Claudio Bartocci
"L’arbitrario che crea il necessario": questa lapidaria formula di Paul Valéry fornisce forse la chiave per decifrare la fitta, ancorché impalpabile rete di echi, rimandi e corrispondenze che legano, nella nostra cultura, matematica e letteratura. Leggiamo le Rime per la Donna Pietra di Dante, L’uomo senza qualità di Musil, un racconto di Borges: siamo affascinati dalla forza creativa degli autori e, al contempo, ammirati per il rigore della costruzione metrica, per la complessità dell’architettura narrativa, per l’adamantina perfezione della trama. Studiamo le opere di Gauss, Riemann, Poincaré, Atiyah: rimaniamo ammirati per la profondità dei teoremi dimostrati, per il virtuosismo tecnico di certi passaggi, per la severa precisione del ragionamento e, al contempo, affascinati dall’audacia immaginativa di questi matematici. Sia la creazione letteraria sia quella matematica – entrambe, seppure in maniera diversa, manifestazioni dell’intelligenza linguistica di Homo sapiens – sembrano quasi scaturire dalla tensione essenziale che si innesca tra la libertà, apparentemente infinita, di invenzione, composizione, variazione e le limitazioni imposte dai vincoli formali e strutturali. Tra gli autori che hanno, con più profonda consapevolezza, esplorato questi territori spiccano i nomi di Paul Valéry, Robert Musil, Raymond Queneau e Leonardo Sinisgalli: nelle loro pagine, da prospettive diverse, scopriremo i legami nascosti tra «anima ed esattezza».
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