno: il sovrappopolamento, l’inquinamento 
chimico, agricolo e industriale, la diffusione di specie invasive, la 
frammentazione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse 
a causa della caccia e della pesca. A ciò si aggiungono ora gli 
effetti del riscaldamento globale, che modifica ulteriormente gli 
habitat terrestri e altera gli equilibri ecologici a velocità 
difficilmente sopportabili da molte specie. Assisteremo a fenomeni 
migratori inediti, ad alterazioni macroscopiche dei comportamenti 
delle specie e a nuove estinzioni. La specie umana commetterà un grave 
errore se sottovaluterà gli intrecci ecologici che ancora la legano 
alla biodiversità terrestre. La Terra è abituata alle catastrofi e ne 
ha superate anche di peggiori, l’Homo sapiens ancora non lo sappiamo.

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<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Lectio Magistralis di Carl Zimmer </itunes:subtitle>
<itunes:summary>La Terra ha circa 4 miliardi e mezzo di anni e la vita su questo 
nostro pianeta esiste da circa 3.75 miliardi. L’estinzione delle 
specie è una realtà che ha caratterizzato da sempre la vita. La gran 
parte delle specie comparse nel mondo si è già estinta. David 
Jablonsky ha distinto due tipi di estinzioni: le estinzioni di fondo - 
considerate il normale ricambio delle specie viventi sul pianeta, 
prodotto da cause locali e selettive; le estinzioni di massa, 
qualitativamente differenti dalle prime, che colpiscono a caso e su 
grandi numeri, alcune regionali e altre addirittura planetarie. Le 
estinzioni di massa fanno il vuoto nella biosfera, ma permettono alla 
biodiversità di fiorire nuovamente, come gli incendi periodici (e 
naturali) nelle foreste. Nel corso della storia naturale, cinque 
grandi catastrofi globali hanno sancito le transizioni drammatiche fra 
le principali ere geologiche. Oggi una sesta estinzione globale è in 
corso, ma prodotta per la prima volta non da comete, non da eruzioni 
vulcaniche, non dalla deriva dei continenti, bensì dalle attività di 
una sola specie, la nostra. Il ritmo di scomparsa delle specie dovuto 
ad attività antropiche è pari, se non superiore, a quello delle 
estinzioni più massicce del passato. Un mix di perturbazioni micidiali 
è alla base del fenomeno: il sovrappopolamento, l’inquinamento 
chimico, agricolo e industriale, la diffusione di specie invasive, la 
frammentazione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse 
a causa della caccia e della pesca. A ciò si aggiungono ora gli 
effetti del riscaldamento globale, che modifica ulteriormente gli 
habitat terrestri e altera gli equilibri ecologici a velocità 
difficilmente sopportabili da molte specie. Assisteremo a fenomeni 
migratori inediti, ad alterazioni macroscopiche dei comportamenti 
delle specie e a nuove estinzioni. La specie umana commetterà un grave 
errore se sottovaluterà gli intrecci ecologici che ancora la legano 
alla biodiversità terrestre. La Terra è abituata alle catastrofi e ne 
ha superate anche di peggiori, l’Homo sapiens ancora non lo sappiamo.

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Il futuro della fame</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911554</link>
<description>Le biotecnologie alimentari hanno avuto un enorme impatto 
sull’opinione pubblica, suscitando reazioni diverse, in cui si 
mischiano opinioni, valutazioni, paure e interessi, tanto che il tema 
sembra essere diventato uno dei più difficili da comprendere per i non 
addetti ai lavori. Secondo i sostenitori delle biotecnologie 
alimentari, esse possono portare ad un incremento della produzione 
agricola e quindi contribuire in parte (ma non certo risolvere da 
sole) il problema della fame nel mondo, oltre che avere un impatto 
enorme nella riduzione dell’uso di pesticidi. D’altra parte i critici 
evidenziano i rischi della manipolazione genetica per la perdita 
generale di biodiversità e le incognite dovute ai forti interessi 
economici in gioco. L’agricoltura è da sempre un’attività fondamentale 
per lo sviluppo dell’umanità, ma presenta anche costi enormi e ogni 
strumento va valutato obiettivamente all’interno di questo contesto 
sulla base di costi e benefici. Inoltre le cause dell’insicurezza 
alimentare di gran parte della popolazione mondiale sono anche 
sociali, politiche ed economiche, connesse cioè allo squilibrio nella 
distribuzione dei redditi e all’iniquo accesso alle risorse. La 
domanda allora è se le biotecnologie alimentari, una volta presentate 
e discusse democraticamente senza speranze eccessive ma anche senza 
infondati allarmismi e paure irrazionali, possano essere uno degli 
strumenti di cui avvalersi nella lotta contro la fame nel mondo</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911554/audio.mp3" length="104091899" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
<guid>4911554</guid>
<itunes:subtitle>Il futuro della fame</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le biotecnologie alimentari hanno avuto un enorme impatto 
sull’opinione pubblica, suscitando reazioni diverse, in cui si 
mischiano opinioni, valutazioni, paure e interessi, tanto che il tema 
sembra essere diventato uno dei più difficili da comprendere per i non 
addetti ai lavori. Secondo i sostenitori delle biotecnologie 
alimentari, esse possono portare ad un incremento della produzione 
agricola e quindi contribuire in parte (ma non certo risolvere da 
sole) il problema della fame nel mondo, oltre che avere un impatto 
enorme nella riduzione dell’uso di pesticidi. D’altra parte i critici 
evidenziano i rischi della manipolazione genetica per la perdita 
generale di biodiversità e le incognite dovute ai forti interessi 
economici in gioco. L’agricoltura è da sempre un’attività fondamentale 
per lo sviluppo dell’umanità, ma presenta anche costi enormi e ogni 
strumento va valutato obiettivamente all’interno di questo contesto 
sulla base di costi e benefici. Inoltre le cause dell’insicurezza 
alimentare di gran parte della popolazione mondiale sono anche 
sociali, politiche ed economiche, connesse cioè allo squilibrio nella 
distribuzione dei redditi e all’iniquo accesso alle risorse. La 
domanda allora è se le biotecnologie alimentari, una volta presentate 
e discusse democraticamente senza speranze eccessive ma anche senza 
infondati allarmismi e paure irrazionali, possano essere uno degli 
strumenti di cui avvalersi nella lotta contro la fame nel mondo</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Il futuro della fame</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911554</link>
<description>Le biotecnologie alimentari hanno avuto un enorme impatto 
sull’opinione pubblica, suscitando reazioni diverse, in cui si 
mischiano opinioni, valutazioni, paure e interessi, tanto che il tema 
sembra essere diventato uno dei più difficili da comprendere per i non 
addetti ai lavori. Secondo i sostenitori delle biotecnologie 
alimentari, esse possono portare ad un incremento della produzione 
agricola e quindi contribuire in parte (ma non certo risolvere da 
sole) il problema della fame nel mondo, oltre che avere un impatto 
enorme nella riduzione dell’uso di pesticidi. D’altra parte i critici 
evidenziano i rischi della manipolazione genetica per la perdita 
generale di biodiversità e le incognite dovute ai forti interessi 
economici in gioco. L’agricoltura è da sempre un’attività fondamentale 
per lo sviluppo dell’umanità, ma presenta anche costi enormi e ogni 
strumento va valutato obiettivamente all’interno di questo contesto 
sulla base di costi e benefici. Inoltre le cause dell’insicurezza 
alimentare di gran parte della popolazione mondiale sono anche 
sociali, politiche ed economiche, connesse cioè allo squilibrio nella 
distribuzione dei redditi e all’iniquo accesso alle risorse. La 
domanda allora è se le biotecnologie alimentari, una volta presentate 
e discusse democraticamente senza speranze eccessive ma anche senza 
infondati allarmismi e paure irrazionali, possano essere uno degli 
strumenti di cui avvalersi nella lotta contro la fame nel mondo</description>
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<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Il futuro della fame</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Le biotecnologie alimentari hanno avuto un enorme impatto 
sull’opinione pubblica, suscitando reazioni diverse, in cui si 
mischiano opinioni, valutazioni, paure e interessi, tanto che il tema 
sembra essere diventato uno dei più difficili da comprendere per i non 
addetti ai lavori. Secondo i sostenitori delle biotecnologie 
alimentari, esse possono portare ad un incremento della produzione 
agricola e quindi contribuire in parte (ma non certo risolvere da 
sole) il problema della fame nel mondo, oltre che avere un impatto 
enorme nella riduzione dell’uso di pesticidi. D’altra parte i critici 
evidenziano i rischi della manipolazione genetica per la perdita 
generale di biodiversità e le incognite dovute ai forti interessi 
economici in gioco. L’agricoltura è da sempre un’attività fondamentale 
per lo sviluppo dell’umanità, ma presenta anche costi enormi e ogni 
strumento va valutato obiettivamente all’interno di questo contesto 
sulla base di costi e benefici. Inoltre le cause dell’insicurezza 
alimentare di gran parte della popolazione mondiale sono anche 
sociali, politiche ed economiche, connesse cioè allo squilibrio nella 
distribuzione dei redditi e all’iniquo accesso alle risorse. La 
domanda allora è se le biotecnologie alimentari, una volta presentate 
e discusse democraticamente senza speranze eccessive ma anche senza 
infondati allarmismi e paure irrazionali, possano essere uno degli 
strumenti di cui avvalersi nella lotta contro la fame nel mondo</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Acqua</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911556</link>
<description>Ci sono oggi, nel mondo, trentamila morti al giorno per mancanza di 
acqua potabile e servizi igienici; circa un miliardo di persone vive 
in territori afflitti da siccità quasi perenne, come il Sudan o il 
deserto del Cile; più di due miliardi di esseri umani abitano zone 
della terra in cui la disponibilità di acqua è pressoché nulla a causa 
di una pessima distribuzione delle risorse di acqua fresca 
rinnovabile. Il tutto accompagnato dalle onnipresenti problematiche 
relative alla complessità del sistema mare, come il mantenimento della 
biodiversità e i cambiamenti climatici; vi sono infatti nazioni dove i 
problemi sono opposti, e la popolazione vive sotto la continua 
minaccia di inondazioni e altri disastri ecologici legati a un ciclo 
dell’acqua che funziona diversamente da come si è abituati. Ci si 
trova dunque di fronte a un paradosso: un pianeta sovrappopolato e, 
per le ragioni sopra citate, sotto stress idrico e, d’altro canto, le 
cosiddette corporation dell’oro blu che si arricchiscono sempre di 
più. Quale sarà, pertanto, il destino della più preziosa delle risorse 
naturali?


