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<title>Festival della Filosofia 2007 "Confini" </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/podcast?id_podcast=4901797</link>
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Confini è il tema della seconda edizione del Festival della Filosofia, evento inserito ormai di diritto tra gli appuntamenti annuali più importanti per la vita culturale di Roma. Confini: dalle barriere naturali ai confini politici, il confine è una demarcazione, qualcosa che separa, qualcosa che unisce. Ma il confine è anche un limite, un freno, qualcosa che definisce o rende indefinibile. Qual è il confine tra la vita e la morte? Qual è la finis terrae? Il limite? Lo spartiacque? Chi sconfina l'altro? Questo accattivante tema sarà  sviluppato nei suoi aspetti più strettamente filosofici ma anche scientifici, artistici, religiosi, politici, sociologici con interessanti sconfinamenti nella letteratura, nella scienza, nello spettacolo, nell'arte.
E' in edicola la rivista MicroMega con uno speciale dedicato alla prima edizione del Festival della Filosofia Sconfinatamente.
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<managingEditor>news@auditorium.com</managingEditor>
<copyright>Copywright 2007- Fondazione Musica per Roma</copyright>
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<title>Festival della Filosofia 2007 "Confini" </title>
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<webMaster>news@auditorium.com</webMaster>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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Confini è il tema della seconda edizione del Festival della Filosofia, evento inserito ormai di diritto tra gli appuntamenti annuali più importanti per la vita culturale di Roma. Confini: dalle barriere naturali ai confini politici, il confine è una demarcazione, qualcosa che separa, qualcosa che unisce. Ma il confine è anche un limite, un freno, qualcosa che definisce o rende indefinibile. Qual è il confine tra la vita e la morte? Qual è la finis terrae? Il limite? Lo spartiacque? Chi sconfina l'altro? Questo accattivante tema sarà  sviluppato nei suoi aspetti più strettamente filosofici ma anche scientifici, artistici, religiosi, politici, sociologici con interessanti sconfinamenti nella letteratura, nella scienza, nello spettacolo, nell'arte.
E' in edicola la rivista MicroMega con uno speciale dedicato alla prima edizione del Festival della Filosofia Sconfinatamente.
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<itunes:name>Francesca Pompili</itunes:name>
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<title>Il Monte Athos: un ponte tra l’Asia e l’Europa</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898267</link>
<description>_Il Monte Athos: un ponte tra l’Asia e l’Europa, luogo di incontro tra 
teologia e filosofia, tra Atene e Bisanzio_
A Marco Polo, che passava lungo le coste della penisola del Monte 
Athos, fu detto che in quei monasteri vivevano i discendenti dei primi 
filosofi greci. Una porta d’accesso originale per un dibattito tra 
filosofia e religione, a partire dai concetti filosofici molto 
presenti nella teologia bizantina, ma anche nelle icone, nei canti, 
nelle architetture dei monasteri.
Con la presentazione di materiali visuali e sonori di Oliviero 
Olivieri.</description>
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<pubDate>Wed, 09 May 2007 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>_Il Monte Athos: un ponte tra l’Asia e l’Europa, luogo di incontro tra 
teologia e filosofia, tra Atene e Bisanzio_
A Marco Polo, che passava lungo le coste della penisola del Monte 
Athos, fu detto che in quei monasteri vivevano i discendenti dei primi 
filosofi greci. Una porta d’accesso originale per un dibattito tra 
filosofia e religione, a partire dai concetti filosofici molto 
presenti nella teologia bizantina, ma anche nelle icone, nei canti, 
nelle architetture dei monasteri.
Con la presentazione di materiali visuali e sonori di Oliviero 
Olivieri.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Scienze sul confine: potenzialità, limiti, garanzie</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898195</link>
<description>Davvero le scienze sono consapevoli dei propri limiti, delle proprie 
pretese  e prerogative, o sconfinano in campi in cui “la scienza” si 
snatura e diventa ideologia? Esiste una “scienza”, ben delimitata 
rispetto a tutti gli altri ordini di discorso, o esistono piuttosto 
“le scienze”, ciascuna dotata di propri metodi, potenzialità, limiti 
garanzie? Scienziati e filosofi (che si sono occupati ciascuno, 
prevalentemente, di fisica, di biologia, di teoria dell’evoluzione, di 
etologia) si interrogheranno, per un verso, sulla pluralità di metodi 
e pretese che caratterizzano scienze diverse e, per altro verso, sulla 
peculiarità di una mentalità e di un ordine del discorso che mira a 
legittimare e limitare le sue pretese di validità, ma che viene spesso 
accusato di imperialismo culturale. Di qui, forse, il paradosso, per 
cui tutti invocano le scienze per risolvere problemi nel campo della 
salute, della tecnologia, dell’economia, ma spesso ne ignorano le 
peculiarità e sono anche pronti ad addossare alla “tecnoscienza” molti 
mali delle società avanzate.</description>
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<pubDate>Thu, 10 May 2007 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Davvero le scienze sono consapevoli dei propri limiti, delle proprie 
pretese  e prerogative, o sconfinano in campi in cui “la scienza” si 
snatura e diventa ideologia? Esiste una “scienza”, ben delimitata 
rispetto a tutti gli altri ordini di discorso, o esistono piuttosto 
“le scienze”, ciascuna dotata di propri metodi, potenzialità, limiti 
garanzie? Scienziati e filosofi (che si sono occupati ciascuno, 
prevalentemente, di fisica, di biologia, di teoria dell’evoluzione, di 
etologia) si interrogheranno, per un verso, sulla pluralità di metodi 
e pretese che caratterizzano scienze diverse e, per altro verso, sulla 
peculiarità di una mentalità e di un ordine del discorso che mira a 
legittimare e limitare le sue pretese di validità, ma che viene spesso 
accusato di imperialismo culturale. Di qui, forse, il paradosso, per 
cui tutti invocano le scienze per risolvere problemi nel campo della 
salute, della tecnologia, dell’economia, ma spesso ne ignorano le 
peculiarità e sono anche pronti ad addossare alla “tecnoscienza” molti 
mali delle società avanzate.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Oriente e Occidente</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898192</link>
<description>Gli assetti del mondo globalizzato spingono oggi a ripensare le 
origini e il destino di una coppia costitutiva della coscienza 
europea: l’antitesi Oriente/Occidente. Mentre oggi qualcuno pensa a 
confini insuperabili tra Oriente e Occidente, fino a dichiarare 
l’incommensurabilità di culture, stili di pensiero, forme di vita, 
quando non a proporre addirittura uno “scontro di civiltà”, storici, 
filosofi e studiosi di letteratura sanno bene che Oriente e Occidente 
non sono blocchi omogenei, ma hanno dato luogo sin dalla genesi della 
civiltà greca a una varietà di intrecci e di contaminazioni. Dagli 
innumerevoli scambi e conflitti, scontri e incontri che hanno foggiato 
le variegate identità dell’Est e dell’Ovest del mondo,  sono scaturiti 
ora sincretismi, ora opposizioni speculari fra modelli di sviluppo e 
visioni del mondo apparentemente inassimilabili, ma in realtà 
caratterizzate da una relazione ambivalente di attrazione/repulsione. 
La riproposta editoriale della grande opera di uno dei maggiori 
storici italiani dell’antichità, Santo Mazzarino, sarà l’occasione per 
misurare ancora una volta la natura di questa faglia di frontiera 
geopolitica e storico-culturale da cui dipendono, oggi come ieri, i 
destini del mondo. 






 

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<pubDate>Wed, 09 May 2007 17:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Gli assetti del mondo globalizzato spingono oggi a ripensare le 
origini e il destino di una coppia costitutiva della coscienza 
europea: l’antitesi Oriente/Occidente. Mentre oggi qualcuno pensa a 
confini insuperabili tra Oriente e Occidente, fino a dichiarare 
l’incommensurabilità di culture, stili di pensiero, forme di vita, 
quando non a proporre addirittura uno “scontro di civiltà”, storici, 
filosofi e studiosi di letteratura sanno bene che Oriente e Occidente 
non sono blocchi omogenei, ma hanno dato luogo sin dalla genesi della 
civiltà greca a una varietà di intrecci e di contaminazioni. Dagli 
innumerevoli scambi e conflitti, scontri e incontri che hanno foggiato 
le variegate identità dell’Est e dell’Ovest del mondo,  sono scaturiti 
ora sincretismi, ora opposizioni speculari fra modelli di sviluppo e 
visioni del mondo apparentemente inassimilabili, ma in realtà 
caratterizzate da una relazione ambivalente di attrazione/repulsione. 
La riproposta editoriale della grande opera di uno dei maggiori 
storici italiani dell’antichità, Santo Mazzarino, sarà l’occasione per 
misurare ancora una volta la natura di questa faglia di frontiera 
geopolitica e storico-culturale da cui dipendono, oggi come ieri, i 
destini del mondo. 






