HUGH COLTMAN

 

Shadows, Songs of Nat King Cole

Hugh Coltman - Voce

Thomas Naim - Chitarra

Paul Lay - Pianoforte

Fabien Marcoz - Contrabbasso

Raphael Chassin - Batteria

 

Con la partecipazione di Stefano Di Battista

 

LUNEDI 25 APRILE 2016 TEATRO STUDIO GIANNI BORGNA ORE 21

AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

Biglietti 15 euro

 

Shadows - Songs of Nat King Cole è un progetto che Coltman maturava già da diversi anni. Il debutto della carriera di Hugh Coltman e il suo percorso musicale lo portano lontano dalla sfera del jazz. Da più di 20 anni si dedica infatti ad un progetto blues The Hoax, con il quale continua ad esibirsi, e pubblica in parallelo degli album in solo dal sapore decisamente Pop con Mercury, (Stories From The Safe House del 2008 e Zero Killed del 2012), che fanno scoprire questo cantante inglese, parigino d’adozione, ad un pubblico che viene sedotto dalla sua voce unica, potente e roca e dalla sua musica pop-folk sensibile e dolce. E’ un incontro con Eric Legnini in occasione del programma «One Shot Not» che lo fa entrare a capofitto nell’universo jazz. Eric lo invita, infatti, a rimpiazzare Krystle Warren per il tour del suo progetto The Vox nel 2012. Un periodo chiave nell’elaborazione di questo progetto intorno alla figura di Nat King Cole: Hugh Coltman trova subito il modo di esprimere tutto il suo talento in questo stile musicale sebbene ne conosca solo nomi di riferimento e leggende. Una forma di emancipazione dalla scena, in qualche modo, che fa nascere l’idea di un progetto costruito su un repertorio jazz. Tanto più che intorno a lui sembra regnare un alone d’evidenza e tutti continuano a chiedergli “a quando un progetto jazz tutto tuo?”.

 

La figura di Nat King Cole s’impone rapidamente all’attenzione di Hugh Coltman che s’interroga sul quotidiano di un musicista americano nero a cavallo degli anni Quaranta, epoca in cui regnava la segregazione e gli artisti neri dovevano entrare in sala dalla porta di servizio. Un quotidiano che sembra essere agli antipodi da ciò che ci ha lasciato questo cantante unico, il primo afro-americano a condurre uno show televisivo, con quel suo sorriso scolpito nella pietra.

Nel 1956, lo stesso Cole scampò ad un tentativo di sequestro nello stato d’Alabama e nonostante il suo successo, non è il benvenuto a Beverly Hills dove riceve delle minacce dal Ku Klux Klan poco tempo dopo essersi trasferito là con la famiglia.

Durante le sue ricerche, Hugh si rende conto che una parte del repertorio di Cole può essere letto da una differente angolazione: Smile, titolo faro tra i suoi brani, non si avvicina più alla disperazione e alla rassegnazione che alla speranza? E che dire delle prime parole di Pretend che suonano come una confessione: “Pretend you're happy when you're blue / It isn't very hard to do”.

 

L’intenzione di Hugh è stata dunque quella di rivelare queste “ombre”, di rado o mai percettibili nelle scelte artistiche di Cole. La selezione dei brani di Shadows, la produzione e le performance vocali di Hugh, ben piantate nella sua passione per il blues, offrono all’insieme un’aurea di tensione, talvolta quasi di malessere.

 

Arriva quindi la registrazione dell’album. Ultimo giorno in studio, ultimo brano: Gael Rakotondrabé lo raggiunge al pianoforte per registrare Morning Star, un’ode all’amore di una madre per suo figlio. Preso dall’emozione, Hugh si ricorda che Cole era uno dei cantanti che sua madre ascoltava spesso nella sua casa di Hankerton, vicino a Bristol, e che la sua musica si è fissata dall’infanzia nei suoi geni e nella sua cultura musicale, finché sua madre non è scomparsa prematuramente quando lui aveva solo sette anni. Si è quindi chiaramente reso conto che questo progetto lo riguardava molto più personalmente di quanto avesse immaginato. Da un approccio intellettuale, eccolo catturato dall’emozione: il cerchio si chiude.

Ed è solo al momento di registrare le ultime note di quest’album che Shadows, Songs Of Nate King Cole, si rivela finalmente come un omaggio a sua madre… attraverso la musica di Nat King Cole. 

 

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