 </description>
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<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Ci sono oggi, nel mondo, trentamila morti al giorno per mancanza di 
acqua potabile e servizi igienici; circa un miliardo di persone vive 
in territori afflitti da siccità quasi perenne, come il Sudan o il 
deserto del Cile; più di due miliardi di esseri umani abitano zone 
della terra in cui la disponibilità di acqua è pressoché nulla a causa 
di una pessima distribuzione delle risorse di acqua fresca 
rinnovabile. Il tutto accompagnato dalle onnipresenti problematiche 
relative alla complessità del sistema mare, come il mantenimento della 
biodiversità e i cambiamenti climatici; vi sono infatti nazioni dove i 
problemi sono opposti, e la popolazione vive sotto la continua 
minaccia di inondazioni e altri disastri ecologici legati a un ciclo 
dell’acqua che funziona diversamente da come si è abituati. Ci si 
trova dunque di fronte a un paradosso: un pianeta sovrappopolato e, 
per le ragioni sopra citate, sotto stress idrico e, d’altro canto, le 
cosiddette corporation dell’oro blu che si arricchiscono sempre di 
più. Quale sarà, pertanto, il destino della più preziosa delle risorse 
naturali?


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Acqua</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911556</link>
<description>Ci sono oggi, nel mondo, trentamila morti al giorno per mancanza di 
acqua potabile e servizi igienici; circa un miliardo di persone vive 
in territori afflitti da siccità quasi perenne, come il Sudan o il 
deserto del Cile; più di due miliardi di esseri umani abitano zone 
della terra in cui la disponibilità di acqua è pressoché nulla a causa 
di una pessima distribuzione delle risorse di acqua fresca 
rinnovabile. Il tutto accompagnato dalle onnipresenti problematiche 
relative alla complessità del sistema mare, come il mantenimento della 
biodiversità e i cambiamenti climatici; vi sono infatti nazioni dove i 
problemi sono opposti, e la popolazione vive sotto la continua 
minaccia di inondazioni e altri disastri ecologici legati a un ciclo 
dell’acqua che funziona diversamente da come si è abituati. Ci si 
trova dunque di fronte a un paradosso: un pianeta sovrappopolato e, 
per le ragioni sopra citate, sotto stress idrico e, d’altro canto, le 
cosiddette corporation dell’oro blu che si arricchiscono sempre di 
più. Quale sarà, pertanto, il destino della più preziosa delle risorse 
naturali?


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<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Acqua</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Ci sono oggi, nel mondo, trentamila morti al giorno per mancanza di 
acqua potabile e servizi igienici; circa un miliardo di persone vive 
in territori afflitti da siccità quasi perenne, come il Sudan o il 
deserto del Cile; più di due miliardi di esseri umani abitano zone 
della terra in cui la disponibilità di acqua è pressoché nulla a causa 
di una pessima distribuzione delle risorse di acqua fresca 
rinnovabile. Il tutto accompagnato dalle onnipresenti problematiche 
relative alla complessità del sistema mare, come il mantenimento della 
biodiversità e i cambiamenti climatici; vi sono infatti nazioni dove i 
problemi sono opposti, e la popolazione vive sotto la continua 
minaccia di inondazioni e altri disastri ecologici legati a un ciclo 
dell’acqua che funziona diversamente da come si è abituati. Ci si 
trova dunque di fronte a un paradosso: un pianeta sovrappopolato e, 
per le ragioni sopra citate, sotto stress idrico e, d’altro canto, le 
cosiddette corporation dell’oro blu che si arricchiscono sempre di 
più. Quale sarà, pertanto, il destino della più preziosa delle risorse 
naturali?


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>La percezione del rischio e le sue strumentalizzazioni</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911557</link>
<description>Frank Furedi sostiene che il sintomo più vistoso della crescente 
avversione al rischio, nelle società occidentali, è la versione forte 
del principio di precauzione: un'innovazione è colpevole finché 
dimostrata innocente - in caso di dubbi si butta via il bambino 
insieme all'acqua sporca. Le società che adottano questo comportamento 
inevitabilmente rischiano la stagnazione tecnoscientifica ed 
economica. Nonostante queste tendenze, le società avanzate riescono 
ancora a produrre innovazione e a prendere rischi in maniera positiva. 
Ma sul piano culturale, la battaglia sembra persa. Furedi cita a  
esempio gli spot pubblicitari, tutti cieli blu e bambini su prati in 
fiore...
Quali le percezioni dei rischi? Per dirlo con Paul Slovic spesso le 
persone comuni e gli scienziati non sono concordi sul rischio. Ma è 
lecito domandarsi se sia sempre giusto quello che dice lo scienziato o 
se ci sia anche qualcosa di giusto in ciò che sostiene la gente 
comune. È vero, tuttavia, che molte volte la gente compie degli errori 
e spesso non ha tante conoscenze sugli effetti quante ne hanno gli 
scienziati. La principale differenza, comunque, sta nel fatto che la 
gente comune non si occupa soltanto degli effetti e dei risultati, ma 
si domanda anche se una situazione o una decisione sia volontaria o 
involontaria: è diverso, infatti, se la decisione di fare qualcosa che 
potrebbe essere pericoloso è presa liberamente o è imposta. Gli 
scienziati possono darci informazioni sul rischio, ma non possono 
prendere decisioni sui valori. Il rischio non è soltanto una materia 
scientifica, ma coinvolge valori. E i valori della gente comune sono 
anch’essi parte del rischio.


 </description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911557/audio.mp3" length="86346710" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 11:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>La percezione del rischio e le sue strumentalizzazioni</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Frank Furedi sostiene che il sintomo più vistoso della crescente 
avversione al rischio, nelle società occidentali, è la versione forte 
del principio di precauzione: un'innovazione è colpevole finché 
dimostrata innocente - in caso di dubbi si butta via il bambino 
insieme all'acqua sporca. Le società che adottano questo comportamento 
inevitabilmente rischiano la stagnazione tecnoscientifica ed 
economica. Nonostante queste tendenze, le società avanzate riescono 
ancora a produrre innovazione e a prendere rischi in maniera positiva. 
Ma sul piano culturale, la battaglia sembra persa. Furedi cita a  
esempio gli spot pubblicitari, tutti cieli blu e bambini su prati in 
fiore...
Quali le percezioni dei rischi? Per dirlo con Paul Slovic spesso le 
persone comuni e gli scienziati non sono concordi sul rischio. Ma è 
lecito domandarsi se sia sempre giusto quello che dice lo scienziato o 
se ci sia anche qualcosa di giusto in ciò che sostiene la gente 
comune. È vero, tuttavia, che molte volte la gente compie degli errori 
e spesso non ha tante conoscenze sugli effetti quante ne hanno gli 
scienziati. La principale differenza, comunque, sta nel fatto che la 
gente comune non si occupa soltanto degli effetti e dei risultati, ma 
si domanda anche se una situazione o una decisione sia volontaria o 
involontaria: è diverso, infatti, se la decisione di fare qualcosa che 
potrebbe essere pericoloso è presa liberamente o è imposta. Gli 
scienziati possono darci informazioni sul rischio, ma non possono 
prendere decisioni sui valori. Il rischio non è soltanto una materia 
scientifica, ma coinvolge valori. E i valori della gente comune sono 
anch’essi parte del rischio.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - La percezione del rischio e le sue strumentalizzazioni</title>
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<description>Frank Furedi sostiene che il sintomo più vistoso della crescente 
avversione al rischio, nelle società occidentali, è la versione forte 
del principio di precauzione: un'innovazione è colpevole finché 
dimostrata innocente - in caso di dubbi si butta via il bambino 
insieme all'acqua sporca. Le società che adottano questo comportamento 
inevitabilmente rischiano la stagnazione tecnoscientifica ed 
economica. Nonostante queste tendenze, le società avanzate riescono 
ancora a produrre innovazione e a prendere rischi in maniera positiva. 
Ma sul piano culturale, la battaglia sembra persa. Furedi cita a  
esempio gli spot pubblicitari, tutti cieli blu e bambini su prati in 
fiore...
Quali le percezioni dei rischi? Per dirlo con Paul Slovic spesso le 
persone comuni e gli scienziati non sono concordi sul rischio. Ma è 
lecito domandarsi se sia sempre giusto quello che dice lo scienziato o 
se ci sia anche qualcosa di giusto in ciò che sostiene la gente 
comune. È vero, tuttavia, che molte volte la gente compie degli errori 
e spesso non ha tante conoscenze sugli effetti quante ne hanno gli 
scienziati. La principale differenza, comunque, sta nel fatto che la 
gente comune non si occupa soltanto degli effetti e dei risultati, ma 
si domanda anche se una situazione o una decisione sia volontaria o 
involontaria: è diverso, infatti, se la decisione di fare qualcosa che 
potrebbe essere pericoloso è presa liberamente o è imposta. Gli 
scienziati possono darci informazioni sul rischio, ma non possono 
prendere decisioni sui valori. Il rischio non è soltanto una materia 
scientifica, ma coinvolge valori. E i valori della gente comune sono 
anch’essi parte del rischio.