 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Tavola rotonda "Corpi di donna"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898199</link>
<description>Corpi anoressici, corpi bulimici, corpi ipermedicalizzati,  corpi 
trascurati e minacciati, corpi curati o manipolati, corpi ricostruiti, 
corpi venduti, corpi immaginati, corpi desiderati, corpi violentati, 
corpi scarificati e mutilati, corpi abbandonati. Lo slogan femminista 
di alcuni decenni fa, “il corpo è mio”, sembra ancora essere una sfida 
da raccogliere per tutti, ma per le donne in modo particolare. Il 
corpo della donna è ancora la preda preferita dell’immaginario 
maschile, delle esigenze della moda, delle violenze del mondo, di 
prevenzioni negate o medicalizzazioni forzate. Come ripensarlo? Quali 
limiti, quali regole, quali barriere opporre a questo assedio? Come 
liberarlo, come accettarlo, come immaginarlo? Proveranno a farlo in 
questa tavola rotonda donne dalle diverse esperienze, politiche, 
scientifiche e culturali.</description>
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<pubDate>Fri, 11 May 2007 15:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Corpi anoressici, corpi bulimici, corpi ipermedicalizzati,  corpi 
trascurati e minacciati, corpi curati o manipolati, corpi ricostruiti, 
corpi venduti, corpi immaginati, corpi desiderati, corpi violentati, 
corpi scarificati e mutilati, corpi abbandonati. Lo slogan femminista 
di alcuni decenni fa, “il corpo è mio”, sembra ancora essere una sfida 
da raccogliere per tutti, ma per le donne in modo particolare. Il 
corpo della donna è ancora la preda preferita dell’immaginario 
maschile, delle esigenze della moda, delle violenze del mondo, di 
prevenzioni negate o medicalizzazioni forzate. Come ripensarlo? Quali 
limiti, quali regole, quali barriere opporre a questo assedio? Come 
liberarlo, come accettarlo, come immaginarlo? Proveranno a farlo in 
questa tavola rotonda donne dalle diverse esperienze, politiche, 
scientifiche e culturali.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Oltre la coscienza</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898202</link>
<description>Quando si parla di inconscio, la mente va subito a Freud e alla 
psicoanalisi. Ma l’inconscio freudiano non coincide con tutto ciò che 
avviene alle spalle della coscienza, a sua insaputa. Oggi si parla 
spesso di processi inconsci in biologia e nelle scienze cognitive, 
intendendo qualcosa di molto diverso rispetto alle irruzioni 
dell’inconscio nella coscienza a cui ci ha abituati la psicoanalisi. 
Oltre i limiti della coscienza, al di qua dei suoi confini c’è un 
affollamento di processi che ci abitano e che ci sfuggono, un 
continente vitale e sommerso rispetto a cui la nostra coscienza è solo 
un picco, una terra emersa. Questa tavola rotonda intende identificare 
e discutere le nuove figure di ciò che sta fuori dei limiti della 
coscienza, avvalendosi di  noti studiosi nel campo della biologia, 
della psicoanalisi, della psicologia e della filosofia.</description>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 10:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Oltre la coscienza</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Quando si parla di inconscio, la mente va subito a Freud e alla 
psicoanalisi. Ma l’inconscio freudiano non coincide con tutto ciò che 
avviene alle spalle della coscienza, a sua insaputa. Oggi si parla 
spesso di processi inconsci in biologia e nelle scienze cognitive, 
intendendo qualcosa di molto diverso rispetto alle irruzioni 
dell’inconscio nella coscienza a cui ci ha abituati la psicoanalisi. 
Oltre i limiti della coscienza, al di qua dei suoi confini c’è un 
affollamento di processi che ci abitano e che ci sfuggono, un 
continente vitale e sommerso rispetto a cui la nostra coscienza è solo 
un picco, una terra emersa. Questa tavola rotonda intende identificare 
e discutere le nuove figure di ciò che sta fuori dei limiti della 
coscienza, avvalendosi di  noti studiosi nel campo della biologia, 
della psicoanalisi, della psicologia e della filosofia.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Gesù di Nazareth tra storia e teologia</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898203</link>
<description>Chi era davvero Gesù di Nazareth? La questione ha riempito intere 
biblioteche, da quando ormai tre secoli fa si è iniziato a studiare in 
senso critico-scientifico, fuori dai dogmi, tutti i dati di cui 
disponiamo, dal numero crescente di Vangeli a disposizione (i 
cosiddetti apocrifi) ai dati archeologici, alla più larga conoscenza 
della realtà ebraica, romana, ellenistica, della Palestina del primo 
secolo e della diaspora dell’epoca. Ma oggi quel dibattito sembra 
assumere un interesse di massa, ben oltre l’ambito degli studiosi. Il 
rischio è che venga meno il rigore della ricerca. La necessità è che 
le acquisizioni della storiografia escano dai circuiti accademici, e 
che i diversi cristianesimi della fede si confrontino con i risultati 
più aggiornati della ricerca. Padre Cantalamessa, predicatore del 
Papa, è tra i più noti biblisti ed esegeti italiani, Paula Fredriksen, 
dell’università di Boston, è uno dei massimi studiosi mondiali del 
cristianesimo delle origini, Paolo Flores d’Arcais ha dedicato al Gesù 
storico un saggio appena uscito su MicroMega. E a dirigere il 
dibattito sarà Corrado Augias, autore con Mauro Pesce di quella 
“Indagine su Gesù” che è il fenomeno editoriale dell’anno.
</description>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 11:00:00 +0100</pubDate>
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biblioteche, da quando ormai tre secoli fa si è iniziato a studiare in 
senso critico-scientifico, fuori dai dogmi, tutti i dati di cui 
disponiamo, dal numero crescente di Vangeli a disposizione (i 
cosiddetti apocrifi) ai dati archeologici, alla più larga conoscenza 
della realtà ebraica, romana, ellenistica, della Palestina del primo 
secolo e della diaspora dell’epoca. Ma oggi quel dibattito sembra 
assumere un interesse di massa, ben oltre l’ambito degli studiosi. Il 
rischio è che venga meno il rigore della ricerca. La necessità è che 
le acquisizioni della storiografia escano dai circuiti accademici, e 
che i diversi cristianesimi della fede si confrontino con i risultati 
più aggiornati della ricerca. Padre Cantalamessa, predicatore del 
Papa, è tra i più noti biblisti ed esegeti italiani, Paula Fredriksen, 
dell’università di Boston, è uno dei massimi studiosi mondiali del 
cristianesimo delle origini, Paolo Flores d’Arcais ha dedicato al Gesù 
storico un saggio appena uscito su MicroMega. E a dirigere il 
dibattito sarà Corrado Augias, autore con Mauro Pesce di quella 
“Indagine su Gesù” che è il fenomeno editoriale dell’anno.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Storia e identità tra Fedi e Illuminismi</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898206</link>
<description>Il Novecento è stato il secolo delle guerre mondiali, dei 
totalitarismi, degli stermini di massa su dimensioni industriali. 
L’Ottocento romantico aveva scoperto i nazionalismi, riscoperto i miti 
e i simboli identitari, solitamente in aperta polemica con il 
Settecento illuminista, universalista, “astratto”.  A cominciare da 
Horkheimer e Adorno, gli orrori del Novecento e del “mondo 
amministrato”  sono stati imputati però più a una “dialettica 
dell’illuminismo”, che al prevalere di miti irrazionalistici.  E oggi 
è il Papa ad additare l’Illuminismo come radice del nichilismo 
contemporaneo, del relativismo e delle pretese di autonomia della 
ragione, privata di ogni punto di riferimento in un’autorità 
trascendente. Oggi assistiamo, inoltre, a diffuse manifestazioni di un 
bisogno di identità forti: dal “politically correct” di certa 
sinistra, alle spinte identitarie della destra, alle guerre etniche e 
religiose, al bisogno di simboli appartenenze e bandiere in ogni 
ambito della nostra società locale e globale. E se a poterci salvare 
fosse solo una identità che affondi le sue radici proprio in una 
ragione “apolide”, autonoma e illuminista?
</description>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 21:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Storia e identità tra Fedi e Illuminismi</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Il Novecento è stato il secolo delle guerre mondiali, dei 
totalitarismi, degli stermini di massa su dimensioni industriali. 
L’Ottocento romantico aveva scoperto i nazionalismi, riscoperto i miti 
e i simboli identitari, solitamente in aperta polemica con il 
Settecento illuminista, universalista, “astratto”.  A cominciare da 
Horkheimer e Adorno, gli orrori del Novecento e del “mondo 
amministrato”  sono stati imputati però più a una “dialettica 
dell’illuminismo”, che al prevalere di miti irrazionalistici.  E oggi 
è il Papa ad additare l’Illuminismo come radice del nichilismo 
contemporaneo, del relativismo e delle pretese di autonomia della 
ragione, privata di ogni punto di riferimento in un’autorità 
trascendente. Oggi assistiamo, inoltre, a diffuse manifestazioni di un 
bisogno di identità forti: dal “politically correct” di certa 
sinistra, alle spinte identitarie della destra, alle guerre etniche e 
religiose, al bisogno di simboli appartenenze e bandiere in ogni 
ambito della nostra società locale e globale. E se a poterci salvare 
fosse solo una identità che affondi le sue radici proprio in una 
ragione “apolide”, autonoma e illuminista?
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Quando l’arte sconfina nella realtà</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898207</link>
<description>Se, nel discorso comune, diciamo “arte”, forse ancora, in qualche 
modo, ci intendiamo. Ma comprendere davvero qualcosa dell’arte, della 
sua funzione nelle nostre vite, del suo rapporto con la realtà, non è 
affatto facile. La fatidica domanda: ”ma è ancora arte, questa?”, 
pronunciata o meno, è sempre sulle bocche di molti. Tradizionalmente, 
i limiti dell’arte erano i limiti della rappresentazione mimetica 
della realtà: l’arte era imitazione. Perché si potesse parlare di 
imitazione, c’era però bisogno di una chiara distinzione tra arte e 
realtà, tra ciò che imita e ciò che è imitato. Con il Novecento, però, 
questo modello ha cominciato a mostrare la sua inadeguatezza: la 
realtà entrava nell’arte (come nei collage) o veniva senz’altro 
promossa ad arte (come nei readymade di Duchamp), tanto che due 
prodotti, benché indistinguibili, potevano essere uno “arte” e l’altro 
“non arte”. Oggi assistiamo a un’estremizzazione ancora più 
inquietante di questa cancellazione di confini: talvolta è la realtà 
stessa, nei suoi aspetti più “abietti”, disgustosi, o semplicemente 
banali che viene esposta direttamente, mirando alla cancellazione di 
ogni residua prospettiva simbolica. In questa tavola rotonda, tre 
filosofi, un artista e uno psicoanalista mettono a confronto le loro 
competenze ed esperienze per provare a vederci un po’  più chiaro.
</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 10:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Se, nel discorso comune, diciamo “arte”, forse ancora, in qualche 
modo, ci intendiamo. Ma comprendere davvero qualcosa dell’arte, della 
sua funzione nelle nostre vite, del suo rapporto con la realtà, non è 
affatto facile. La fatidica domanda: ”ma è ancora arte, questa?”, 
pronunciata o meno, è sempre sulle bocche di molti. Tradizionalmente, 
i limiti dell’arte erano i limiti della rappresentazione mimetica 
della realtà: l’arte era imitazione. Perché si potesse parlare di 
imitazione, c’era però bisogno di una chiara distinzione tra arte e 
realtà, tra ciò che imita e ciò che è imitato. Con il Novecento, però, 
questo modello ha cominciato a mostrare la sua inadeguatezza: la 
realtà entrava nell’arte (come nei collage) o veniva senz’altro 
promossa ad arte (come nei readymade di Duchamp), tanto che due 
prodotti, benché indistinguibili, potevano essere uno “arte” e l’altro 
“non arte”. Oggi assistiamo a un’estremizzazione ancora più 
inquietante di questa cancellazione di confini: talvolta è la realtà 
stessa, nei suoi aspetti più “abietti”, disgustosi, o semplicemente 
banali che viene esposta direttamente, mirando alla cancellazione di 
ogni residua prospettiva simbolica. In questa tavola rotonda, tre 
filosofi, un artista e uno psicoanalista mettono a confronto le loro 
competenze ed esperienze per provare a vederci un po’  più chiaro.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>La politica oltre i confini dello Stato</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898208</link>
<description>È  possibile pensare la politica oltre i confini del Leviatano 
moderno? E quali conseguenze può avere una tale prospettiva per la 
concezione del diritto (e dei diritti), una volta congedato il 
paradigma della sovranità: di un ordine fondato sul “monopolio della 
violenza legittima” e sul “monopolio delle fonti del diritto”? Che le 
grandi decisioni politiche globali travalichino ormai le frontiere 
dello Stato-nazione, è un fenomeno evidente anche al senso comune. 
Meno ovvie e scontate sono tuttavia le sue conseguenze, in termini di 
opportunità o di rischio. La politica sconfina nelle organizzazioni 
internazionali, mettendo drammaticamente in luce l’inadeguatezza 
dell’ONU; sconfina nelle “guerre umanitarie” e nella dottrina della 
“guerra preventiva”, evidenziando l’incapacità di risolvere i 
conflitti e di produrre una “global governance”; sconfina per i suoi 
legami con le “potestà indirette”, tradendo la sua crescente 
dipendenza dalle agenzie economiche e religiose o dai gruppi di 
pressione identitari del “multiculturalismo”. E’ ancora possibile 
immaginare un ordine politico della globalizzazione? In che misura un 
tale ordine può ancora esprimersi in termini di sovranità? Di quali 
dispositivi può disporre oggi la politica per promuovere e mantenere 
viva la dinamica sociale e al tempo stesso limitare il potere? Ne 
discutono, anche da posizioni contrapposte, politologi, giuristi e 
filosofi della politica tra i più eminenti del panorama italiano.</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>È  possibile pensare la politica oltre i confini del Leviatano 
moderno? E quali conseguenze può avere una tale prospettiva per la 
concezione del diritto (e dei diritti), una volta congedato il 
paradigma della sovranità: di un ordine fondato sul “monopolio della 
violenza legittima” e sul “monopolio delle fonti del diritto”? Che le 
grandi decisioni politiche globali travalichino ormai le frontiere 
dello Stato-nazione, è un fenomeno evidente anche al senso comune. 
Meno ovvie e scontate sono tuttavia le sue conseguenze, in termini di 
opportunità o di rischio. La politica sconfina nelle organizzazioni 
internazionali, mettendo drammaticamente in luce l’inadeguatezza 
dell’ONU; sconfina nelle “guerre umanitarie” e nella dottrina della 
“guerra preventiva”, evidenziando l’incapacità di risolvere i 
conflitti e di produrre una “global governance”; sconfina per i suoi 
legami con le “potestà indirette”, tradendo la sua crescente 
dipendenza dalle agenzie economiche e religiose o dai gruppi di 
pressione identitari del “multiculturalismo”. E’ ancora possibile 
immaginare un ordine politico della globalizzazione? In che misura un 
tale ordine può ancora esprimersi in termini di sovranità? Di quali 
dispositivi può disporre oggi la politica per promuovere e mantenere 
viva la dinamica sociale e al tempo stesso limitare il potere? Ne 
discutono, anche da posizioni contrapposte, politologi, giuristi e 
filosofi della politica tra i più eminenti del panorama italiano.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Tavola rotonda  "I confini dell’interpretazione"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898209</link>
<description>“Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” è un’affermazione 
nietzscheana che divide il mondo della filosofia. La “ koiné 
ermeneutica”, che sembrava essere la cifra comune della filosofia 
occidentale fino a qualche decennio fa, sembra essere entrata in 
crisi. I fatti, nella loro durezza e incontrovertibilità, sembrano 
rivendicare ora i loro diritti. Ma esiste un fatto, che non sia 
riconosciuto e dunque interpretato come un fatto? Esistono dei “nuclei 
rocciosi” della realtà, della natura e della storia, che nessuna 
interpretazione può scalfire? E se invece non si dà alcuna realtà, se 
non una realtà interpretata e interpretabile, come stabilire i confini 
tra interpretazioni feconde e  adeguate, e interpretazioni sterili, 
arbitrarie o inadeguate?
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898209/audio.mp3" length="80551915" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sun, 13 May 2007 21:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>“Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” è un’affermazione 
nietzscheana che divide il mondo della filosofia. La “ koiné 
ermeneutica”, che sembrava essere la cifra comune della filosofia 
occidentale fino a qualche decennio fa, sembra essere entrata in 
crisi. I fatti, nella loro durezza e incontrovertibilità, sembrano 
rivendicare ora i loro diritti. Ma esiste un fatto, che non sia 
riconosciuto e dunque interpretato come un fatto? Esistono dei “nuclei 
rocciosi” della realtà, della natura e della storia, che nessuna 
interpretazione può scalfire? E se invece non si dà alcuna realtà, se 
non una realtà interpretata e interpretabile, come stabilire i confini 
tra interpretazioni feconde e  adeguate, e interpretazioni sterili, 
arbitrarie o inadeguate?
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>L’Africa e il dibattito attorno al concetto di “ubuntu”</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898268</link>
<description>_L’Africa e il dibattito attorno al concetto di “ubuntu” (ne’ mio ne’ 
tuo)_

Il concetto di “ubuntu” (“né mio né tuo”) è sia alla base della 
discussione di diversi intellettuali africani intorno alla costruzione 
di un discorso filosofico specificamente africano, sia alla base del 
testo della Costituzione della Repubblica Sudafricana, espressamente 
citato e voluto da Desmond Tutu e da Nelson Mandela. Non lontano da 
questi temi è il discorso del ‘panafricanismo”.

