Massimo Popolizio
introduzione di Norbert von Prellwitz
“Che cosa tenteresti di salvare se il tuo atelier bruciasse?” Rivolta ad alcuni artisti nel primo dopoguerra, la domanda sollevò varie reazioni. Tra le più note, quella di Jean Cocteau, che rispose: “Il fuoco”. Un’affermazione del genere illustra bene l’arte di Federico García Lorca. Dal Libro de poemas del 1921, all’Ode a Walt Whitman del 1933, dalle prose di Impresiones y paisajes del 1918, ai testi teatrali come Bodas de sangre del 1935, dai saggi fino alle musiche per canzoni nate dall’amicizia con Manuel de Falla, l’intera produzione dello scrittore si colloca nel segno di un inestinguibile amore per la trasformazione e il movimento, insomma, per l’aspetto dinamico, rigeneratore e distruttivo, delle forze vitali. Del resto, fu egli stesso a ribadirlo: “Che cosa vuoi che ti dica della Poesia? Cosa vuoi che ti dica di queste nubi, di questo cielo? Guardare, guardare, guardarle, guardarlo e nient’altro. Capirai che un poeta non può dir nulla sulla Poesia. Lasciamo dire pure ai critici e ai professori. Ma né tu, né io, né alcun altro poeta sa cos’è la Poesia. Sta qui: guarda. Ho il fuoco nelle mie mani. Lo sento e lavoro con lui perfettamente, ma non posso parlare di lui senza letteratura”.
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