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<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 11:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Frank Furedi sostiene che il sintomo più vistoso della crescente 
avversione al rischio, nelle società occidentali, è la versione forte 
del principio di precauzione: un'innovazione è colpevole finché 
dimostrata innocente - in caso di dubbi si butta via il bambino 
insieme all'acqua sporca. Le società che adottano questo comportamento 
inevitabilmente rischiano la stagnazione tecnoscientifica ed 
economica. Nonostante queste tendenze, le società avanzate riescono 
ancora a produrre innovazione e a prendere rischi in maniera positiva. 
Ma sul piano culturale, la battaglia sembra persa. Furedi cita a  
esempio gli spot pubblicitari, tutti cieli blu e bambini su prati in 
fiore...
Quali le percezioni dei rischi? Per dirlo con Paul Slovic spesso le 
persone comuni e gli scienziati non sono concordi sul rischio. Ma è 
lecito domandarsi se sia sempre giusto quello che dice lo scienziato o 
se ci sia anche qualcosa di giusto in ciò che sostiene la gente 
comune. È vero, tuttavia, che molte volte la gente compie degli errori 
e spesso non ha tante conoscenze sugli effetti quante ne hanno gli 
scienziati. La principale differenza, comunque, sta nel fatto che la 
gente comune non si occupa soltanto degli effetti e dei risultati, ma 
si domanda anche se una situazione o una decisione sia volontaria o 
involontaria: è diverso, infatti, se la decisione di fare qualcosa che 
potrebbe essere pericoloso è presa liberamente o è imposta. Gli 
scienziati possono darci informazioni sul rischio, ma non possono 
prendere decisioni sui valori. Il rischio non è soltanto una materia 
scientifica, ma coinvolge valori. E i valori della gente comune sono 
anch’essi parte del rischio.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di John McNeill/Piero Bevilacqua</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911549</link>
<description>*John McNeill*
_*Qualcosa di nuovo sotto il sole.*
Storia ambientale del pianeta nell'ultimo secolo
_

Contrapponendosi alle parole che condensavano l'antica saggezza 
dell'Ecclesiaste, McNeill sostiene la radicale portata dei cambiamenti 
che l'uomo del secolo scorso ha introdotto nel mondo fisico. 
Inconsapevolmente il genere umano ha sottoposto la Terra a un 
esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Col passare del 
tempo, questo si rivelerà l'aspetto più importante della storia del XX 
secolo: più della Seconda Guerra Mondiale, dell'avvento del comunismo, 
dell'alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, 
della progressiva emancipazione delle donne. Fondando la sua ricerca 
su una ricchissima documentazione, McNeill propone un'originale storia 
delle relazioni tra uomo e ambiente. Dalle foreste indonesiane 
all'aria di Londra, dalla caccia alle balene alle trasformazioni del 
clima, le nuove condizioni della Terra sono spesso la conseguenza non 
calcolata dei nostri modelli sociali, politici, economici e culturali. 
I sistemi che mantengono in vita il pianeta non potranno perciò più 
essere considerati come un semplice sfondo per le vicende umane: 
l'integrazione tra storia ed ecologia è una esigenza pressante per il 
futuro.


*Piero Bevilacqua
_L’ambiente e le scienze._*_
Quel che spetta al Novecento_

Nel corso del Novecento, nel vasto campo del sapere scientifico, si 
verificano almeno due grandi trasformazioni che hanno ricadute 
decisive sull’ambiente naturale e sui suoi equilibri. La prima 
riguarda l’evoluzione di un meccanismo interno allo stesso sapere 
scientifico: mano a mano che  potenza investigativa ed esattezza  
accrescono  le possibilità conoscitive della scienza, essa tende a 
perdere la sua unità, si frantuma in discipline sempre  più separate e 
fra loro non comunicanti.  La scienza diventa sempre meno portatrice 
di pensiero generale, di “visioni del mondo”, e appare sempre più 
curvata verso il lato strumentale del suo operare. Come dirà Heidegger 
nel 1929, essa tende a diventare  “una modalità della tecnica”. 
L’altra trasformazione è la sussunzione della scienza dentro la 
macchina economica capitalistica. La potenza manipolativa conseguita 
dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione 
tecnologica  delle sue scoperte – dà alle attività produttive delle 
società industriali  una capacità senza precedenti di alterazione del 
mondo vivente. L’evoluzione generale del pianeta viene ormai 
incorporata nella macchina della produzione, diventando parte della 
storia delle società umane.  Oggi, la possibilità futura di salvare la 
vita sulla Terra è affidata all’unificazione delle scienze. Tutti i 
processi umani andranno riconsiderati all’interno degli equilibri 
complessi e delicati del vivente. Una nuova scienza della natura dovrà 
ispirare la condotta degli individui, delle imprese, degli Stati. Si 
comprende bene dunque, la complessità del compito. Perché la scienza 
non è un sapere astratto, che vive nell’empireo. E’ un potere 
incorporato in altri poteri: dei grandi gruppi economici, degli 
apparati militari, dei governi e delle nazioni. Esso è inseparabile, 
parte costitutiva delle gerarchie dominanti del mondo di oggi. Perciò 
il compito che sta davanti a noi non è semplicemente culturale. E’ un 
compito politico di prima grandezza. Ridare all’azione umana, negli 
anni a venire, la consapevolezza che oggi è propria delle scienze 
ecologiche costituisce un nuovo orizzonte della lotta politica e 
della  iniziativa  democratica.
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911549/audio.mp3" length="67130410" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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_*Qualcosa di nuovo sotto il sole.*
Storia ambientale del pianeta nell'ultimo secolo
_

Contrapponendosi alle parole che condensavano l'antica saggezza 
dell'Ecclesiaste, McNeill sostiene la radicale portata dei cambiamenti 
che l'uomo del secolo scorso ha introdotto nel mondo fisico. 
Inconsapevolmente il genere umano ha sottoposto la Terra a un 
esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Col passare del 
tempo, questo si rivelerà l'aspetto più importante della storia del XX 
secolo: più della Seconda Guerra Mondiale, dell'avvento del comunismo, 
dell'alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, 
della progressiva emancipazione delle donne. Fondando la sua ricerca 
su una ricchissima documentazione, McNeill propone un'originale storia 
delle relazioni tra uomo e ambiente. Dalle foreste indonesiane 
all'aria di Londra, dalla caccia alle balene alle trasformazioni del 
clima, le nuove condizioni della Terra sono spesso la conseguenza non 
calcolata dei nostri modelli sociali, politici, economici e culturali. 
I sistemi che mantengono in vita il pianeta non potranno perciò più 
essere considerati come un semplice sfondo per le vicende umane: 
l'integrazione tra storia ed ecologia è una esigenza pressante per il 
futuro.


*Piero Bevilacqua
_L’ambiente e le scienze._*_
Quel che spetta al Novecento_

Nel corso del Novecento, nel vasto campo del sapere scientifico, si 
verificano almeno due grandi trasformazioni che hanno ricadute 
decisive sull’ambiente naturale e sui suoi equilibri. La prima 
riguarda l’evoluzione di un meccanismo interno allo stesso sapere 
scientifico: mano a mano che  potenza investigativa ed esattezza  
accrescono  le possibilità conoscitive della scienza, essa tende a 
perdere la sua unità, si frantuma in discipline sempre  più separate e 
fra loro non comunicanti.  La scienza diventa sempre meno portatrice 
di pensiero generale, di “visioni del mondo”, e appare sempre più 
curvata verso il lato strumentale del suo operare. Come dirà Heidegger 
nel 1929, essa tende a diventare  “una modalità della tecnica”. 
L’altra trasformazione è la sussunzione della scienza dentro la 
macchina economica capitalistica. La potenza manipolativa conseguita 
dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione 
tecnologica  delle sue scoperte – dà alle attività produttive delle 
società industriali  una capacità senza precedenti di alterazione del 
mondo vivente. L’evoluzione generale del pianeta viene ormai 
incorporata nella macchina della produzione, diventando parte della 
storia delle società umane.  Oggi, la possibilità futura di salvare la 
vita sulla Terra è affidata all’unificazione delle scienze. Tutti i 
processi umani andranno riconsiderati all’interno degli equilibri 
complessi e delicati del vivente. Una nuova scienza della natura dovrà 
ispirare la condotta degli individui, delle imprese, degli Stati. Si 
comprende bene dunque, la complessità del compito. Perché la scienza 
non è un sapere astratto, che vive nell’empireo. E’ un potere 
incorporato in altri poteri: dei grandi gruppi economici, degli 
apparati militari, dei governi e delle nazioni. Esso è inseparabile, 
parte costitutiva delle gerarchie dominanti del mondo di oggi. Perciò 
il compito che sta davanti a noi non è semplicemente culturale. E’ un 
compito politico di prima grandezza. Ridare all’azione umana, negli 
anni a venire, la consapevolezza che oggi è propria delle scienze 
ecologiche costituisce un nuovo orizzonte della lotta politica e 
della  iniziativa  democratica.
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<title>versione italiana - Lectio Magistralis di John McNeill/Piero Bevilacqua</title>
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<description>*John McNeill*
_*Qualcosa di nuovo sotto il sole.*
Storia ambientale del pianeta nell'ultimo secolo
_