 

 
</description>
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<pubDate>Fri, 11 May 2007 14:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>L’Africa e il dibattito attorno al concetto di “ubuntu”</itunes:subtitle>
<itunes:summary>_L’Africa e il dibattito attorno al concetto di “ubuntu” (ne’ mio ne’ 
tuo)_

Il concetto di “ubuntu” (“né mio né tuo”) è sia alla base della 
discussione di diversi intellettuali africani intorno alla costruzione 
di un discorso filosofico specificamente africano, sia alla base del 
testo della Costituzione della Repubblica Sudafricana, espressamente 
citato e voluto da Desmond Tutu e da Nelson Mandela. Non lontano da 
questi temi è il discorso del ‘panafricanismo”.

 

 
</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>L’Europa verso Est, il confine si sposta</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898279</link>
<description>Nel pensiero di molti filosofi prende forma una idea di Europa come 
continuo spostamento del confine: una linea mobile e ‘polemica’. Un 
prezioso contributo per una idea di Europa e di filosofia è offerto da 
filosofi e intellettuali vissuti nel cuore dell’Europa chiamato 
“Europa dell’est”. A partire da Praga, il cui nome originariamente 
significa, ‘soglia’, ‘confine’.



</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898279/audio.mp3" length="69877342" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sat, 12 May 2007 15:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:summary>Nel pensiero di molti filosofi prende forma una idea di Europa come 
continuo spostamento del confine: una linea mobile e ‘polemica’. Un 
prezioso contributo per una idea di Europa e di filosofia è offerto da 
filosofi e intellettuali vissuti nel cuore dell’Europa chiamato 
“Europa dell’est”. A partire da Praga, il cui nome originariamente 
significa, ‘soglia’, ‘confine’.



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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Paolo Flores d'Arcais versus Giuliano Ferrara</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898210</link>
<description>L’inaspettato riemergere, nella nostre società, di attivismi 
teologico-politici, i confronti, le sovrapposizioni, le frizioni e gli 
scontri tra le autorità ecclesiastiche e le autorità civili e 
politiche, tra laici e religiosi, tra teo-con, teo-dem e cittadini che 
vorrebbero una netta separazione tra le questioni di fede e quelle 
della vita politica e civile di un paese, rende urgente una risposta a 
una domanda radicale: se l’invocazione di una “volontà di Dio” sia 
compatibile con quella forma politica che tutti dicono di difendere e 
di volere: la democrazia. C’è chi sostiene che senza il cristianesimo 
la democrazia moderna non sarebbe pensabile, e chi pensa invece che le 
istituzioni storiche in cui il cristianesimo si è incarnato e 
trasmesso siano di ostacolo al funzionamento delle democrazie moderne, 
e anzi, essenzialmente incompatibili con un modo di pensare 
democratico. Questa prima controversia intende affrontare tali nodi 
con una discussione serrata e senza diplomazie tra due intellettuali 
italiani che hanno espresso, in proposito, posizioni radicalmente 
diverse.

</description>
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<pubDate>Wed, 09 May 2007 20:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Paolo Flores d'Arcais versus Giuliano Ferrara</itunes:subtitle>
<itunes:summary>L’inaspettato riemergere, nella nostre società, di attivismi 
teologico-politici, i confronti, le sovrapposizioni, le frizioni e gli 
scontri tra le autorità ecclesiastiche e le autorità civili e 
politiche, tra laici e religiosi, tra teo-con, teo-dem e cittadini che 
vorrebbero una netta separazione tra le questioni di fede e quelle 
della vita politica e civile di un paese, rende urgente una risposta a 
una domanda radicale: se l’invocazione di una “volontà di Dio” sia 
compatibile con quella forma politica che tutti dicono di difendere e 
di volere: la democrazia. C’è chi sostiene che senza il cristianesimo 
la democrazia moderna non sarebbe pensabile, e chi pensa invece che le 
istituzioni storiche in cui il cristianesimo si è incarnato e 
trasmesso siano di ostacolo al funzionamento delle democrazie moderne, 
e anzi, essenzialmente incompatibili con un modo di pensare 
democratico. Questa prima controversia intende affrontare tali nodi 
con una discussione serrata e senza diplomazie tra due intellettuali 
italiani che hanno espresso, in proposito, posizioni radicalmente 
diverse.

