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Gabriele Lavia legge D'Annunzio, Ungaretti
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Gabriele Lavia legge D'Annunzio, Ungaretti
> Home > Evento > Letteratura
 
L'evento si è svolto il
07/04/2008


Una coproduzione Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Fondazione Musica per Roma


Gabriele Lavia legge D'Annunzio, Ungaretti


Un evento di
  Tra Musica e Poesia



Elenca prossimi eventi



 

Gabriele Lavia voce recitante

testi di
D'Annunzio, Ungaretti


Al penultimo appuntamento della stagione di Tra Musica e Poesia, ci attende Gabriele Lavia che legge D’Annunzio e Ungaretti: un protagonista dello spettacolo si cimenta con due giganti della nostra letteratura. Lavia è infatti una delle figure più rappresentative del teatro italiano ha lavorato con i registi più importanti, Missiroli, Squarzina, Strehler, ha interpretato ruoli indimenticabili, Edipo re, Otello, Re Lear, ha firmato a sua volta regie teatrali, liriche e cinematografiche, è tutt’oggi attivo con una sua vivace e apprezzata compagnia.
D’Annunzio e Ungaretti sono, da parte loro, due assoluti mattatori della letteratura italiana e europea. In particolare imponente risulta essere la bibliografia critica su Gabriele D’Annunzio, poeta, romanziere, drammaturgo, ma anche uomo d’azione che ha riempito di sé il periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Rappresentante italiano dell’estetismo, corrente che ha visto esponenti come Oscar Wilde, Marcel Proust, André Gide, D’Annunzio è stato per intere generazioni un maestro di costume, oltre che scrittore di successo e politico inquieto e spregiudicato. Il suo punto di partenza è nel convincimento che arte e vita si intrecciano e che la vita stessa è un’opera d’arte, una ricerca di sensazioni, di passioni, di gesti clamorosi che dalla realtà si trasferiscono alla pagina e viceversa. Ciò ovviamente, in specie nella produzione poetica, non ha escluso una sua attenzione alla forma, al suono, alla parola e al verso come valori autonomi e indipendenti.
Ungaretti, rispetto a D’Annunzio, sembra essere l’altra faccia di una stessa medaglia. Poeta nomade e sradicato, l’inventore dell’ermetismo, secondo la famosa definizione di Francesco Flora, vive più o meno lo stesso periodo di crisi, a partire  dalla guerra e dal primo dopoguerra, ma lo attraversa coltivando, più in linea forse con la tradizione italiana, una visione pessimista e dolorosa della vita, segnata peraltro profondamente dal dramma della trincea e da tragiche vicende familiari. La sofferenza si traduce in una metrica spezzata, in un verso scabro, fatto di parole isolate, talvolta oscure; ombre nere su pagine bianche, con cui il poeta cerca di “mettere a contatto immagini lontane, senza fili”.


     
     
     
 
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