Contrapponendosi alle parole che condensavano l'antica saggezza 
dell'Ecclesiaste, McNeill sostiene la radicale portata dei cambiamenti 
che l'uomo del secolo scorso ha introdotto nel mondo fisico. 
Inconsapevolmente il genere umano ha sottoposto la Terra a un 
esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Col passare del 
tempo, questo si rivelerà l'aspetto più importante della storia del XX 
secolo: più della Seconda Guerra Mondiale, dell'avvento del comunismo, 
dell'alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, 
della progressiva emancipazione delle donne. Fondando la sua ricerca 
su una ricchissima documentazione, McNeill propone un'originale storia 
delle relazioni tra uomo e ambiente. Dalle foreste indonesiane 
all'aria di Londra, dalla caccia alle balene alle trasformazioni del 
clima, le nuove condizioni della Terra sono spesso la conseguenza non 
calcolata dei nostri modelli sociali, politici, economici e culturali. 
I sistemi che mantengono in vita il pianeta non potranno perciò più 
essere considerati come un semplice sfondo per le vicende umane: 
l'integrazione tra storia ed ecologia è una esigenza pressante per il 
futuro.


*Piero Bevilacqua
_L’ambiente e le scienze._*_
Quel che spetta al Novecento_

Nel corso del Novecento, nel vasto campo del sapere scientifico, si 
verificano almeno due grandi trasformazioni che hanno ricadute 
decisive sull’ambiente naturale e sui suoi equilibri. La prima 
riguarda l’evoluzione di un meccanismo interno allo stesso sapere 
scientifico: mano a mano che  potenza investigativa ed esattezza  
accrescono  le possibilità conoscitive della scienza, essa tende a 
perdere la sua unità, si frantuma in discipline sempre  più separate e 
fra loro non comunicanti.  La scienza diventa sempre meno portatrice 
di pensiero generale, di “visioni del mondo”, e appare sempre più 
curvata verso il lato strumentale del suo operare. Come dirà Heidegger 
nel 1929, essa tende a diventare  “una modalità della tecnica”. 
L’altra trasformazione è la sussunzione della scienza dentro la 
macchina economica capitalistica. La potenza manipolativa conseguita 
dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione 
tecnologica  delle sue scoperte – dà alle attività produttive delle 
società industriali  una capacità senza precedenti di alterazione del 
mondo vivente. L’evoluzione generale del pianeta viene ormai 
incorporata nella macchina della produzione, diventando parte della 
storia delle società umane.  Oggi, la possibilità futura di salvare la 
vita sulla Terra è affidata all’unificazione delle scienze. Tutti i 
processi umani andranno riconsiderati all’interno degli equilibri 
complessi e delicati del vivente. Una nuova scienza della natura dovrà 
ispirare la condotta degli individui, delle imprese, degli Stati. Si 
comprende bene dunque, la complessità del compito. Perché la scienza 
non è un sapere astratto, che vive nell’empireo. E’ un potere 
incorporato in altri poteri: dei grandi gruppi economici, degli 
apparati militari, dei governi e delle nazioni. Esso è inseparabile, 
parte costitutiva delle gerarchie dominanti del mondo di oggi. Perciò 
il compito che sta davanti a noi non è semplicemente culturale. E’ un 
compito politico di prima grandezza. Ridare all’azione umana, negli 
anni a venire, la consapevolezza che oggi è propria delle scienze 
ecologiche costituisce un nuovo orizzonte della lotta politica e 
della  iniziativa  democratica.
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<itunes:summary>*John McNeill*
_*Qualcosa di nuovo sotto il sole.*
Storia ambientale del pianeta nell'ultimo secolo
_

Contrapponendosi alle parole che condensavano l'antica saggezza 
dell'Ecclesiaste, McNeill sostiene la radicale portata dei cambiamenti 
che l'uomo del secolo scorso ha introdotto nel mondo fisico. 
Inconsapevolmente il genere umano ha sottoposto la Terra a un 
esperimento non controllato di dimensioni gigantesche. Col passare del 
tempo, questo si rivelerà l'aspetto più importante della storia del XX 
secolo: più della Seconda Guerra Mondiale, dell'avvento del comunismo, 
dell'alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, 
della progressiva emancipazione delle donne. Fondando la sua ricerca 
su una ricchissima documentazione, McNeill propone un'originale storia 
delle relazioni tra uomo e ambiente. Dalle foreste indonesiane 
all'aria di Londra, dalla caccia alle balene alle trasformazioni del 
clima, le nuove condizioni della Terra sono spesso la conseguenza non 
calcolata dei nostri modelli sociali, politici, economici e culturali. 
I sistemi che mantengono in vita il pianeta non potranno perciò più 
essere considerati come un semplice sfondo per le vicende umane: 
l'integrazione tra storia ed ecologia è una esigenza pressante per il 
futuro.


*Piero Bevilacqua
_L’ambiente e le scienze._*_
Quel che spetta al Novecento_

Nel corso del Novecento, nel vasto campo del sapere scientifico, si 
verificano almeno due grandi trasformazioni che hanno ricadute 
decisive sull’ambiente naturale e sui suoi equilibri. La prima 
riguarda l’evoluzione di un meccanismo interno allo stesso sapere 
scientifico: mano a mano che  potenza investigativa ed esattezza  
accrescono  le possibilità conoscitive della scienza, essa tende a 
perdere la sua unità, si frantuma in discipline sempre  più separate e 
fra loro non comunicanti.  La scienza diventa sempre meno portatrice 
di pensiero generale, di “visioni del mondo”, e appare sempre più 
curvata verso il lato strumentale del suo operare. Come dirà Heidegger 
nel 1929, essa tende a diventare  “una modalità della tecnica”. 
L’altra trasformazione è la sussunzione della scienza dentro la 
macchina economica capitalistica. La potenza manipolativa conseguita 
dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione 
tecnologica  delle sue scoperte – dà alle attività produttive delle 
società industriali  una capacità senza precedenti di alterazione del 
mondo vivente. L’evoluzione generale del pianeta viene ormai 
incorporata nella macchina della produzione, diventando parte della 
storia delle società umane.  Oggi, la possibilità futura di salvare la 
vita sulla Terra è affidata all’unificazione delle scienze. Tutti i 
processi umani andranno riconsiderati all’interno degli equilibri 
complessi e delicati del vivente. Una nuova scienza della natura dovrà 
ispirare la condotta degli individui, delle imprese, degli Stati. Si 
comprende bene dunque, la complessità del compito. Perché la scienza 
non è un sapere astratto, che vive nell’empireo. E’ un potere 
incorporato in altri poteri: dei grandi gruppi economici, degli 
apparati militari, dei governi e delle nazioni. Esso è inseparabile, 
parte costitutiva delle gerarchie dominanti del mondo di oggi. Perciò 
il compito che sta davanti a noi non è semplicemente culturale. E’ un 
compito politico di prima grandezza. Ridare all’azione umana, negli 
anni a venire, la consapevolezza che oggi è propria delle scienze 
ecologiche costituisce un nuovo orizzonte della lotta politica e 
della  iniziativa  democratica.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Mark Maslin, Luca Mercalli</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911550</link>
<description>L'opinione della comunità scientifica sul cambiamento del clima, 
espressa dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) 
delle Nazioni Unite, insignito del Premio Nobel per la Pace del 2007, 
e sottoscritta dalle accademie della scienza delle nazioni del G8, non 
potrebbe essere ormai più chiara: la temperatura globale media è 
aumentata di 0,6 ± 0,2 °C dalla fine del XIX secolo e "la maggior 
parte del riscaldamento osservato durante gli ultimi 50 anni è 
attribuibile alle attività umane". Il riscaldamento globale è dunque 
ormai un problema del presente e, sebbene recentemente sia diventato 
uno dei temi più dibattuti nelle polemiche contingenti presenti sui 
mass media,  è urgente affrontarlo pragmaticamente nella piena 
consapevolezza delle conoscenze scientifiche a disposizione sul 
fenomeno e sulle possibili contromisure per affrontarlo.