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Tariq Ramadan versus Hanif Kureishi </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898211</link>
<description>Hanif Kureishi – scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e regista 
anglo-pakistano laico, contrario alle scuole religiose, estremamente 
diffidente nei confronti dell’islamismo moderato, ma anche critico del 
supermercato occidentale delle libertà – a confronto con Tariq 
Ramadan, docente universitario svizzero, intellettuale islamico 
moderato, saggista molto discusso in tutto il mondo e convinto 
assertore della possibilità di conciliare i valori religiosi 
tradizionali con le democrazie liberali. In gioco, i limiti tra 
libertà individuali e tradizioni religiose, tra sfera pubblica e sfera 
privata, tra autonomia ed eteronomia della ragione, tra valori 
illuministici e tradizionalistici. Un confronto serrato, diretto, tra 
due intellettuali musulmani molto diversi, sui problemi più scottanti 
delle nostre società attuali e del futuro.</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 10:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Tariq Ramadan versus Hanif Kureishi </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Hanif Kureishi – scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e regista 
anglo-pakistano laico, contrario alle scuole religiose, estremamente 
diffidente nei confronti dell’islamismo moderato, ma anche critico del 
supermercato occidentale delle libertà – a confronto con Tariq 
Ramadan, docente universitario svizzero, intellettuale islamico 
moderato, saggista molto discusso in tutto il mondo e convinto 
assertore della possibilità di conciliare i valori religiosi 
tradizionali con le democrazie liberali. In gioco, i limiti tra 
libertà individuali e tradizioni religiose, tra sfera pubblica e sfera 
privata, tra autonomia ed eteronomia della ragione, tra valori 
illuministici e tradizionalistici. Un confronto serrato, diretto, tra 
due intellettuali musulmani molto diversi, sui problemi più scottanti 
delle nostre società attuali e del futuro.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Marc Augé</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898212</link>
<description>I luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente 
sedentaria, un microcosmo dotato di confini ben definiti. I non 
luoghi, individuati con acutezza da Marc Augé, sono i nodi e le reti 
di un mondo senza confini.  Dal punto di vista architettonico i non 
luoghi sono gli spazi dello standard. Sono strutture dove nulla è 
destinato al caso: al loro interno è calcolato il numero dei decibel, 
dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, 
il tipo e la quantità di informazioni. Sono sicuramente gli unici 
spazi architettonici dove si è concretizzato il sogno della macchina 
per abitare, cioé della ergonomia, della efficienza, del confort 
tecnologico. La loro quasi inevitabile omogeneizzazione è il prezzo 
pagato in termini figurativi. I non luoghi sono identici a Milano, a 
New York, a Londra o a Hong Kong. Monotonia, noia? Tutt’altro. Gli 
utenti poco si curano che i centri commerciali sono tutti uguali. Anzi 
apprezzano - lo dimostra il successo della formula del franchising - 
la ripetizione delle infinite strutture così simili tra di loro. 
L’utente sa, infatti, che troverà in qualsiasi città la catena dei 
suoi ristoranti preferiti o il suo albergo, e sarà certo degli 
standard di servizio a lui offerti. Similmente sa che qualunque 
aeroporto o autostrada vale un’altra e può tranquillamente 
avventurarvisi sia che si trovi a Palermo o a Montreal. Dice Augé: 
“paradosso del non luogo: lo straniero smarrito in un Paese che non 
conosce (lo straniero “di passaggio”) si ritrova soltanto 
nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei 
grandi magazzini o delle catene alberghiere”. Simili a se stessi, 
eppure diversi: ecco un altro paradosso dei non luoghi. Entriamo in un 
grande centro commerciale: troveremo la cucina cinese, italiana, 
francese, tunisina, il negozio danese, americano, giapponese. Ognuno 
con un proprio stile. Continua Augé “ nei non luoghi vi è sempre un 
posto specifico (in vetrina, su di un manifesto, a destra dell’aereo, 
a sinistra dell’autostrada) per delle “curiosità” presentate come tali 
(gli ananas della Costa d’Avorio, Venezia città di Dogi, la città di 
Tangeri, il sito di Alèsia): ma essi non operano alcuna sintesi, non 
integrano nulla, autorizzano solo per il tempo di un percorso, la 
coesistenza di individualità distinte, simili e differenti le une 
dalle altre” C’è un film di Woody Allen ambientato in un grande centro 
commerciale. I protagonisti passano da un ristorante giapponese a un 
negozio di articoli indiani, a uno
spettacolo di intrattenimento. La macchina da presa non esce dal 
centro commerciale e non ce ne è bisogno: in fondo il mondo con le sue 
diversità è tutto racchiuso lì. D’altronde, i giri turistici, non 
offrono molto di più. Anzi, i più grandi centri commerciali hanno la 
capacità di attrazione di una località turistica di grande prestigio. 
D’altronde noi europei che tanto storciamo il naso di fronte al potere 
devastante del tipico che caratterizza i non luoghi non ci accorgiamo, 
che nonostante le nostre Soprintendenze imbalsamatrici, abbiamo 
permesso una simile omologazione di tutti i centri storici delle 
nostre città. A Londra, Parigi, Milano o a Roma si passeggia nello 
stesso modo: identici i negozi, i mimi, i venditori di cibarie, le 
macchine per il cambio di valuta, il senso di solitudine. Per sentirci 
in un contesto sociale - nota Augé- non ci rimane che guardare lo 
spettacolo degli altri che camminano e, a loro volta, ci osservano: 
uno spettacolo dove attori e spettatori si confondono in un reciproco 
e continuo scambio delle parti. Nello stesso tempo, le nostre città 
“si trasformano in musei illuminati, settori riservati e isole proprio 
mentre tangenziali, autostrade, treni ad alta velocità e strade a 
scorrimento veloce le aggirano”.
Cosa fare dunque?</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898212/audio.mp3" length="56151144" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Thu, 10 May 2007 12:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Marc Augé</itunes:subtitle>
<itunes:summary>I luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente 
sedentaria, un microcosmo dotato di confini ben definiti. I non 
luoghi, individuati con acutezza da Marc Augé, sono i nodi e le reti 
di un mondo senza confini.  Dal punto di vista architettonico i non 
luoghi sono gli spazi dello standard. Sono strutture dove nulla è 
destinato al caso: al loro interno è calcolato il numero dei decibel, 
dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, 
il tipo e la quantità di informazioni. Sono sicuramente gli unici 
spazi architettonici dove si è concretizzato il sogno della macchina 
per abitare, cioé della ergonomia, della efficienza, del confort 
tecnologico. La loro quasi inevitabile omogeneizzazione è il prezzo 
pagato in termini figurativi. I non luoghi sono identici a Milano, a 
New York, a Londra o a Hong Kong. Monotonia, noia? Tutt’altro. Gli 
utenti poco si curano che i centri commerciali sono tutti uguali. Anzi 
apprezzano - lo dimostra il successo della formula del franchising - 
la ripetizione delle infinite strutture così simili tra di loro. 
L’utente sa, infatti, che troverà in qualsiasi città la catena dei 
suoi ristoranti preferiti o il suo albergo, e sarà certo degli 
standard di servizio a lui offerti. Similmente sa che qualunque 
aeroporto o autostrada vale un’altra e può tranquillamente 
avventurarvisi sia che si trovi a Palermo o a Montreal. Dice Augé: 
“paradosso del non luogo: lo straniero smarrito in un Paese che non 
conosce (lo straniero “di passaggio”) si ritrova soltanto 
nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei 
grandi magazzini o delle catene alberghiere”. Simili a se stessi, 
eppure diversi: ecco un altro paradosso dei non luoghi. Entriamo in un 
grande centro commerciale: troveremo la cucina cinese, italiana, 
francese, tunisina, il negozio danese, americano, giapponese. Ognuno 
con un proprio stile. Continua Augé “ nei non luoghi vi è sempre un 
posto specifico (in vetrina, su di un manifesto, a destra dell’aereo, 
a sinistra dell’autostrada) per delle “curiosità” presentate come tali 
(gli ananas della Costa d’Avorio, Venezia città di Dogi, la città di 
Tangeri, il sito di Alèsia): ma essi non operano alcuna sintesi, non 
integrano nulla, autorizzano solo per il tempo di un percorso, la 
coesistenza di individualità distinte, simili e differenti le une 
dalle altre” C’è un film di Woody Allen ambientato in un grande centro 
commerciale. I protagonisti passano da un ristorante giapponese a un 
negozio di articoli indiani, a uno
spettacolo di intrattenimento. La macchina da presa non esce dal 
centro commerciale e non ce ne è bisogno: in fondo il mondo con le sue 
diversità è tutto racchiuso lì. D’altronde, i giri turistici, non 
offrono molto di più. Anzi, i più grandi centri commerciali hanno la 
capacità di attrazione di una località turistica di grande prestigio. 
D’altronde noi europei che tanto storciamo il naso di fronte al potere 
devastante del tipico che caratterizza i non luoghi non ci accorgiamo, 
che nonostante le nostre Soprintendenze imbalsamatrici, abbiamo 
permesso una simile omologazione di tutti i centri storici delle 
nostre città. A Londra, Parigi, Milano o a Roma si passeggia nello 
stesso modo: identici i negozi, i mimi, i venditori di cibarie, le 
macchine per il cambio di valuta, il senso di solitudine. Per sentirci 
in un contesto sociale - nota Augé- non ci rimane che guardare lo 
spettacolo degli altri che camminano e, a loro volta, ci osservano: 
uno spettacolo dove attori e spettatori si confondono in un reciproco 
e continuo scambio delle parti. Nello stesso tempo, le nostre città 
“si trasformano in musei illuminati, settori riservati e isole proprio 
mentre tangenziali, autostrade, treni ad alta velocità e strade a 
scorrimento veloce le aggirano”.
Cosa fare dunque?</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Lectio Magistralis di Peter Sloterdijk</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898213</link>
<description>Uno dei più interessanti filosofi tedeschi contemporanei, provocatorio 
e straordinariamente raffinato nelle sue analisi.   La sua sarà una 
riflessione che parte dal suo fondamentale lavoro, Sfere: un’analisi 
consegnata in tre volumi (pubblicati in Germania nel 1998, 1999 e 
2004) nella quale viene ricostruita la storia culturale e filosofica 
della globalizzazione, un tentativo  di elaborare una visione generale 
della storia umana e della condizione moderna a partire da una teoria 
dello spazio interiore. Sloterdijk, nel rinnovamento del linguaggio 
filosofico che propone, intende per globalizzazione un processo molto 
più lungo e complesso della nostra cultura, di cui oggi non viviamo 
altro che la fase finale. Tutto ha avuto inizio con il mondo antico e 
con la sua idea di cosmo, quando cioè il cielo veniva considerato 
l’involucro più esterno di quella sfera che, come scriveva Aristotele, 
“tutto contiene e non viene contenuto da nulla”. Per Sloterdijk il 
tentativo della cultura antica di misurare questo cielo con il 
pensiero è il primo atto della globalizzazione, il primo tentativo di 
rappresentare la totalità di ciò che è. Sono quindi i cosmologi 
antichi, i maestri platonici e tardo ellenistici, i veri iniziatori di 
questo processo globale – i primi che hanno razionalizzato la 
struttura del mondo. E alla loro serietà concettuale si è poi 
sostituita la serietà morfologica attraverso le circumnavigazioni 
dell’età moderna, che segnano una tappa successiva del processo di 
autocoscienza del mondo. Con la modernità la Terra cessa di essere 
liscia, piatta e perfetta, e se ne scopre la sua sfericità: è allora 
che non sono più i metafisici, bensì i geografi e i navigatori coloro 
cui spetta il compito di fornire una corretta immagine del mondo. Con 
i viaggiatori moderni si ha quindi la vera e propria globalizzazione 
della sfera terracquea, con la quale ha inizio anche il mercato 
globale, lo scambio di merci e denaro: l’irruzione del capitale nel 
mondo. Si giunge infine ai giorni nostri, alla terza fase del processo 
che vede l’installazione di un’atmosfera elettronica e di un ambiente 
satellitare nell’orbita della Terra. Da qui la questione principale: 
qual è lo spazio proprio dell’epoca in cui viviamo? Cosa ne è della 
soggettività e dell’esistenza umana nel nuovo ambiente globale? 
Sloterdijk disegna una topografia del mondo contemporaneo sulla 
spazialità e sui rapporti dimensionali delle forme biopolitiche, 
indicando uno spazio che, solo, compenetra ogni essere – quello che, 
parafrasando Rilke, chiama “spazio interno mondano” prodotto dal 
capitale. Uno spazio che però è una “serra globale”, confortevole e 
capace di distribuire benessere, ma che ha risucchiato tutto ciò che 
prima era esterno innalzando confini invisibili ma insormontabili dal 
di fuori. Questa “serra” diventa così duplice e ambigua, perché se da 
un lato è l’ambiente climatico della nostra epoca, dall’altro si 
configura come immenso spazio di esclusione: una Babilonia 
orizzontale, nella quale la sfera terrestre non ha più la sua 
dimensione ed è diventata una rete di punti, di intersezioni e linee – 
linee che, dopo essersene andate, ritornano al loro punto di partenza 
legate da vincoli forti e indissolubili. Sloterdijk ci consegna in 
definitiva un vero e proprio trattato filosofico, restituendo al 
filosofare un’oggettività con propri diritti e con un suo specifico 
oggetto. E lo fa riprendendo il tema della grande narrazione, la sola 
forma per impossessarsi con gli strumenti del filosofo della 
complessità del mondo – convinto che la globalizzazione sia l’unico 
pezzo di tempo dell’umanità che merita di esser chiamato, in un senso 
filosoficamente rilevante, “storia” o “storia universale”!</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898213/audio.mp3" length="61069479" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Thu, 10 May 2007 19:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Peter Sloterdijk</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Uno dei più interessanti filosofi tedeschi contemporanei, provocatorio 
e straordinariamente raffinato nelle sue analisi.   La sua sarà una 
riflessione che parte dal suo fondamentale lavoro, Sfere: un’analisi 
consegnata in tre volumi (pubblicati in Germania nel 1998, 1999 e 
2004) nella quale viene ricostruita la storia culturale e filosofica 
della globalizzazione, un tentativo  di elaborare una visione generale 
della storia umana e della condizione moderna a partire da una teoria 
dello spazio interiore. Sloterdijk, nel rinnovamento del linguaggio 
filosofico che propone, intende per globalizzazione un processo molto 
più lungo e complesso della nostra cultura, di cui oggi non viviamo 
altro che la fase finale. Tutto ha avuto inizio con il mondo antico e 
con la sua idea di cosmo, quando cioè il cielo veniva considerato 
l’involucro più esterno di quella sfera che, come scriveva Aristotele, 
“tutto contiene e non viene contenuto da nulla”. Per Sloterdijk il 
tentativo della cultura antica di misurare questo cielo con il 
pensiero è il primo atto della globalizzazione, il primo tentativo di 
rappresentare la totalità di ciò che è. Sono quindi i cosmologi 
antichi, i maestri platonici e tardo ellenistici, i veri iniziatori di 
questo processo globale – i primi che hanno razionalizzato la 
struttura del mondo. E alla loro serietà concettuale si è poi 
sostituita la serietà morfologica attraverso le circumnavigazioni 
dell’età moderna, che segnano una tappa successiva del processo di 
autocoscienza del mondo. Con la modernità la Terra cessa di essere 
liscia, piatta e perfetta, e se ne scopre la sua sfericità: è allora 
che non sono più i metafisici, bensì i geografi e i navigatori coloro 
cui spetta il compito di fornire una corretta immagine del mondo. Con 
i viaggiatori moderni si ha quindi la vera e propria globalizzazione 
della sfera terracquea, con la quale ha inizio anche il mercato 
globale, lo scambio di merci e denaro: l’irruzione del capitale nel 
mondo. Si giunge infine ai giorni nostri, alla terza fase del processo 
che vede l’installazione di un’atmosfera elettronica e di un ambiente 
satellitare nell’orbita della Terra. Da qui la questione principale: 
qual è lo spazio proprio dell’epoca in cui viviamo? Cosa ne è della 
soggettività e dell’esistenza umana nel nuovo ambiente globale? 
Sloterdijk disegna una topografia del mondo contemporaneo sulla 
spazialità e sui rapporti dimensionali delle forme biopolitiche, 
indicando uno spazio che, solo, compenetra ogni essere – quello che, 
parafrasando Rilke, chiama “spazio interno mondano” prodotto dal 
capitale. Uno spazio che però è una “serra globale”, confortevole e 
capace di distribuire benessere, ma che ha risucchiato tutto ciò che 
prima era esterno innalzando confini invisibili ma insormontabili dal 
di fuori. Questa “serra” diventa così duplice e ambigua, perché se da 
un lato è l’ambiente climatico della nostra epoca, dall’altro si 
configura come immenso spazio di esclusione: una Babilonia 
orizzontale, nella quale la sfera terrestre non ha più la sua 
dimensione ed è diventata una rete di punti, di intersezioni e linee – 
linee che, dopo essersene andate, ritornano al loro punto di partenza 
legate da vincoli forti e indissolubili. Sloterdijk ci consegna in 
definitiva un vero e proprio trattato filosofico, restituendo al 
filosofare un’oggettività con propri diritti e con un suo specifico 
oggetto. E lo fa riprendendo il tema della grande narrazione, la sola 
forma per impossessarsi con gli strumenti del filosofo della 
complessità del mondo – convinto che la globalizzazione sia l’unico 
pezzo di tempo dell’umanità che merita di esser chiamato, in un senso 
filosoficamente rilevante, “storia” o “storia universale”!</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Franco Cordero </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898214</link>
<description>L'escursione sull'idea antropologica "confine" comincia dalle 
avventure d'un chierico errabondo e sofferente, Walter Benjamin, 
finite nel suicidio alla frontiera spagnola, agosto 1940, perché 
l'alcalde del paese nega l'ingresso ai fuggitivi: basterebbe aspettare 
qualche ora ma l'Io s'era disintegrato; gli altri passano. È un 
moderno cabbalista, esperto d'allegoria e lampi intuitivi, poco 
pensatore, e ha un amico junior, Gershom Scholem, molto raziocinante, 
studioso della Qabbalah, fantasmagorie e paradossi: ad esempio, che la 
creazione avvenga in Dio, non fuori; il male sia residuo teogonico; 
ogni struttura sia congenitamente iniqua. Ventidue secoli prima dei 
cabbalisti cinquecenteschi, tale idea forma il clou d'un famoso 
frammento d'Anassimandro, i cui sottintesi liquidano orgoglio 
antropocentrico e vanterie metafisiche: gli esistenti affondano nella 
matrice dalla quale erano usciti; seguiranno innumerevoli mondi, 
imprevedibili, perché l'eterna materia viva pulsa all'infinito. La 
relatività biopsichica esclude verità speculative immobili. Il mondo 
nasce nella transizione dall'amorfo alle forme. Vediamone tre: 
estetica, logica, normativa; illusione apollinea, una sintassi 
costruita su enunciati assolutamente veri perché non dicono niente 
(Wittgenstein docet), lingua del dovere. Il dogma è logica perversa, 
non-pensiero in formule spesso vaniloque o contraddittorie. Tre casi 
magnificano gli apparati repressivi: Miguel Serveto, dotto errante, in 
mano all'ecclesiocrate Calvino; un vecchio mugnaio friulano; e l'ex 
domenicano fuoruscito Giordano Bruno; colpevoli d'avere pensato extra 
fines, esalano l'anima nel rogo.
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898214/audio.mp3" length="56119798" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Fri, 11 May 2007 16:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Franco Cordero </itunes:subtitle>
<itunes:summary>L'escursione sull'idea antropologica "confine" comincia dalle 
avventure d'un chierico errabondo e sofferente, Walter Benjamin, 
finite nel suicidio alla frontiera spagnola, agosto 1940, perché 
l'alcalde del paese nega l'ingresso ai fuggitivi: basterebbe aspettare 
qualche ora ma l'Io s'era disintegrato; gli altri passano. È un 
moderno cabbalista, esperto d'allegoria e lampi intuitivi, poco 
pensatore, e ha un amico junior, Gershom Scholem, molto raziocinante, 
studioso della Qabbalah, fantasmagorie e paradossi: ad esempio, che la 
creazione avvenga in Dio, non fuori; il male sia residuo teogonico; 
ogni struttura sia congenitamente iniqua. Ventidue secoli prima dei 
cabbalisti cinquecenteschi, tale idea forma il clou d'un famoso 
frammento d'Anassimandro, i cui sottintesi liquidano orgoglio 
antropocentrico e vanterie metafisiche: gli esistenti affondano nella 
matrice dalla quale erano usciti; seguiranno innumerevoli mondi, 
imprevedibili, perché l'eterna materia viva pulsa all'infinito. La 
relatività biopsichica esclude verità speculative immobili. Il mondo 
nasce nella transizione dall'amorfo alle forme. Vediamone tre: 
estetica, logica, normativa; illusione apollinea, una sintassi 
costruita su enunciati assolutamente veri perché non dicono niente 
(Wittgenstein docet), lingua del dovere. Il dogma è logica perversa, 
non-pensiero in formule spesso vaniloque o contraddittorie. Tre casi 
magnificano gli apparati repressivi: Miguel Serveto, dotto errante, in 
mano all'ecclesiocrate Calvino; un vecchio mugnaio friulano; e l'ex 
domenicano fuoruscito Giordano Bruno; colpevoli d'avere pensato extra 
fines, esalano l'anima nel rogo.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Fernando Savater</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898216</link>
<description>Il filosofo e scrittore spagnolo è impegnato da sempre nella lotta 
contro l’intolleranza, per una libertà politica e culturale, per una 
convivenza fra uomini civile e morale.  Costretto per anni a viaggiare 
sotto scorta armata  in seguito alle minacce dei terroristi baschi 
dell’Eta, riflette e scrive sui problemi del nostro tempo. Sostiene 
che ciò che vale per l’uomo è ciò che l’uomo vuole, l’uomo non può 
inventarsi completamente ma non può in ogni caso smettere di 
inventarsi. La posizione dei valori ha a che fare con la conservazione 
dell’individuo. In questo senso la libertà è il primordiale dover 
essere del voler essere. Si tratta per l’uomo di voler essere di più 
contro l’impotenza e la morte, una volontà di essere dell’uomo che 
trova un limite nella convivenza sociale e nell’imperativo di non 
nuocere agli altri. Dalla situazione spagnola la sua riflessione si 
allarga sull’intreccio tra nazionalismi. globalizzazione e localismi. 
Savater sostiene che il nazionalismo oggi cerca di ridurre la 
complessità del mondo a una realtà omogenea, convertendosi così in 
un’ideologia regressiva che va contro la democrazia. In Europa i 
nazionalismi giocano lo stesso ruolo che in altri paesi ha giocato 
l’integralismo religioso. Da quando si sono affermati il laicismo e la 
secolarizzazione, il nazionalismo è stato applicato in Europa come 
sostituto della guerra religiosa. In Spagna, ma anche in Italia, si è 
ormai affermato un luogo comune, che tutto ciò che è diversità sia 
bello e positivo. Come se il pluralismo fosse sempre buono e l’unità 
un concetto fascista. Se accettassimo questo punto di vista una 
società divisa in classi o fondata sulla schiavitù sarebbe migliore di 
una società costruita sull’eguaglianza sociale, in cui tutti i 
cittadini sono liberi. La mistificazione del pluralismo è sbagliata. 
Savater ci indica la via dell’etica, un’etica fondata sulla 
razionalità, che esclude unilateralismi e aperta al riconoscimento.  
L’etica è nella sua visione una strada responsabile, non tanto verso 
la felicità, ma come diceva Kant “l’importante è comportarsi 
conformemente alle leggi autonome della ragione  e essere meritori”. 
L’etica non è un comportamento naturale, non è un dono innato – i 
bambini non sono morali - è piuttosto un comportamento che si apprende 
attraverso norme razionali, formazione, studio, esperienza e 
disciplina. L’etica non va confusa con la politica, la politica serve 
a formare le istituzioni, l’etica serve a formare persone migliori.  E 
per seguire questa strada bisogna cominciare proprio dai bambini.
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898216/audio.mp3" length="49967334" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sat, 12 May 2007 13:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Fernando Savater</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Il filosofo e scrittore spagnolo è impegnato da sempre nella lotta 
contro l’intolleranza, per una libertà politica e culturale, per una 
convivenza fra uomini civile e morale.  Costretto per anni a viaggiare 
sotto scorta armata  in seguito alle minacce dei terroristi baschi 
dell’Eta, riflette e scrive sui problemi del nostro tempo. Sostiene 
che ciò che vale per l’uomo è ciò che l’uomo vuole, l’uomo non può 
inventarsi completamente ma non può in ogni caso smettere di 
inventarsi. La posizione dei valori ha a che fare con la conservazione 
dell’individuo. In questo senso la libertà è il primordiale dover 
essere del voler essere. Si tratta per l’uomo di voler essere di più 
contro l’impotenza e la morte, una volontà di essere dell’uomo che 
trova un limite nella convivenza sociale e nell’imperativo di non 
nuocere agli altri. Dalla situazione spagnola la sua riflessione si 
allarga sull’intreccio tra nazionalismi. globalizzazione e localismi. 
Savater sostiene che il nazionalismo oggi cerca di ridurre la 
complessità del mondo a una realtà omogenea, convertendosi così in 
un’ideologia regressiva che va contro la democrazia. In Europa i 
nazionalismi giocano lo stesso ruolo che in altri paesi ha giocato 
l’integralismo religioso. Da quando si sono affermati il laicismo e la 
secolarizzazione, il nazionalismo è stato applicato in Europa come 
sostituto della guerra religiosa. In Spagna, ma anche in Italia, si è 
ormai affermato un luogo comune, che tutto ciò che è diversità sia 
bello e positivo. Come se il pluralismo fosse sempre buono e l’unità 
un concetto fascista. Se accettassimo questo punto di vista una 
società divisa in classi o fondata sulla schiavitù sarebbe migliore di 
una società costruita sull’eguaglianza sociale, in cui tutti i 
cittadini sono liberi. La mistificazione del pluralismo è sbagliata. 
Savater ci indica la via dell’etica, un’etica fondata sulla 
razionalità, che esclude unilateralismi e aperta al riconoscimento.  
L’etica è nella sua visione una strada responsabile, non tanto verso 
la felicità, ma come diceva Kant “l’importante è comportarsi 
conformemente alle leggi autonome della ragione  e essere meritori”. 
L’etica non è un comportamento naturale, non è un dono innato – i 
bambini non sono morali - è piuttosto un comportamento che si apprende 
attraverso norme razionali, formazione, studio, esperienza e 
disciplina. L’etica non va confusa con la politica, la politica serve 
a formare le istituzioni, l’etica serve a formare persone migliori.  E 
per seguire questa strada bisogna cominciare proprio dai bambini.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Hanif Kureishi: un’intervista in pubblico con Ivan Cotroneo</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898260</link>
<description>Romanziere, drammaturgo, sceneggiatore e regista, Kureishi è uno degli 
scrittori inglesi più letti in patria e tra i più noti a livello 
internazionale. Ha scritto la sceneggiatura di My Beautiful 
Laundrette, diretta dal regista inglese Stephen Frears, che ottiene 
diversi riconoscimenti: è la storia di un giovane pakistano che apre 
una lavanderia insieme al fidanzato gay. Anche la sua successiva 
sceneggiatura, Sammy e Rosie vanno a letto viene portata sul grande 
schermo da Frears: qui Kureishi esplora le abitudini e il modo di 
vivere di una coppia londinese formata da un commercialista di origine 
pakistana e una donna bianca, militante di sinistra. In qualità di 
romanziere Kureishi descrive soprattutto la vita degli immigrati con 
le loro difficoltà di adattamento e di identificazione in una terra a 
cui appartenere. Così ne Il Budda delle periferie (Milano 2001), che 
narra la vita di un giovane omosessuale di origine metà indiana e metà 
inglese, cresciuto nella Londra multietnica. In The Black Album 
(Milano 2000) Kureishi si immerge nel mondo solitario e incerto di un 
giovane pakistano che si trova a dover sceglier tra la ragazza amata e 
i suoi amici musulmani. Tra gli altri romanzi ricordiamo Londra mi 
uccide (Milano 1997), storia di droga e di disadattati senza casa, che 
ha trasposto al cinema dirigendo egli stesso il film; Nell’intimità 
(Milano 1998) da cui è stato tratto l’omonimo e premiatissimo film 
diretto da Patrice Chéreau; Il corpo (Milano 2003), sulle avventure di 
uno scrittore ricco e affermato, novello Dorian Gray; The Mother 
(Milano 2004), storia di intrighi e tradimenti familiari; Goodbye 
Mother (Milano 2001), romanzo sulle riflessioni personali di un 
giornalista in seguito all’abbandono della moglie e agli errori 
commessi con il proprio padre.
Ivan Cotroneo, scrittore e sceneggiatore, è il principale traduttore 
di Kureishi in italiano. Suo il compito di intervistare in pubblico lo 
scrittore anglo-pakistano e di raccogliere dalla platea le domande che 
gli saranno rivolte.</description>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 18:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Hanif Kureishi: un’intervista in pubblico con Ivan Cotroneo</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Romanziere, drammaturgo, sceneggiatore e regista, Kureishi è uno degli 
scrittori inglesi più letti in patria e tra i più noti a livello 
internazionale. Ha scritto la sceneggiatura di My Beautiful 
Laundrette, diretta dal regista inglese Stephen Frears, che ottiene 
diversi riconoscimenti: è la storia di un giovane pakistano che apre 
una lavanderia insieme al fidanzato gay. Anche la sua successiva 
sceneggiatura, Sammy e Rosie vanno a letto viene portata sul grande 
schermo da Frears: qui Kureishi esplora le abitudini e il modo di 
vivere di una coppia londinese formata da un commercialista di origine 
pakistana e una donna bianca, militante di sinistra. In qualità di 
romanziere Kureishi descrive soprattutto la vita degli immigrati con 
le loro difficoltà di adattamento e di identificazione in una terra a 
cui appartenere. Così ne Il Budda delle periferie (Milano 2001), che 
narra la vita di un giovane omosessuale di origine metà indiana e metà 
inglese, cresciuto nella Londra multietnica. In The Black Album 
(Milano 2000) Kureishi si immerge nel mondo solitario e incerto di un 
giovane pakistano che si trova a dover sceglier tra la ragazza amata e 
i suoi amici musulmani. Tra gli altri romanzi ricordiamo Londra mi 
uccide (Milano 1997), storia di droga e di disadattati senza casa, che 
ha trasposto al cinema dirigendo egli stesso il film; Nell’intimità 
(Milano 1998) da cui è stato tratto l’omonimo e premiatissimo film 
diretto da Patrice Chéreau; Il corpo (Milano 2003), sulle avventure di 
uno scrittore ricco e affermato, novello Dorian Gray; The Mother 
(Milano 2004), storia di intrighi e tradimenti familiari; Goodbye 
Mother (Milano 2001), romanzo sulle riflessioni personali di un 
giornalista in seguito all’abbandono della moglie e agli errori 
commessi con il proprio padre.
Ivan Cotroneo, scrittore e sceneggiatore, è il principale traduttore 
di Kureishi in italiano. Suo il compito di intervistare in pubblico lo 
scrittore anglo-pakistano e di raccogliere dalla platea le domande che 
gli saranno rivolte.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Lectio Magistralis di Gianni Vattimo </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898218</link>
<description>Dopo l'età della Fede e l'età della Ragione, l'umanità è infatti 
entrata in una fase in cui il pensiero è dominato da preoccupazioni 
che non sono di pertinenza né solo della scienza, né solo della 
filosofia, né solo della religione. In questa età dell'Interpretazione 
la riflessione sui problemi religiosi ritrova dunque un ruolo 
centrale.
Quale religione, quale forma di religiosità è adeguata per il punto di 
vista del pensiero debole- eminentemente non metafisico? Possiamo 
parlare di una religione che non insista su fondamenta metafisiche, 
sulla Verità della sua conoscenza del Sacro, e che così lasci sentire 
la voce dell’altro? Una religione rimane sempre prigioniera di un 
pensiero forte, metafisico. E la metafisica è sempre, come dice 
Nietzsche, un atto di violenza.  Invece il cristianesimo è un’altra 
cosa. Il cristianesimo non religioso-metafisico (e, voglio aggiungere, 
tutte le religioni del libro, se intese, paradossalmente, come 
non-religioni) dichiara, per la caduta degli idoli - nel senso 
nietzschiano del termine - che non c’è una Verità. Non ci sono più 
valori Supremi nel cui nome sia possibile uccidere; e d’altronde, con 
Sant’Agostino, il cristianesimo fonda l’ermeneutica biblica, 
accettando il senso multiplo del Libro. Cristianesimo non religioso 
vuol dire un cristianesimo non metafisico, non una religione della 
conoscenza, dei dogmi, ma dell’amore, dell’altro come te. Il 
cristianesimo non religioso insiste sulla priorità della carità sulla 
verità. “Non possiamo non dirci cristiani!” Vattimo riprende la frase 
di Croce. Non possiamo non dirlo proprio perché siamo coscienti della 
nostra fondamentale mancanza di oggettività, del nostro essere 
interpretanti, perché ogni forma di conoscere ha come presupposto una 
intenzione, un punto di vista, un mondo nel quale viviamo. Ogni 
conoscere è interpretazione. E per noi questo punto di vista è formato 
dalla nostra cultura, dal  cristianesimo, che impregna con i suoi 
valori, con i suoi riferimenti tutta la nostra mondanità. Credenti o 
non credenti viviamo in una civiltà cristiana.</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 13:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Gianni Vattimo </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Dopo l'età della Fede e l'età della Ragione, l'umanità è infatti 
entrata in una fase in cui il pensiero è dominato da preoccupazioni 
che non sono di pertinenza né solo della scienza, né solo della 
filosofia, né solo della religione. In questa età dell'Interpretazione 
la riflessione sui problemi religiosi ritrova dunque un ruolo 
centrale.
Quale religione, quale forma di religiosità è adeguata per il punto di 
vista del pensiero debole- eminentemente non metafisico? Possiamo 
parlare di una religione che non insista su fondamenta metafisiche, 
sulla Verità della sua conoscenza del Sacro, e che così lasci sentire 
la voce dell’altro? Una religione rimane sempre prigioniera di un 
pensiero forte, metafisico. E la metafisica è sempre, come dice 
Nietzsche, un atto di violenza.  Invece il cristianesimo è un’altra 
cosa. Il cristianesimo non religioso-metafisico (e, voglio aggiungere, 
tutte le religioni del libro, se intese, paradossalmente, come 
non-religioni) dichiara, per la caduta degli idoli - nel senso 
nietzschiano del termine - che non c’è una Verità. Non ci sono più 
valori Supremi nel cui nome sia possibile uccidere; e d’altronde, con 
Sant’Agostino, il cristianesimo fonda l’ermeneutica biblica, 
accettando il senso multiplo del Libro. Cristianesimo non religioso 
vuol dire un cristianesimo non metafisico, non una religione della 
conoscenza, dei dogmi, ma dell’amore, dell’altro come te. Il 
cristianesimo non religioso insiste sulla priorità della carità sulla 
verità. “Non possiamo non dirci cristiani!” Vattimo riprende la frase 
di Croce. Non possiamo non dirlo proprio perché siamo coscienti della 
nostra fondamentale mancanza di oggettività, del nostro essere 
interpretanti, perché ogni forma di conoscere ha come presupposto una 
intenzione, un punto di vista, un mondo nel quale viviamo. Ogni 
conoscere è interpretazione. E per noi questo punto di vista è formato 
dalla nostra cultura, dal  cristianesimo, che impregna con i suoi 
valori, con i suoi riferimenti tutta la nostra mondanità. Credenti o 
non credenti viviamo in una civiltà cristiana.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Lectio Magistralis di Edouard Glissant </title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898219</link>
<description>Nel suo  libro più noto  "Poetica della Relazione", in uscita in 
Italia nei prossimi giorni per i tipi di Quodlibet, secondo Glissant 
si può parlare di Relazione solo se si fa parte di una comunità che 
non dispone di vere e proprie radici, ma che è parte di culture 
composite, legate al vissuto cosciente e contraddittorio dei contatti 
fra culture.
Le comunità caratterizzate da culture composite, spesso portano 
istanze di rivendicazioni ataviche, in parte perché la creolizzazione 
è identificata come elemento portatore di degenerazione. In effetti, 
una comunità che partecipa di una cultura composita, vorrebbe spesso 
lottare per difendere il diritto ad un'origine, ad una radice unica, 
soprattutto quando tale comunità vive in condizioni di miseria e 
oppressione. Infatti, l'idea di un'appartenenza atavica aiuta a 
sopportare le miserie, ma è di scarso aiuto se confrontata con la 
creolizzazione: se si può accettare di morire (e conseguentemente di 
uccidere) per difendere un'unicità originaria, non si può accettare di 
fare altrettanto per difendere la creolizzazione. E' quindi necessario 
chiedersi se fosse possibile per le comunità di origini africane che 
vivono in Colombia, in Brasile, o negli Stati Unti, trarre vantaggi 
dalla creolizzazione nella concreta lotta per sopravvivere. Il ricorso 
al principio atavico, riscontrabile ad esempio nell'afrocentrismo dei 
neri americani, non è legato all' appartenenza razziale ma piuttosto 
alla ricerca culturale di un equilibrio che dia sicurezza e senso di 
stabilità nel tempo (permanenza). É essenziale specificare che sebbene 
gli Stati Uniti si delineino come una società multietnica, tuttavia, 
tra i vari gruppi che creano tale molteplicità, ci sia poco spazio 
alla popolazione multirazziale. Infatti, negli Stati Uniti si nota una 
tendenza a rifiutare i fenomeni legati all'ibridazione e al mescolarsi 
di gruppi etnici diversi, a cui si aggiunge un'eguale rifiuto ad 
accettare la realtà della creolizzazione. Questo rifiuto della 
diffusione di ibridazioni, mescolanze tra gruppi etnici (anche nella 
forma dei matrimoni misti) deriva probabilmente da tre fattori: i 
conflitti tra religioni di origine europee,  le lotte contro gli 
indiani d'america e il loro sterminio quasi totale, le deportazioni di 
schiavi dall'Africa. Quindi, sotto questo aspetto, la storia degli 
Stati Uniti si è sviluppata all'interno di un'apparente 
contraddizione: una società multietnica con una forte tendenza 
all'isolamento tra gruppi etnici. Legare l'etnia all' unicità 
significa costruire un' identità da difendere in quanto avente un' 
origine unica, che esclude chiunque altro. Questo punto è essenziale, 
e andrebbe compreso profondamente in relazione al concetto di 
creolizzazione. Un'ipotesi potrebbe essere leggere la creolizzazione 
come momento di affermazione delle minoranze, o delle comunità 
storicamente oppresse. Pensare in questi termini, però, implica 
chiedersi se sia possibile per la comunità indiana-americana, che 
corre il rischio di perdersi o dissolversi, difendersi in nome della 
creolizzazione, cioè dello stesso meccanismo che ha contribuito, 
almeno apparentemente e parzialmente, a depauperare culturalmente tale 
comunità. La sfida piu' grande giace in questa domanda. Le 
contraddizioni delle Americhe, e del mondo intero, sono complesse e 
inestricabili finché non si risolveranno nell'immaginario attuale le 
contraddizioni tra culture ataviche e composite, tra un'origine unica 
dell'identità, e un'identità-relazione.
</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 19:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Lectio Magistralis di Edouard Glissant </itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nel suo  libro più noto  "Poetica della Relazione", in uscita in 
Italia nei prossimi giorni per i tipi di Quodlibet, secondo Glissant 
si può parlare di Relazione solo se si fa parte di una comunità che 
non dispone di vere e proprie radici, ma che è parte di culture 
composite, legate al vissuto cosciente e contraddittorio dei contatti 
fra culture.
Le comunità caratterizzate da culture composite, spesso portano 
istanze di rivendicazioni ataviche, in parte perché la creolizzazione 
è identificata come elemento portatore di degenerazione. In effetti, 
una comunità che partecipa di una cultura composita, vorrebbe spesso 
lottare per difendere il diritto ad un'origine, ad una radice unica, 
soprattutto quando tale comunità vive in condizioni di miseria e 
oppressione. Infatti, l'idea di un'appartenenza atavica aiuta a 
sopportare le miserie, ma è di scarso aiuto se confrontata con la 
creolizzazione: se si può accettare di morire (e conseguentemente di 
uccidere) per difendere un'unicità originaria, non si può accettare di 
fare altrettanto per difendere la creolizzazione. E' quindi necessario 
chiedersi se fosse possibile per le comunità di origini africane che 
vivono in Colombia, in Brasile, o negli Stati Unti, trarre vantaggi 
dalla creolizzazione nella concreta lotta per sopravvivere. Il ricorso 
al principio atavico, riscontrabile ad esempio nell'afrocentrismo dei 
neri americani, non è legato all' appartenenza razziale ma piuttosto 
alla ricerca culturale di un equilibrio che dia sicurezza e senso di 
stabilità nel tempo (permanenza). É essenziale specificare che sebbene 
gli Stati Uniti si delineino come una società multietnica, tuttavia, 
tra i vari gruppi che creano tale molteplicità, ci sia poco spazio 
alla popolazione multirazziale. Infatti, negli Stati Uniti si nota una 
tendenza a rifiutare i fenomeni legati all'ibridazione e al mescolarsi 
di gruppi etnici diversi, a cui si aggiunge un'eguale rifiuto ad 
accettare la realtà della creolizzazione. Questo rifiuto della 
diffusione di ibridazioni, mescolanze tra gruppi etnici (anche nella 
forma dei matrimoni misti) deriva probabilmente da tre fattori: i 
conflitti tra religioni di origine europee,  le lotte contro gli 
indiani d'america e il loro sterminio quasi totale, le deportazioni di 
schiavi dall'Africa. Quindi, sotto questo aspetto, la storia degli 
Stati Uniti si è sviluppata all'interno di un'apparente 
contraddizione: una società multietnica con una forte tendenza 
all'isolamento tra gruppi etnici. Legare l'etnia all' unicità 
significa costruire un' identità da difendere in quanto avente un' 
origine unica, che esclude chiunque altro. Questo punto è essenziale, 
e andrebbe compreso profondamente in relazione al concetto di 
creolizzazione. Un'ipotesi potrebbe essere leggere la creolizzazione 
come momento di affermazione delle minoranze, o delle comunità 
storicamente oppresse. Pensare in questi termini, però, implica 
chiedersi se sia possibile per la comunità indiana-americana, che 
corre il rischio di perdersi o dissolversi, difendersi in nome della 
creolizzazione, cioè dello stesso meccanismo che ha contribuito, 
almeno apparentemente e parzialmente, a depauperare culturalmente tale 
comunità. La sfida piu' grande giace in questa domanda. Le 
contraddizioni delle Americhe, e del mondo intero, sono complesse e 
inestricabili finché non si risolveranno nell'immaginario attuale le 
contraddizioni tra culture ataviche e composite, tra un'origine unica 
dell'identità, e un'identità-relazione.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Remo Bodei, Marco Filoni "Alexandre Kojève"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898261</link>
<description>Pensatore insolito e complesso come pochi ve ne sono stati nel 
panorama filosofico del Novecento. Alexandre Kojève (1902-1968) ha 
attraversato la sua epoca all’insegna del paradosso. Russo di nascita, 
nipote di Kandinsky, dopo gli studi universitari in Germania con Karl 
Jaspers approdò nella Francia degli anni Trenta. E qui tenne quelle 
lezioni su Hegel che lo investirono di un’eccezionale fama filosofica. 
Kojève stravolse l’immagine del filosofo tedesco e ne segnò un punto 
di svolta essenziale per gli studi hegeliani. Così facendo entrò, con 
noncuranza, quasi badando ad altro, nel mito della cultura filosofica. 
Filosofia che sembrò abbandonare subito dopo la guerra. In realtà 
continuò a scrivere e a dialogare con i più importanti pensatori, da 
Leo Strauss a Carl Schmitt, dando vita a illuminanti pagine nelle 
quali si celano le questioni epocali, ancora aperte, del nostro tempo.</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898261/audio.mp3" length="63126779" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Wed, 09 May 2007 16:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Remo Bodei, Marco Filoni "Alexandre Kojève"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Pensatore insolito e complesso come pochi ve ne sono stati nel 
panorama filosofico del Novecento. Alexandre Kojève (1902-1968) ha 
attraversato la sua epoca all’insegna del paradosso. Russo di nascita, 
nipote di Kandinsky, dopo gli studi universitari in Germania con Karl 
Jaspers approdò nella Francia degli anni Trenta. E qui tenne quelle 
lezioni su Hegel che lo investirono di un’eccezionale fama filosofica. 
Kojève stravolse l’immagine del filosofo tedesco e ne segnò un punto 
di svolta essenziale per gli studi hegeliani. Così facendo entrò, con 
noncuranza, quasi badando ad altro, nel mito della cultura filosofica. 
Filosofia che sembrò abbandonare subito dopo la guerra. In realtà 
continuò a scrivere e a dialogare con i più importanti pensatori, da 
Leo Strauss a Carl Schmitt, dando vita a illuminanti pagine nelle 
quali si celano le questioni epocali, ancora aperte, del nostro tempo.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Massimo Donà "Glenn Gould"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898262</link>
<description>Famoso per i capelli mai in ordine. Famoso perché suonava solo sulla 
sua sedia personale, che portava sempre con sé, più bassa rispetto al 
solito seggiolino. Famoso perché prima di suonare teneva le mani in 
acqua calda e vestiva anche in estate con due pesanti maglioni. Se 
esiste una leggenda musicale della nostra epoca, quella è Glenn Gould 
(1932-1982). Il più grande pianista del nostro tempo. La sua 
interpretazione delle Variazioni Goldberg di Bach lo hanno 
unanimemente reso un genio del pianoforte. Oltre che un pianista, 
Gould è stato un modo inedito di pensare e interpretare la musica. Ciò 
che egli ha detto e scritto, nonché suonato, di Bach o di Schönberg, 
di Richard Strauss o di Beethoven, di Mozart o di Boulez, è sempre di 
un tale acume che obbliga a rimettere in discussione di volta in volta 
le nostre convinzioni.</description>
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<pubDate>Fri, 11 May 2007 12:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Massimo Donà "Glenn Gould"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Famoso per i capelli mai in ordine. Famoso perché suonava solo sulla 
sua sedia personale, che portava sempre con sé, più bassa rispetto al 
solito seggiolino. Famoso perché prima di suonare teneva le mani in 
acqua calda e vestiva anche in estate con due pesanti maglioni. Se 
esiste una leggenda musicale della nostra epoca, quella è Glenn Gould 
(1932-1982). Il più grande pianista del nostro tempo. La sua 
interpretazione delle Variazioni Goldberg di Bach lo hanno 
unanimemente reso un genio del pianoforte. Oltre che un pianista, 
Gould è stato un modo inedito di pensare e interpretare la musica. Ciò 
che egli ha detto e scritto, nonché suonato, di Bach o di Schönberg, 
di Richard Strauss o di Beethoven, di Mozart o di Boulez, è sempre di 
un tale acume che obbliga a rimettere in discussione di volta in volta 
le nostre convinzioni.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Stefano Velotti "Gunther Anders"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898263</link>
<description>Considerato da molti la “Cassandra della filosofia tedesca” per aver 
insistito ossessivamente sul pericolo atomico, Günther Anders 
(1902-1992) è stato  un eretico senza setta: utilizzava categorie 
filosofiche messe in circolo da Heidegger, ma solo per sottoporlo alla 
critiche più acute e feroci; fu a lungo uno dei grandi punti di 
riferimento del pacifismo internazionale, ma finì per scrivere un 
libro contro la non-violenza; come Hannah Arendt, sua prima moglie, 
non smise mai di riflettere sulla shoah e il caso Eichmann, ma dedicò 
la sua vita a “creare panico” per il “totalitarismo” del terrore 
atomico. Fu scrittore e critico, filosofo e poeta. La sua “filosofia 
della discrepanza” è entrata nella nostra vita culturale, ma raramente 
la sua presenza è stata riconosciuta. Un autore ancora da scoprire in 
tutta la sua radicalità e feconda contraddittorietà*.*</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 17:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Stefano Velotti "Gunther Anders"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Considerato da molti la “Cassandra della filosofia tedesca” per aver 
insistito ossessivamente sul pericolo atomico, Günther Anders 
(1902-1992) è stato  un eretico senza setta: utilizzava categorie 
filosofiche messe in circolo da Heidegger, ma solo per sottoporlo alla 
critiche più acute e feroci; fu a lungo uno dei grandi punti di 
riferimento del pacifismo internazionale, ma finì per scrivere un 
libro contro la non-violenza; come Hannah Arendt, sua prima moglie, 
non smise mai di riflettere sulla shoah e il caso Eichmann, ma dedicò 
la sua vita a “creare panico” per il “totalitarismo” del terrore 
atomico. Fu scrittore e critico, filosofo e poeta. La sua “filosofia 
della discrepanza” è entrata nella nostra vita culturale, ma raramente 
la sua presenza è stata riconosciuta. Un autore ancora da scoprire in 
tutta la sua radicalità e feconda contraddittorietà*.*</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Sergio Givone "Furio Jesi"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898264</link>
<description>Nella sua breve esistenza (1941-1980), Furio Jesi ha attraversato con 
estrema originalità e competenza i terreni della germanistica e della 
mitologia, esplorando con acume e preveggenza il continente della 
“cultura di destra” – in anni in cui “destra” e “cultura” erano 
considerati termini incompatibili. Diventato un autore di culto, i 
suoi libri vengono ripubblicati periodicamente, suscitando sempre di 
nuovo sorpresa e ammirazione. Manca ancora una ricostruzione 
approfondita della sua originalissima figura: questa è l’occasione per 
iniziare a imbastirne una.</description>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 12:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Sergio Givone "Furio Jesi"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Nella sua breve esistenza (1941-1980), Furio Jesi ha attraversato con 
estrema originalità e competenza i terreni della germanistica e della 
mitologia, esplorando con acume e preveggenza il continente della 
“cultura di destra” – in anni in cui “destra” e “cultura” erano 
considerati termini incompatibili. Diventato un autore di culto, i 
suoi libri vengono ripubblicati periodicamente, suscitando sempre di 
nuovo sorpresa e ammirazione. Manca ancora una ricostruzione 
approfondita della sua originalissima figura: questa è l’occasione per 
iniziare a imbastirne una.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>L’America Latina, il dibattito sul “mestizaje”...</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898280</link>
<description>_L’America Latina, il dibattito sul “mestizaje” (meticciato) e la 
filosofia della liberazione_  