 </description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911550/audio.mp3" length="74891598" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Mark Maslin, Luca Mercalli</itunes:subtitle>
<itunes:summary>L'opinione della comunità scientifica sul cambiamento del clima, 
espressa dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) 
delle Nazioni Unite, insignito del Premio Nobel per la Pace del 2007, 
e sottoscritta dalle accademie della scienza delle nazioni del G8, non 
potrebbe essere ormai più chiara: la temperatura globale media è 
aumentata di 0,6 ± 0,2 °C dalla fine del XIX secolo e "la maggior 
parte del riscaldamento osservato durante gli ultimi 50 anni è 
attribuibile alle attività umane". Il riscaldamento globale è dunque 
ormai un problema del presente e, sebbene recentemente sia diventato 
uno dei temi più dibattuti nelle polemiche contingenti presenti sui 
mass media,  è urgente affrontarlo pragmaticamente nella piena 
consapevolezza delle conoscenze scientifiche a disposizione sul 
fenomeno e sulle possibili contromisure per affrontarlo.



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Mark Maslin, Luca Mercalli</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911550</link>
<description>L'opinione della comunità scientifica sul cambiamento del clima, 
espressa dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) 
delle Nazioni Unite, insignito del Premio Nobel per la Pace del 2007, 
e sottoscritta dalle accademie della scienza delle nazioni del G8, non 
potrebbe essere ormai più chiara: la temperatura globale media è 
aumentata di 0,6 ± 0,2 °C dalla fine del XIX secolo e "la maggior 
parte del riscaldamento osservato durante gli ultimi 50 anni è 
attribuibile alle attività umane". Il riscaldamento globale è dunque 
ormai un problema del presente e, sebbene recentemente sia diventato 
uno dei temi più dibattuti nelle polemiche contingenti presenti sui 
mass media,  è urgente affrontarlo pragmaticamente nella piena 
consapevolezza delle conoscenze scientifiche a disposizione sul 
fenomeno e sulle possibili contromisure per affrontarlo.



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<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Mark Maslin, Luca Mercalli</itunes:subtitle>
<itunes:summary>L'opinione della comunità scientifica sul cambiamento del clima, 
espressa dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) 
delle Nazioni Unite, insignito del Premio Nobel per la Pace del 2007, 
e sottoscritta dalle accademie della scienza delle nazioni del G8, non 
potrebbe essere ormai più chiara: la temperatura globale media è 
aumentata di 0,6 ± 0,2 °C dalla fine del XIX secolo e "la maggior 
parte del riscaldamento osservato durante gli ultimi 50 anni è 
attribuibile alle attività umane". Il riscaldamento globale è dunque 
ormai un problema del presente e, sebbene recentemente sia diventato 
uno dei temi più dibattuti nelle polemiche contingenti presenti sui 
mass media,  è urgente affrontarlo pragmaticamente nella piena 
consapevolezza delle conoscenze scientifiche a disposizione sul 
fenomeno e sulle possibili contromisure per affrontarlo.



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Sir David King  "Le sfide del XXI secolo"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911767</link>
<description>Probabilmente il motore principale delle sfide globali è rappresentato 
dall’incremento demografico. Sul nostro pianeta vivono oggi circa sei 
miliardi di persone, che, secondo le previsioni, diventeranno nove 
miliardi entro il 2050. A questa pressione sulle sempre più scarse 
risorse naturali si affianca quella che è forse la sfida più grande da 
affrontare a livello globale: il cambiamento del clima. Il recente 
rapporto del Comitato Intergovernativo sui cambiamenti climatici delle 
Nazioni Unite ha dimostrato come la relazione diretta tra attività 
umane e riscaldamento del pianeta sia più stretta che mai. Le 
emissioni sempre più massicce di anidride carbonica e altri gas serra 
stanno facendo salire le temperature. Se non si prenderanno con 
urgenza misure volte a ridurre sostanzialmente le emissioni di 
anidride carbonica e di altri gas serra, il previsto incremento della 
temperatura avrà un impatto devastante in tutto il pianeta. Le 
temperature più elevate avranno ripercussioni su quasi tutti i settori 
della società. Uragani più potenti e l’innalzamento del livello del 
mare colpiranno le infrastrutture, l’alterazione delle temperature 
modificherà gli schemi delle malattie infettive e aumenterà la 
frequenza delle ondate di calore, la siccità danneggerà la produzione 
alimentare e le risorse idriche; lo stesso effetto deriverà dalla 
riduzione dei ghiacciai, che forniscono acqua potabile a una persona 
su sei.

 



</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911767/audio.mp3" length="70385476" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Sir David King  "Le sfide del XXI secolo"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Probabilmente il motore principale delle sfide globali è rappresentato 
dall’incremento demografico. Sul nostro pianeta vivono oggi circa sei 
miliardi di persone, che, secondo le previsioni, diventeranno nove 
miliardi entro il 2050. A questa pressione sulle sempre più scarse 
risorse naturali si affianca quella che è forse la sfida più grande da 
affrontare a livello globale: il cambiamento del clima. Il recente 
rapporto del Comitato Intergovernativo sui cambiamenti climatici delle 
Nazioni Unite ha dimostrato come la relazione diretta tra attività 
umane e riscaldamento del pianeta sia più stretta che mai. Le 
emissioni sempre più massicce di anidride carbonica e altri gas serra 
stanno facendo salire le temperature. Se non si prenderanno con 
urgenza misure volte a ridurre sostanzialmente le emissioni di 
anidride carbonica e di altri gas serra, il previsto incremento della 
temperatura avrà un impatto devastante in tutto il pianeta. Le 
temperature più elevate avranno ripercussioni su quasi tutti i settori 
della società. Uragani più potenti e l’innalzamento del livello del 
mare colpiranno le infrastrutture, l’alterazione delle temperature 
modificherà gli schemi delle malattie infettive e aumenterà la 
frequenza delle ondate di calore, la siccità danneggerà la produzione 
alimentare e le risorse idriche; lo stesso effetto deriverà dalla 
riduzione dei ghiacciai, che forniscono acqua potabile a una persona 
su sei.

 



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Veerabhadran Ramanathan</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911555</link>
<description>*L'impatto del riscaldamento globale.* Acqua, agricoltura e salute


Lo scienziato Veerabhadran Ramanathan, uno dei massimi esperti del 
settore, sostiene che servono ulteriori studi per individuare le cause 
profonde dei cambiamenti climatici in atto. I due terzi dei ghiacciai 
dell'Himalaya si stanno sciogliendo per il riscaldamento globale, 
fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l'Asia orientale. 
La liquefazione dei ghiacciai himalayani avrà gravi ripercussioni 
sulle riserve idriche, in particolare su alcuni grandi fiumi asiatici 
come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong sulle cui rive vive 
oltre un miliardo di persone. Lo studio della nube marrone 
sull'Himalaya, diretto da Veerabhadran Ramanathan  (composta da 
inquinanti in parte incombusti con uno spessore di 3 mila metri e una 
superficie di 10-12 milioni di chilometri quadrati) avviene anche 
tramite la stazione di monitoraggio Pyramid, posta a 5.079 metri di 
altezza sull'Everest. Le particelle carboniose che si depositano sui 
ghiacciai li fanno diventare meno riflettenti. In questo modo i 
ghiacci assorbono di più i raggi solari e si sciolgono più 
rapidamente. È l'uomo che sta cambiando il ciclo dell'acqua, ovvero la 
microfisica delle nubi. Sul clima manca ancora una conoscenza 
adeguata, ma le stazioni di montagna danno un grande contributo. Nel 
sud-est asiatico la diminuzione delle piogge monsoniche, dovuta in 
parte anche alla nube marrone, e il minore approvvigionamento idrico 
hanno causato in India un forte calo della produzione di riso. Questo 
è uno dei motivi per cui i ghiacciai sono essenziali per la 
sopravvivenza dell'Asia. Secondo i dati rilevati dalla stazione 
sull'Everest, la nube marrone si è formata dove si concentra una forte 
antropizzazione e un forte inquinamento dovuto soprattutto a materiali 
incombusti, centrali elettriche, gas di scarico e impianti di 
riscaldamento di scarsa qualità.


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<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911555/audio.mp3" length="64154331" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Veerabhadran Ramanathan</itunes:subtitle>
<itunes:summary>*L'impatto del riscaldamento globale.* Acqua, agricoltura e salute


Lo scienziato Veerabhadran Ramanathan, uno dei massimi esperti del 
settore, sostiene che servono ulteriori studi per individuare le cause 
profonde dei cambiamenti climatici in atto. I due terzi dei ghiacciai 
dell'Himalaya si stanno sciogliendo per il riscaldamento globale, 
fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l'Asia orientale. 
La liquefazione dei ghiacciai himalayani avrà gravi ripercussioni 
sulle riserve idriche, in particolare su alcuni grandi fiumi asiatici 
come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong sulle cui rive vive 
oltre un miliardo di persone. Lo studio della nube marrone 
sull'Himalaya, diretto da Veerabhadran Ramanathan  (composta da 
inquinanti in parte incombusti con uno spessore di 3 mila metri e una 
superficie di 10-12 milioni di chilometri quadrati) avviene anche 
tramite la stazione di monitoraggio Pyramid, posta a 5.079 metri di 
altezza sull'Everest. Le particelle carboniose che si depositano sui 
ghiacciai li fanno diventare meno riflettenti. In questo modo i 
ghiacci assorbono di più i raggi solari e si sciolgono più 
rapidamente. È l'uomo che sta cambiando il ciclo dell'acqua, ovvero la 
microfisica delle nubi. Sul clima manca ancora una conoscenza 
adeguata, ma le stazioni di montagna danno un grande contributo. Nel 
sud-est asiatico la diminuzione delle piogge monsoniche, dovuta in 
parte anche alla nube marrone, e il minore approvvigionamento idrico 
hanno causato in India un forte calo della produzione di riso. Questo 
è uno dei motivi per cui i ghiacciai sono essenziali per la 
sopravvivenza dell'Asia. Secondo i dati rilevati dalla stazione 
sull'Everest, la nube marrone si è formata dove si concentra una forte 
antropizzazione e un forte inquinamento dovuto soprattutto a materiali 
incombusti, centrali elettriche, gas di scarico e impianti di 
riscaldamento di scarsa qualità.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Lectio Magistralis di Veerabhadran Ramanathan</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911555</link>
<description>*L'impatto del riscaldamento globale.* Acqua, agricoltura e salute