I concetti di “filosofia della liberazione”, di “creolizzazione” e 
“mestizaje” (meticciato), temi cari alla cultura e filosofia 
dell’America Latina e caraibica, saranno discussi con uno scrittore 
antillano, di fama mondiale, che ha vissuto l’esperienza dell’incontro 
di più culture e con un sociologo e filosofo spagnolo che a lungo si è 
dedicato a questi temi, nella direzione di una possibile definizione 
di filosofia specificamente “latinoamericana” e non soltanto di  
importazione europea.</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 15:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>L’America Latina, il dibattito sul “mestizaje”...</itunes:subtitle>
<itunes:summary>_L’America Latina, il dibattito sul “mestizaje” (meticciato) e la 
filosofia della liberazione_  

I concetti di “filosofia della liberazione”, di “creolizzazione” e 
“mestizaje” (meticciato), temi cari alla cultura e filosofia 
dell’America Latina e caraibica, saranno discussi con uno scrittore 
antillano, di fama mondiale, che ha vissuto l’esperienza dell’incontro 
di più culture e con un sociologo e filosofo spagnolo che a lungo si è 
dedicato a questi temi, nella direzione di una possibile definizione 
di filosofia specificamente “latinoamericana” e non soltanto di  
importazione europea.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Ragionare, delirare, sragionare</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898196</link>
<description>Quali sono i confini tra ragione e follia? Quali solchi attraversano 
la ragione, dai confini estremi della logica deduttiva (che paga la 
sua certezza con la sterilità, con la tautologia), passando per la 
ragionevolezza del senso comune e i rischi del pensiero creativo, fino 
al pericolo estremo della psicosi? Delirare significa letteralmente 
“uscire dal solco”; ma ragionare significa forse rimanere nei solchi 
già tracciati da altri? E ancora: esiste una ragione “naturale”, o ciò 
che chiamiamo ragione è piuttosto una costruzione intersoggettiva? E’ 
possibile costruire una logica dell’invenzione, o l’invenzione, la 
scoperta sono prive di una logica esplicitabile essendo piuttosto 
analogiche? Due filosofi,  un logico, uno psicoanalista – che si sono 
già tutti occupati a lungo di questi problemi – mettono a confronto le 
proprie riflessioni su temi che non riguardano solo la ricerca 
scientifica e la creatività, ma il modo in cui, nella vita quotidiana, 
si affrontano problemi esistenziali, professionali, etici. Rischiando, 
talvolta, di scindere drammaticamente la propria personalità in sfere 
incomunicanti.