Lo scienziato Veerabhadran Ramanathan, uno dei massimi esperti del 
settore, sostiene che servono ulteriori studi per individuare le cause 
profonde dei cambiamenti climatici in atto. I due terzi dei ghiacciai 
dell'Himalaya si stanno sciogliendo per il riscaldamento globale, 
fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l'Asia orientale. 
La liquefazione dei ghiacciai himalayani avrà gravi ripercussioni 
sulle riserve idriche, in particolare su alcuni grandi fiumi asiatici 
come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong sulle cui rive vive 
oltre un miliardo di persone. Lo studio della nube marrone 
sull'Himalaya, diretto da Veerabhadran Ramanathan  (composta da 
inquinanti in parte incombusti con uno spessore di 3 mila metri e una 
superficie di 10-12 milioni di chilometri quadrati) avviene anche 
tramite la stazione di monitoraggio Pyramid, posta a 5.079 metri di 
altezza sull'Everest. Le particelle carboniose che si depositano sui 
ghiacciai li fanno diventare meno riflettenti. In questo modo i 
ghiacci assorbono di più i raggi solari e si sciolgono più 
rapidamente. È l'uomo che sta cambiando il ciclo dell'acqua, ovvero la 
microfisica delle nubi. Sul clima manca ancora una conoscenza 
adeguata, ma le stazioni di montagna danno un grande contributo. Nel 
sud-est asiatico la diminuzione delle piogge monsoniche, dovuta in 
parte anche alla nube marrone, e il minore approvvigionamento idrico 
hanno causato in India un forte calo della produzione di riso. Questo 
è uno dei motivi per cui i ghiacciai sono essenziali per la 
sopravvivenza dell'Asia. Secondo i dati rilevati dalla stazione 
sull'Everest, la nube marrone si è formata dove si concentra una forte 
antropizzazione e un forte inquinamento dovuto soprattutto a materiali 
incombusti, centrali elettriche, gas di scarico e impianti di 
riscaldamento di scarsa qualità.


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<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Lectio Magistralis di Veerabhadran Ramanathan</itunes:subtitle>
<itunes:summary>*L'impatto del riscaldamento globale.* Acqua, agricoltura e salute


Lo scienziato Veerabhadran Ramanathan, uno dei massimi esperti del 
settore, sostiene che servono ulteriori studi per individuare le cause 
profonde dei cambiamenti climatici in atto. I due terzi dei ghiacciai 
dell'Himalaya si stanno sciogliendo per il riscaldamento globale, 
fenomeno aggravato dalla “nube marrone” che avvolge l'Asia orientale. 
La liquefazione dei ghiacciai himalayani avrà gravi ripercussioni 
sulle riserve idriche, in particolare su alcuni grandi fiumi asiatici 
come Gange, Brahmaputra, Indo, Salween e Mekong sulle cui rive vive 
oltre un miliardo di persone. Lo studio della nube marrone 
sull'Himalaya, diretto da Veerabhadran Ramanathan  (composta da 
inquinanti in parte incombusti con uno spessore di 3 mila metri e una 
superficie di 10-12 milioni di chilometri quadrati) avviene anche 
tramite la stazione di monitoraggio Pyramid, posta a 5.079 metri di 
altezza sull'Everest. Le particelle carboniose che si depositano sui 
ghiacciai li fanno diventare meno riflettenti. In questo modo i 
ghiacci assorbono di più i raggi solari e si sciolgono più 
rapidamente. È l'uomo che sta cambiando il ciclo dell'acqua, ovvero la 
microfisica delle nubi. Sul clima manca ancora una conoscenza 
adeguata, ma le stazioni di montagna danno un grande contributo. Nel 
sud-est asiatico la diminuzione delle piogge monsoniche, dovuta in 
parte anche alla nube marrone, e il minore approvvigionamento idrico 
hanno causato in India un forte calo della produzione di riso. Questo 
è uno dei motivi per cui i ghiacciai sono essenziali per la 
sopravvivenza dell'Asia. Secondo i dati rilevati dalla stazione 
sull'Everest, la nube marrone si è formata dove si concentra una forte 
antropizzazione e un forte inquinamento dovuto soprattutto a materiali 
incombusti, centrali elettriche, gas di scarico e impianti di 
riscaldamento di scarsa qualità.


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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Steven Chu</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911770</link>
<description>L’utilizzazione dell’energia è stata resa possibile dalla nostra 
crescente abilità di sfruttare le abbondanti risorse di energia 
presenti sul pianeta. Il consumo mondiale di energia è pressoché 
raddoppiato tra il 1970 e il 2001. Entro il 2005 sarà triplicato. 
L’estrazione di petrolio, la nostra risorsa più preziosa, dovrebbe 
toccare il suo apice nell’arco di 10-30 anni. La maggior parte del 
petrolio sarà consumata entro la fine del secolo. Ciò che ha richiesto 
centinaia di milioni di anni alla natura per esser prodotto sarà 
consumato entro 200 anni. Analogo destino avrà il gas naturale. Altre 
forme di combustibile fossile (come ad esempio il carbone) potranno 
durare ancora per centinaia di anni. Ma c’è un problema. Il consenso 
prevalente tra gli scienziati è che la terra si sta riscaldando, e la 
causa più probabile è l’emissione di gas con effetto serra, come 
l’anidride carbonica. Il riscaldamento del pianeta ha reso discutibili 
futuri investimenti in impianti convenzionali a carbone. Non sembra 
esserci una soluzione magica al problema dell’energia. Mentre 
l’efficienza degli impianti gioca un ruolo molto grande nel definire 
quanta energia consumiamo, noi dobbiamo disporre anche di un insieme 
diversificato di investimenti per sviluppare sorgenti sostenibili di 
energia che, nella loro costruzione e nel loro impiego, non diano 
luogo all’emissione di anidride carbonica. La domanda di fondo è: 
Quale dovrebbe essere il nostro miglior investimento per il futuro 
dell’energia? 








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<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Steven Chu</itunes:subtitle>
<itunes:summary>L’utilizzazione dell’energia è stata resa possibile dalla nostra 
crescente abilità di sfruttare le abbondanti risorse di energia 
presenti sul pianeta. Il consumo mondiale di energia è pressoché 
raddoppiato tra il 1970 e il 2001. Entro il 2005 sarà triplicato. 
L’estrazione di petrolio, la nostra risorsa più preziosa, dovrebbe 
toccare il suo apice nell’arco di 10-30 anni. La maggior parte del 
petrolio sarà consumata entro la fine del secolo. Ciò che ha richiesto 
centinaia di milioni di anni alla natura per esser prodotto sarà 
consumato entro 200 anni. Analogo destino avrà il gas naturale. Altre 
forme di combustibile fossile (come ad esempio il carbone) potranno 
durare ancora per centinaia di anni. Ma c’è un problema. Il consenso 
prevalente tra gli scienziati è che la terra si sta riscaldando, e la 
causa più probabile è l’emissione di gas con effetto serra, come 
l’anidride carbonica. Il riscaldamento del pianeta ha reso discutibili 
futuri investimenti in impianti convenzionali a carbone. Non sembra 
esserci una soluzione magica al problema dell’energia. Mentre 
l’efficienza degli impianti gioca un ruolo molto grande nel definire 
quanta energia consumiamo, noi dobbiamo disporre anche di un insieme 
diversificato di investimenti per sviluppare sorgenti sostenibili di 
energia che, nella loro costruzione e nel loro impiego, non diano 
luogo all’emissione di anidride carbonica. La domanda di fondo è: 
Quale dovrebbe essere il nostro miglior investimento per il futuro 
dell’energia? 








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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>versione italiana - Steven Chu</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911770</link>
<description>L’utilizzazione dell’energia è stata resa possibile dalla nostra 
crescente abilità di sfruttare le abbondanti risorse di energia 
presenti sul pianeta. Il consumo mondiale di energia è pressoché 
raddoppiato tra il 1970 e il 2001. Entro il 2005 sarà triplicato. 
L’estrazione di petrolio, la nostra risorsa più preziosa, dovrebbe 
toccare il suo apice nell’arco di 10-30 anni. La maggior parte del 
petrolio sarà consumata entro la fine del secolo. Ciò che ha richiesto 
centinaia di milioni di anni alla natura per esser prodotto sarà 
consumato entro 200 anni. Analogo destino avrà il gas naturale. Altre 
forme di combustibile fossile (come ad esempio il carbone) potranno 
durare ancora per centinaia di anni. Ma c’è un problema. Il consenso 
prevalente tra gli scienziati è che la terra si sta riscaldando, e la 
causa più probabile è l’emissione di gas con effetto serra, come 
l’anidride carbonica. Il riscaldamento del pianeta ha reso discutibili 
futuri investimenti in impianti convenzionali a carbone. Non sembra 
esserci una soluzione magica al problema dell’energia. Mentre 
l’efficienza degli impianti gioca un ruolo molto grande nel definire 
quanta energia consumiamo, noi dobbiamo disporre anche di un insieme 
diversificato di investimenti per sviluppare sorgenti sostenibili di 
energia che, nella loro costruzione e nel loro impiego, non diano 
luogo all’emissione di anidride carbonica. La domanda di fondo è: 
Quale dovrebbe essere il nostro miglior investimento per il futuro 
dell’energia? 








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<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>L’utilizzazione dell’energia è stata resa possibile dalla nostra 
crescente abilità di sfruttare le abbondanti risorse di energia 
presenti sul pianeta. Il consumo mondiale di energia è pressoché 
raddoppiato tra il 1970 e il 2001. Entro il 2005 sarà triplicato. 
L’estrazione di petrolio, la nostra risorsa più preziosa, dovrebbe 
toccare il suo apice nell’arco di 10-30 anni. La maggior parte del 
petrolio sarà consumata entro la fine del secolo. Ciò che ha richiesto 
centinaia di milioni di anni alla natura per esser prodotto sarà 
consumato entro 200 anni. Analogo destino avrà il gas naturale. Altre 
forme di combustibile fossile (come ad esempio il carbone) potranno 
durare ancora per centinaia di anni. Ma c’è un problema. Il consenso 
prevalente tra gli scienziati è che la terra si sta riscaldando, e la 
causa più probabile è l’emissione di gas con effetto serra, come 
l’anidride carbonica. Il riscaldamento del pianeta ha reso discutibili 
futuri investimenti in impianti convenzionali a carbone. Non sembra 
esserci una soluzione magica al problema dell’energia. Mentre 
l’efficienza degli impianti gioca un ruolo molto grande nel definire 
quanta energia consumiamo, noi dobbiamo disporre anche di un insieme 
diversificato di investimenti per sviluppare sorgenti sostenibili di 
energia che, nella loro costruzione e nel loro impiego, non diano 
luogo all’emissione di anidride carbonica. La domanda di fondo è: 
Quale dovrebbe essere il nostro miglior investimento per il futuro 
dell’energia? 








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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Robert Hinde</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911558</link>
<description>*Perchè la guerra?* Il ruolo e le responsabilità dello scienziato


Il conflitto violento è orribile, pericoloso per gli individui e 
costoso per i gruppi e le nazioni che ne prendono parte. È anche 
immorale. Quindi perché paesi, gruppi ed individui si fanno 
coinvolgere in conflitti violenti? Dobbiamo separare le motivazioni 
dai problemi morali. Tutti i conflitti hanno cause multiple, ma i 
problemi sono diversi e rispecchiamo la complessità sociale. Due cose 
sono essenziali: le armi e gli individui che le useranno. 
L'aggressività individuale è molto più forte in conflitti su scala 
ridotta che in una grande guerra. A livello di guerra fra bande le 
differenze di personalità individuali diventano discriminanti più che 
in qualunque conflitto mondiale. In entrambi i casi il problema è il 
senso del dovere nei confronti di un amico, del plotone, di un gruppo, 
della nazione o qualunque altra cosa. Ciò si comprende meglio se si 
considera la guerra un'istituzione con ruoli diversi, ciascuno dei 
quali associato ai propri diritti e ai propri doveri, per esempio, 
statista, generale, combattente, addetto alle munizioni, ecc.
Un severo monito al genere umano: è necessaria un'educazione alla 
pace, una "cultura di pace", ed è auspicabile un governo mondiale che 
permetta di mantenere la cooperazione internazionale nel rispetto 
delle differenze culturali, etniche e religiose. 
 
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4911558/audio.mp3" length="78219703" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 15:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Robert Hinde</itunes:subtitle>
<itunes:summary>*Perchè la guerra?* Il ruolo e le responsabilità dello scienziato


Il conflitto violento è orribile, pericoloso per gli individui e 
costoso per i gruppi e le nazioni che ne prendono parte. È anche 
immorale. Quindi perché paesi, gruppi ed individui si fanno 
coinvolgere in conflitti violenti? Dobbiamo separare le motivazioni 
dai problemi morali. Tutti i conflitti hanno cause multiple, ma i 
problemi sono diversi e rispecchiamo la complessità sociale. Due cose 
sono essenziali: le armi e gli individui che le useranno. 
L'aggressività individuale è molto più forte in conflitti su scala 
ridotta che in una grande guerra. A livello di guerra fra bande le 
differenze di personalità individuali diventano discriminanti più che 
in qualunque conflitto mondiale. In entrambi i casi il problema è il 
senso del dovere nei confronti di un amico, del plotone, di un gruppo, 
della nazione o qualunque altra cosa. Ciò si comprende meglio se si 
considera la guerra un'istituzione con ruoli diversi, ciascuno dei 
quali associato ai propri diritti e ai propri doveri, per esempio, 
statista, generale, combattente, addetto alle munizioni, ecc.
Un severo monito al genere umano: è necessaria un'educazione alla 
pace, una "cultura di pace", ed è auspicabile un governo mondiale che 
permetta di mantenere la cooperazione internazionale nel rispetto 
delle differenze culturali, etniche e religiose. 
 
</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>versione italiana - Lectio Magistralis di Robert Hinde</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911558</link>
<description>*Perchè la guerra?* Il ruolo e le responsabilità dello scienziato


Il conflitto violento è orribile, pericoloso per gli individui e 
costoso per i gruppi e le nazioni che ne prendono parte. È anche 
immorale. Quindi perché paesi, gruppi ed individui si fanno 
coinvolgere in conflitti violenti? Dobbiamo separare le motivazioni 
dai problemi morali. Tutti i conflitti hanno cause multiple, ma i 
problemi sono diversi e rispecchiamo la complessità sociale. Due cose 
sono essenziali: le armi e gli individui che le useranno. 
L'aggressività individuale è molto più forte in conflitti su scala 
ridotta che in una grande guerra. A livello di guerra fra bande le 
differenze di personalità individuali diventano discriminanti più che 
in qualunque conflitto mondiale. In entrambi i casi il problema è il 
senso del dovere nei confronti di un amico, del plotone, di un gruppo, 
della nazione o qualunque altra cosa. Ciò si comprende meglio se si 
considera la guerra un'istituzione con ruoli diversi, ciascuno dei 
quali associato ai propri diritti e ai propri doveri, per esempio, 
statista, generale, combattente, addetto alle munizioni, ecc.
Un severo monito al genere umano: è necessaria un'educazione alla 
pace, una "cultura di pace", ed è auspicabile un governo mondiale che 
permetta di mantenere la cooperazione internazionale nel rispetto 
delle differenze culturali, etniche e religiose. 
 
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<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 15:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>*Perchè la guerra?* Il ruolo e le responsabilità dello scienziato


Il conflitto violento è orribile, pericoloso per gli individui e 
costoso per i gruppi e le nazioni che ne prendono parte. È anche 
immorale. Quindi perché paesi, gruppi ed individui si fanno 
coinvolgere in conflitti violenti? Dobbiamo separare le motivazioni 
dai problemi morali. Tutti i conflitti hanno cause multiple, ma i 
problemi sono diversi e rispecchiamo la complessità sociale. Due cose 
sono essenziali: le armi e gli individui che le useranno. 
L'aggressività individuale è molto più forte in conflitti su scala 
ridotta che in una grande guerra. A livello di guerra fra bande le 
differenze di personalità individuali diventano discriminanti più che 
in qualunque conflitto mondiale. In entrambi i casi il problema è il 
senso del dovere nei confronti di un amico, del plotone, di un gruppo, 
della nazione o qualunque altra cosa. Ciò si comprende meglio se si 
considera la guerra un'istituzione con ruoli diversi, ciascuno dei 
quali associato ai propri diritti e ai propri doveri, per esempio, 
statista, generale, combattente, addetto alle munizioni, ecc.
Un severo monito al genere umano: è necessaria un'educazione alla 
pace, una "cultura di pace", ed è auspicabile un governo mondiale che 
permetta di mantenere la cooperazione internazionale nel rispetto 
delle differenze culturali, etniche e religiose. 
 