 

 

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<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898196/audio.mp3" length="84427024" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Thu, 10 May 2007 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Ragionare, delirare, sragionare</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Quali sono i confini tra ragione e follia? Quali solchi attraversano 
la ragione, dai confini estremi della logica deduttiva (che paga la 
sua certezza con la sterilità, con la tautologia), passando per la 
ragionevolezza del senso comune e i rischi del pensiero creativo, fino 
al pericolo estremo della psicosi? Delirare significa letteralmente 
“uscire dal solco”; ma ragionare significa forse rimanere nei solchi 
già tracciati da altri? E ancora: esiste una ragione “naturale”, o ciò 
che chiamiamo ragione è piuttosto una costruzione intersoggettiva? E’ 
possibile costruire una logica dell’invenzione, o l’invenzione, la 
scoperta sono prive di una logica esplicitabile essendo piuttosto 
analogiche? Due filosofi,  un logico, uno psicoanalista – che si sono 
già tutti occupati a lungo di questi problemi – mettono a confronto le 
proprie riflessioni su temi che non riguardano solo la ricerca 
scientifica e la creatività, ma il modo in cui, nella vita quotidiana, 
si affrontano problemi esistenziali, professionali, etici. Rischiando, 
talvolta, di scindere drammaticamente la propria personalità in sfere 
incomunicanti.






 

 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Fede e ragione</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898194</link>
<description>Fede e ragione è un’endiadi che percorre tutta la civiltà occidentale. 
La ragione è stata vista volta a volta come l’ancella della fede, come 
sottomessa ad essa e alla sua autorità, o invece come radicalmente 
autonoma da ogni credo e come un bene laico e intersoggettivo 
indipendente dalla fede di ciascuno. Alcuni hanno attribuito alla 
sovranità della ragione illuministica le origini dei totalitarismi 
novecenteschi, mentre altri ribattono che i totalitarismi affondano le 
loro radici nelle mitologie irrazionalistiche residuali rispetto a un 
progetto ancora incompiuto di modernità. Oggi fede e ragione si 
intrecciano e si scontrano ancora su diversi terreni, non da ultimo 
quello che riguarda le nostre origini di specie e le basi stesse della 
ricerca biologica. Questa tavola rotonda mette a confronto teologia e 
scienza, l’autonomia o l’eteronomia della ragione, il posto della fede 
e quello dell’indagine razionale.
 






 

 

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<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898194/audio.mp3" length="116410932" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Thu, 10 May 2007 10:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Fede e ragione</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Fede e ragione è un’endiadi che percorre tutta la civiltà occidentale. 
La ragione è stata vista volta a volta come l’ancella della fede, come 
sottomessa ad essa e alla sua autorità, o invece come radicalmente 
autonoma da ogni credo e come un bene laico e intersoggettivo 
indipendente dalla fede di ciascuno. Alcuni hanno attribuito alla 
sovranità della ragione illuministica le origini dei totalitarismi 
novecenteschi, mentre altri ribattono che i totalitarismi affondano le 
loro radici nelle mitologie irrazionalistiche residuali rispetto a un 
progetto ancora incompiuto di modernità. Oggi fede e ragione si 
intrecciano e si scontrano ancora su diversi terreni, non da ultimo 
quello che riguarda le nostre origini di specie e le basi stesse della 
ricerca biologica. Questa tavola rotonda mette a confronto teologia e 
scienza, l’autonomia o l’eteronomia della ragione, il posto della fede 
e quello dell’indagine razionale.
 






 

 

 </itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Reale, virtuale, immaginato: quali confini?</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898197</link>
<description>Sappiamo tutti che i nuovi media permettono di costruire e di accedere 
a “realtà” fino a poco tempo fa inimmaginabili, inaccessibili o non 
costruibili. Quali rapporti intercorrono tra l’elaborazione 
immaginativa, così come viene praticata tradizionalmente da narratori 
e romanzieri, e i mondi virtuali che prendono corpo prevalentemente 
nel mondo dei computer e del digitale? Le nuove tecnologie 
dell’immaginazione elaborano ancora la realtà, o costituiscono 
soltanto un’alternativa ad essa, abbandonandola alla sua opacità e 
imperscrutabilità? O sono possibili nuove alleanze, nuove ibridazioni, 
nuovi modi di significare, comprendere e interpretare il reale in cui 
siamo immersi? Uno dei più noti studiosi di comunicazione di massa 
farà dialogare su questi temi uno degli scrittori italiani più letti 
di tutti i tempi, esperto anche di televisione e di teatro, una 
scrittrice che è anche sceneggiatrice, l’inventore di “blob” e un 
grande professionista della televisione.</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898197/audio.mp3" length="70671673" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Fri, 11 May 2007 09:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Reale, virtuale, immaginato: quali confini?</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Sappiamo tutti che i nuovi media permettono di costruire e di accedere 
a “realtà” fino a poco tempo fa inimmaginabili, inaccessibili o non 
costruibili. Quali rapporti intercorrono tra l’elaborazione 
immaginativa, così come viene praticata tradizionalmente da narratori 
e romanzieri, e i mondi virtuali che prendono corpo prevalentemente 
nel mondo dei computer e del digitale? Le nuove tecnologie 
dell’immaginazione elaborano ancora la realtà, o costituiscono 
soltanto un’alternativa ad essa, abbandonandola alla sua opacità e 
imperscrutabilità? O sono possibili nuove alleanze, nuove ibridazioni, 
nuovi modi di significare, comprendere e interpretare il reale in cui 
siamo immersi? Uno dei più noti studiosi di comunicazione di massa 
farà dialogare su questi temi uno degli scrittori italiani più letti 
di tutti i tempi, esperto anche di televisione e di teatro, una 
scrittrice che è anche sceneggiatrice, l’inventore di “blob” e un 
grande professionista della televisione.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>I confini della vita. Una prospettiva etica e scientifica</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898204</link>
<description>L’eutanasia è un diritto civile? A questa domanda radicale non si può 
ormai sfuggire. Niente di più ovvio del fatto che la vita di ogni 
essere vivente ha un inizio e una fine. Niente di più difficile da 
determinare, però, del suo inizio e della sua fine, qualora si tratti 
di vita umana. Che non può essere ridotta, con un materialismo questo 
sì davvero inaccettabile, al mero riprodursi delle cellule, al mero 
pulsare del muscolo cardiaco. La scienza ha qualcosa di decisivo da 
dire in proposito, o deve lasciare il posto a una scelta etica? E chi 
decide sulla tua vita?</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898204/audio.mp3" length="94774335" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Sat, 12 May 2007 15:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>I confini della vita. Una prospettiva etica e scientifica</itunes:subtitle>
<itunes:summary>L’eutanasia è un diritto civile? A questa domanda radicale non si può 
ormai sfuggire. Niente di più ovvio del fatto che la vita di ogni 
essere vivente ha un inizio e una fine. Niente di più difficile da 
determinare, però, del suo inizio e della sua fine, qualora si tratti 
di vita umana. Che non può essere ridotta, con un materialismo questo 
sì davvero inaccettabile, al mero riprodursi delle cellule, al mero 
pulsare del muscolo cardiaco. La scienza ha qualcosa di decisivo da 
dire in proposito, o deve lasciare il posto a una scelta etica? E chi 
decide sulla tua vita?</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Tommaso Pincio e Antonio Gnoli  "Phil Dick"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898266</link>
<description>La complessità di Philip K. Dick (1928-1982) rende lo scrittore 
americano una figura di non facile collocazione. È prima di tutto 
colui che ha riabilitato la fantascienza; ma anche uomo sospettoso, a 
tratti cupo, debole, eppure affascinante e istrionico. Sicuramente 
dotato di una straordinaria visionarietà. Nella sua opera confluiscono 
schegge di mondi distanti e apparentemente inconciliabili: dalla 
psicanalisi al mondo delle droghe, fino all’ossessione per il 
complotto e per i totalitarismi – giungendo, nell’ultima fase della 
sua produzione, alla creazione di una teologia gnostica. Uno scrittore 
che attraverso il suo repertorio fatto di realtà e illusione, vero e 
simulacro, vita e morte, fede e follia, ha più di ogni altro pensato e 
rappresentato il confine.