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<title>Lectio Magistralis di George Saliba</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911560</link>
<description>Il ruolo che in passato la civiltà islamica ha svolto nello sviluppo 
del pensiero scientifico è noto a tutti, ma altrettanto noto è il 
fatto che, nell’era moderna e contemporanea, il mondo musulmano sembra 
avere abdicato totalmente a questo ruolo, non riuscendo più a tenere 
il passo con la rapida evoluzione che la scienza andava subendo nella 
cultura europea. L’Islam non ha assistito ad alcuna rivoluzione 
scientifica, almeno nel senso che siamo abituati ad attribuire a 
questa parola; eppure, per tutto il Medioevo, fu proprio la civiltà 
islamica la principale ispiratrice di un vasto e profondo movimento 
intellettuale che fornì all’Europa le chiavi di quella rivoluzione. 
Ciò che viene comunemente definito  come la “scienza araba”, ma che 
sarebbe più corretto definire “islamica”, dato che non ne furono solo 
Arabi i principali artefici, nei nostri manuali di storia della 
scienza o della filosofia è in genere considerata come l’anello di 
congiunzione fra la grande eredità del pensiero antico e l’era 
moderna. Questo discorso esplorerà l'impatto che ha avuto nel mondo 
islamico lo sviluppo della scienza moderna in Europa durante il 
Rinascimento, e le ragioni di una supposta superiorità della scienza 
europea e occidentale.</description>
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<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Il ruolo che in passato la civiltà islamica ha svolto nello sviluppo 
del pensiero scientifico è noto a tutti, ma altrettanto noto è il 
fatto che, nell’era moderna e contemporanea, il mondo musulmano sembra 
avere abdicato totalmente a questo ruolo, non riuscendo più a tenere 
il passo con la rapida evoluzione che la scienza andava subendo nella 
cultura europea. L’Islam non ha assistito ad alcuna rivoluzione 
scientifica, almeno nel senso che siamo abituati ad attribuire a 
questa parola; eppure, per tutto il Medioevo, fu proprio la civiltà 
islamica la principale ispiratrice di un vasto e profondo movimento 
intellettuale che fornì all’Europa le chiavi di quella rivoluzione. 
Ciò che viene comunemente definito  come la “scienza araba”, ma che 
sarebbe più corretto definire “islamica”, dato che non ne furono solo 
Arabi i principali artefici, nei nostri manuali di storia della 
scienza o della filosofia è in genere considerata come l’anello di 
congiunzione fra la grande eredità del pensiero antico e l’era 
moderna. Questo discorso esplorerà l'impatto che ha avuto nel mondo 
islamico lo sviluppo della scienza moderna in Europa durante il 
Rinascimento, e le ragioni di una supposta superiorità della scienza 
europea e occidentale.</itunes:summary>
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<title>versione italiana - Lectio Magistralis di George Saliba</title>
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<description>Il ruolo che in passato la civiltà islamica ha svolto nello sviluppo 
del pensiero scientifico è noto a tutti, ma altrettanto noto è il 
fatto che, nell’era moderna e contemporanea, il mondo musulmano sembra 
avere abdicato totalmente a questo ruolo, non riuscendo più a tenere 
il passo con la rapida evoluzione che la scienza andava subendo nella 
cultura europea. L’Islam non ha assistito ad alcuna rivoluzione 
scientifica, almeno nel senso che siamo abituati ad attribuire a 
questa parola; eppure, per tutto il Medioevo, fu proprio la civiltà 
islamica la principale ispiratrice di un vasto e profondo movimento 
intellettuale che fornì all’Europa le chiavi di quella rivoluzione. 
Ciò che viene comunemente definito  come la “scienza araba”, ma che 
sarebbe più corretto definire “islamica”, dato che non ne furono solo 
Arabi i principali artefici, nei nostri manuali di storia della 
scienza o della filosofia è in genere considerata come l’anello di 
congiunzione fra la grande eredità del pensiero antico e l’era 
moderna. Questo discorso esplorerà l'impatto che ha avuto nel mondo 
islamico lo sviluppo della scienza moderna in Europa durante il 
Rinascimento, e le ragioni di una supposta superiorità della scienza 
europea e occidentale.</description>
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<itunes:summary>Il ruolo che in passato la civiltà islamica ha svolto nello sviluppo 
del pensiero scientifico è noto a tutti, ma altrettanto noto è il 
fatto che, nell’era moderna e contemporanea, il mondo musulmano sembra 
avere abdicato totalmente a questo ruolo, non riuscendo più a tenere 
il passo con la rapida evoluzione che la scienza andava subendo nella 
cultura europea. L’Islam non ha assistito ad alcuna rivoluzione 
scientifica, almeno nel senso che siamo abituati ad attribuire a 
questa parola; eppure, per tutto il Medioevo, fu proprio la civiltà 
islamica la principale ispiratrice di un vasto e profondo movimento 
intellettuale che fornì all’Europa le chiavi di quella rivoluzione. 
Ciò che viene comunemente definito  come la “scienza araba”, ma che 
sarebbe più corretto definire “islamica”, dato che non ne furono solo 
Arabi i principali artefici, nei nostri manuali di storia della 
scienza o della filosofia è in genere considerata come l’anello di 
congiunzione fra la grande eredità del pensiero antico e l’era 
moderna. Questo discorso esplorerà l'impatto che ha avuto nel mondo 
islamico lo sviluppo della scienza moderna in Europa durante il 
Rinascimento, e le ragioni di una supposta superiorità della scienza 
europea e occidentale.</itunes:summary>
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<item>
<title>Richard Ernst</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911771</link>
<description>È indubbio che la scienza e il progresso scientifico siano 
indispensabili al nostro benessere presente e futuro. Tuttavia, non 
basta considerare gli scienziati come semplici ricercatori che 
esplorano l’ignoto e magari insegnano alle generazioni successive a 
fare lo stesso. Il nostro mondo ha bisogno della guida di personalità 
indipendenti, che abbiano la libertà di sottrarsi ai modi tradizionali 
di pensare e di agire. Diversamente dai politici, che devono difendere 
il loro mandato, e dai grandi industriali, costretti a lavorare 
guardando al profitto monetario, la comunità accademica è praticamente 
libera da costrizioni di questo genere. A essa viene richiesto 
pertanto di utilizzare questa libertà per assumere un ruolo di guida 
sia nella formulazione di strategie globali che nella critica delle 
tendenze in atto, spesso poco lungimiranti e difficili da controllare. 
Alle nostre università si richiede di accettare la posizione di centri 
culturali in grado di influenzare lo sviluppo sociale a livello 
mondiale.









  </description>
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<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>È indubbio che la scienza e il progresso scientifico siano 
indispensabili al nostro benessere presente e futuro. Tuttavia, non 
basta considerare gli scienziati come semplici ricercatori che 
esplorano l’ignoto e magari insegnano alle generazioni successive a 
fare lo stesso. Il nostro mondo ha bisogno della guida di personalità 
indipendenti, che abbiano la libertà di sottrarsi ai modi tradizionali 
di pensare e di agire. Diversamente dai politici, che devono difendere 
il loro mandato, e dai grandi industriali, costretti a lavorare 
guardando al profitto monetario, la comunità accademica è praticamente 
libera da costrizioni di questo genere. A essa viene richiesto 
pertanto di utilizzare questa libertà per assumere un ruolo di guida 
sia nella formulazione di strategie globali che nella critica delle 
tendenze in atto, spesso poco lungimiranti e difficili da controllare. 
Alle nostre università si richiede di accettare la posizione di centri 
culturali in grado di influenzare lo sviluppo sociale a livello 
mondiale.









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<title>versione italiana - Richard Ernst</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911771</link>
<description>È indubbio che la scienza e il progresso scientifico siano 
indispensabili al nostro benessere presente e futuro. Tuttavia, non 
basta considerare gli scienziati come semplici ricercatori che 
esplorano l’ignoto e magari insegnano alle generazioni successive a 
fare lo stesso. Il nostro mondo ha bisogno della guida di personalità 
indipendenti, che abbiano la libertà di sottrarsi ai modi tradizionali 
di pensare e di agire. Diversamente dai politici, che devono difendere 
il loro mandato, e dai grandi industriali, costretti a lavorare 
guardando al profitto monetario, la comunità accademica è praticamente 
libera da costrizioni di questo genere. A essa viene richiesto 
pertanto di utilizzare questa libertà per assumere un ruolo di guida 
sia nella formulazione di strategie globali che nella critica delle 
tendenze in atto, spesso poco lungimiranti e difficili da controllare. 
Alle nostre università si richiede di accettare la posizione di centri 
culturali in grado di influenzare lo sviluppo sociale a livello 
mondiale.









  </description>
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<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>versione italiana - Richard Ernst</itunes:subtitle>
<itunes:summary>È indubbio che la scienza e il progresso scientifico siano 
indispensabili al nostro benessere presente e futuro. Tuttavia, non 
basta considerare gli scienziati come semplici ricercatori che 
esplorano l’ignoto e magari insegnano alle generazioni successive a 
fare lo stesso. Il nostro mondo ha bisogno della guida di personalità 
indipendenti, che abbiano la libertà di sottrarsi ai modi tradizionali 
di pensare e di agire. Diversamente dai politici, che devono difendere 
il loro mandato, e dai grandi industriali, costretti a lavorare 
guardando al profitto monetario, la comunità accademica è praticamente 
libera da costrizioni di questo genere. A essa viene richiesto 
pertanto di utilizzare questa libertà per assumere un ruolo di guida 
sia nella formulazione di strategie globali che nella critica delle 
tendenze in atto, spesso poco lungimiranti e difficili da controllare. 
Alle nostre università si richiede di accettare la posizione di centri 
culturali in grado di influenzare lo sviluppo sociale a livello 
mondiale.









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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Scienza Globale</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4911587</link>
<description>Il tema della globalizzazione è ormai da alcuni anni al centro del 
dibattito della cultura contemporanea. Filosofi, economisti, 
politologi, sociologi hanno dato una descrizione del fenomeno in 
questione, cercando di coglierne le principali dinamiche evolutive. 
Scopo precipuo di questi sforzi interpretativi è stato quello di far 
luce sui possibili effetti della globalizzazione sulla società. La 
globalizzazione ha cambiato radicalmente la struttura della società: 
questo è un dato che appare difficilmente c