**</description>
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 21:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Tommaso Pincio e Antonio Gnoli  "Phil Dick"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>La complessità di Philip K. Dick (1928-1982) rende lo scrittore 
americano una figura di non facile collocazione. È prima di tutto 
colui che ha riabilitato la fantascienza; ma anche uomo sospettoso, a 
tratti cupo, debole, eppure affascinante e istrionico. Sicuramente 
dotato di una straordinaria visionarietà. Nella sua opera confluiscono 
schegge di mondi distanti e apparentemente inconciliabili: dalla 
psicanalisi al mondo delle droghe, fino all’ossessione per il 
complotto e per i totalitarismi – giungendo, nell’ultima fase della 
sua produzione, alla creazione di una teologia gnostica. Uno scrittore 
che attraverso il suo repertorio fatto di realtà e illusione, vero e 
simulacro, vita e morte, fede e follia, ha più di ogni altro pensato e 
rappresentato il confine.

**</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Inaugurazione</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898014</link>
<description>*Inaugurazione*
Intervengono il Sindaco Walter Veltroni, Silvio Di Francia, Gianni 
Borgna,  Paolo Flores d’Arcais, Giacomo Marramao
_ 
_





 </description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898014/audio.mp3" length="26254315" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Wed, 09 May 2007 12:15:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Inaugurazione</itunes:subtitle>
<itunes:summary>*Inaugurazione*
Intervengono il Sindaco Walter Veltroni, Silvio Di Francia, Gianni 
Borgna,  Paolo Flores d’Arcais, Giacomo Marramao
_ 
_





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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
</item>
<item>
<title>Tavola rotonda "Se questa è una città"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898198</link>
<description>Filosofi, sociologi, architetti e urbanisti di fama mondiale 
affrontano il tema dei confini degli agglomerati umani. Le grandi 
metropoli del mondo sembrano essere diventate dei mondi a se stanti, 
con propri flussi, propri microclimi, proprie dinamiche, economie, 
vite visibili e invisibili. Ma mentre le città si espandono a 
dismisura, e in quelle che erano le campagne si assiste a uno sprawl 
disordinato, a uno sfruttamento intensivo o all’abbandono, i grandi 
agglomerati umani producono al loro interno linee di frattura, nuovi 
ghetti illimitati, nuovi “parchi naturali umani” dorati, nuove forme 
di vita da identificare e studiare. Nel tempo della globalizzazione, 
la città ha cambiato volto. E’ possibile imprimere a questi 
cambiamenti una direzione, o saranno solo le economie delle 
multinazionali a imprimere il loro marchio sui nostri paesaggi urbani? 
C’è ancora posto per agglomerati, comunità, economie e forme di vita 
spontanee? Che forme potrà assumere la città del futuro?</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898198/audio.mp3" length="88417489" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Fri, 11 May 2007 11:00:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Tavola rotonda "Se questa è una città"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Filosofi, sociologi, architetti e urbanisti di fama mondiale 
affrontano il tema dei confini degli agglomerati umani. Le grandi 
metropoli del mondo sembrano essere diventate dei mondi a se stanti, 
con propri flussi, propri microclimi, proprie dinamiche, economie, 
vite visibili e invisibili. Ma mentre le città si espandono a 
dismisura, e in quelle che erano le campagne si assiste a uno sprawl 
disordinato, a uno sfruttamento intensivo o all’abbandono, i grandi 
agglomerati umani producono al loro interno linee di frattura, nuovi 
ghetti illimitati, nuovi “parchi naturali umani” dorati, nuove forme 
di vita da identificare e studiare. Nel tempo della globalizzazione, 
la città ha cambiato volto. E’ possibile imprimere a questi 
cambiamenti una direzione, o saranno solo le economie delle 
multinazionali a imprimere il loro marchio sui nostri paesaggi urbani? 
C’è ancora posto per agglomerati, comunità, economie e forme di vita 
spontanee? Che forme potrà assumere la città del futuro?</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>Se il confine diventa muro</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898200</link>
<description>Dalle mura degli antichi imperi ai nuovi muri eretti in una notte 
all’interno delle nostre città, passando per i muri – antichi e nuovi 
– di città o paesi contesi o martoriati (Gerusalemme, Cipro), i muri 
ai confini tra stati ricchi e stati poveri (Usa e Messico) i muri 
abbattuti da società civili esasperate dai confini della politica e 
delle ideologie (Berlino), fino alle barriere urbanistiche o 
architettoniche che dividono i cittadini dagli immigrati, dagli esuli, 
dai diseredati. Barriere progettate o emerse “spontaneamente”, 
dichiarate o mascherate, disseminate o delineate, visibili o 
invisibili. I muri dividono o proteggono, sanciscono l’esistente o lo 
progettano? Che cos’è un muro? Che cosa “fa” un muro? Architetti di 
fama internazionale, filosofi, sociologi sono chiamati a riflettere su 
questa particolare incarnazione del confine.
</description>
<enclosure url="http://www.auditorium.com/dwnld/podcast/4898200/audio.mp3" length="85047380" type="audio/mpeg" />
<pubDate>Fri, 11 May 2007 18:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Se il confine diventa muro</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Dalle mura degli antichi imperi ai nuovi muri eretti in una notte 
all’interno delle nostre città, passando per i muri – antichi e nuovi 
– di città o paesi contesi o martoriati (Gerusalemme, Cipro), i muri 
ai confini tra stati ricchi e stati poveri (Usa e Messico) i muri 
abbattuti da società civili esasperate dai confini della politica e 
delle ideologie (Berlino), fino alle barriere urbanistiche o 
architettoniche che dividono i cittadini dagli immigrati, dagli esuli, 
dai diseredati. Barriere progettate o emerse “spontaneamente”, 
dichiarate o mascherate, disseminate o delineate, visibili o 
invisibili. I muri dividono o proteggono, sanciscono l’esistente o lo 
progettano? Che cos’è un muro? Che cosa “fa” un muro? Architetti di 
fama internazionale, filosofi, sociologi sono chiamati a riflettere su 
questa particolare incarnazione del confine.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<item>
<title>L’uomo è antiquato? Umano/postumano</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898205</link>
<description>Negli ultimi anni la filosofia è venuta confrontandosi con una soglia 
antropologica che investe direttamente non solo la categoria di 
“individuo” elaborata dalla modernità, ma la stessa nozione di 
“umano”, che accompagna sin dalle origini la vicenda dell’umanismo 
occidentale. L’uomo risulta essere “antiquato” sotto molteplici 
profili: rispetto alla potenza della tecnica, in rapporto alla quale 
l’essere umano sembra essere ormai “vergognosamente” in ritardo; 
rispetto alle forze incontrollate che lo muovono (la storia, il 
linguaggio, l’economia, le pulsioni acquisitive o identitarie, i 
vincoli eteronomi della tecnopolitica); rispetto alla tecnologia che 
lo “abita” (organi artificiali e chips impiantati direttamente nel 
corpo umano, che diventa corpo biotecnologico); rispetto alla scoperta 
del genoma umano, che ha trasformato radicalmente l’immagine del 
nostro organismo in una sorta di “testo codificato”.  Fino a che punto 
deve spingersi la revoca in questione dei principi portanti 
dell’antropocentrismo umanistico? E’ ancora pensabile un’etica (e una 
politica) dopo il venir meno delle classiche distinzioni 
naturale/artificiale, corpo/mente, libero arbitrio/determinismo, 
autonomia/eteronomia? Per rispondere a questi drammatici interrogativi 
è necessario che la proliferante immaginazione scientifica (e 
fantascientifica) interagisca con una nuova immaginazione filosofica, 
linguistica e biopolitica.</description>
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<pubDate>Sat, 12 May 2007 18:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>L’uomo è antiquato? Umano/postumano</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Negli ultimi anni la filosofia è venuta confrontandosi con una soglia 
antropologica che investe direttamente non solo la categoria di 
“individuo” elaborata dalla modernità, ma la stessa nozione di 
“umano”, che accompagna sin dalle origini la vicenda dell’umanismo 
occidentale. L’uomo risulta essere “antiquato” sotto molteplici 
profili: rispetto alla potenza della tecnica, in rapporto alla quale 
l’essere umano sembra essere ormai “vergognosamente” in ritardo; 
rispetto alle forze incontrollate che lo muovono (la storia, il 
linguaggio, l’economia, le pulsioni acquisitive o identitarie, i 
vincoli eteronomi della tecnopolitica); rispetto alla tecnologia che 
lo “abita” (organi artificiali e chips impiantati direttamente nel 
corpo umano, che diventa corpo biotecnologico); rispetto alla scoperta 
del genoma umano, che ha trasformato radicalmente l’immagine del 
nostro organismo in una sorta di “testo codificato”.  Fino a che punto 
deve spingersi la revoca in questione dei principi portanti 
dell’antropocentrismo umanistico? E’ ancora pensabile un’etica (e una 
politica) dopo il venir meno delle classiche distinzioni 
naturale/artificiale, corpo/mente, libero arbitrio/determinismo, 
autonomia/eteronomia? Per rispondere a questi drammatici interrogativi 
è necessario che la proliferante immaginazione scientifica (e 
fantascientifica) interagisca con una nuova immaginazione filosofica, 
linguistica e biopolitica.</itunes:summary>
<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Fabrizio Desideri "Walter Benjamin"</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898265</link>
<description>Pochi pensatori del nostro tempo sono più inclassificabili di Walter 
Benjamin (1892-1940): ogni suo intervento, però, che fosse incentrato 
sulla letteratura o sulla filosofia della storia, sull’arte o sui 
passages parigini, sulla critica letteraria o sul cinema, sulla 
violenza o sul compito del traduttore, ha lasciato un segno e ha dato 
vita a una grande mole di studi e di riflessioni. Schizzarne il 
ritratto in una lezione costituisce una sfida non indifferente, ma 
anche un’occasione preziosa per misurarsi con l’unità di questa figura 
poliedrica.
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<pubDate>Sun, 13 May 2007 19:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Fabrizio Desideri "Walter Benjamin"</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Pochi pensatori del nostro tempo sono più inclassificabili di Walter 
Benjamin (1892-1940): ogni suo intervento, però, che fosse incentrato 
sulla letteratura o sulla filosofia della storia, sull’arte o sui 
passages parigini, sulla critica letteraria o sul cinema, sulla 
violenza o sul compito del traduttore, ha lasciato un segno e ha dato 
vita a una grande mole di studi e di riflessioni. Schizzarne il 
ritratto in una lezione costituisce una sfida non indifferente, ma 
anche un’occasione preziosa per misurarsi con l’unità di questa figura 
poliedrica.
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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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<title>Vietato intrattenersi? La musica tra arte e consumo</title>
<link>http://www.auditorium.com/eventi/4898193</link>
<description>Tutto il Novecento è stato attraversato da un confine netto e altero 
tra la cosiddetta musica colta e la cosiddetta musica di 
intrattenimento o di consumo.  Dalla Scuola di Francoforte a Bloch la 
condanna della musica popolare moderna è stata unanime; persino il 
jazz veniva visto come pura merce da consumare. Oggi le carte sembrano 
ormai essersi definitivamente rimescolate, senza tuttavia che i 
confini tra arte popolare e arte colta siano davvero caduti. Grandi 
compositori contemporanei hanno sfidato barriere e steccati, autori di 
musica “popolare” vengono riconosciuti come artisti a tutti gli 
effetti. Che significato dare, allora, a questa distinzione ancora 
corrente nel linguaggio e nella mentalità comuni? Questa tavola 
rotonda mette a confronto filosofi-musicisti, filosofi della musica e 
alcuni protagonisti di maggior richiamo del panorama musicale 
italiano.


 






 

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<pubDate>Thu, 10 May 2007 09:30:00 +0100</pubDate>
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<itunes:subtitle>Vietato intrattenersi? La musica tra arte e consumo</itunes:subtitle>
<itunes:summary>Tutto il Novecento è stato attraversato da un confine netto e altero 
tra la cosiddetta musica colta e la cosiddetta musica di 
intrattenimento o di consumo.  Dalla Scuola di Francoforte a Bloch la 
condanna della musica popolare moderna è stata unanime; persino il 
jazz veniva visto come pura merce da consumare. Oggi le carte sembrano 
ormai essersi definitivamente rimescolate, senza tuttavia che i 
confini tra arte popolare e arte colta siano davvero caduti. Grandi 
compositori contemporanei hanno sfidato barriere e steccati, autori di 
musica “popolare” vengono riconosciuti come artisti a tutti gli 
effetti. Che significato dare, allora, a questa distinzione ancora 
corrente nel linguaggio e nella mentalità comuni? Questa tavola 
rotonda mette a confronto filosofi-musicisti, filosofi della musica e 
alcuni protagonisti di maggior richiamo del panorama musicale 
italiano.


 






 

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<itunes:author>Fondazione Musica per Roma</itunes:author>
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